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el autor, Cristo Raul, abre acceso a sus libros en las distintas versiones de lenguas superiores internacionales, español, inghles, francés e italiano

LA HISTORIA DIVINA DE JESUCRISTO.

LUZ VERDAD Y VIDA

IL LIBRO NELLA SUA LINGUA MADRE, LO SPAGNOLO

 

 

STORIA DIVINA DI GESÙ CRISTO

 

Questa è la Volontà Attuale di Dio: «Che tutte le chiese si uniscano in una sola e unica»

 

LIBRO SECONDO.   IL CUORE DI MARIA

prima parte

  STORIA DELLA SACRA FAMIGLIA

 

 Quando i suoi genitori lo videro, ne rimasero sorpresi, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre ed io ti cercavamo con angoscia». Ed Egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio? Essi non capirono ciò che diceva loro. Scese con loro, tornò a Nazaret e era loro sottomesso, e sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore...

            «IO SONO IL PRIMO E L’ULTIMO»

 

 

 

Nei giorni del bicentenario della Rivoluzione francese, a Parigi, il Figlio di Dio mi ispirò questa storia. Mi misi subito all’opera. Abbandonai Parigi, tornai al Sud, mi sono rinchiuso tra i libri e mi sono preparato a partire dall’inizio, ovvero a scoprire a cosa fosse dovuto quel vuoto documentario attraverso il quale la confusione aveva trovato una via d’accesso al cuore del problema e aveva generato quella montagna di libri che, usando l’Eroe dei Vangeli come pretesto, hanno dato vita a personaggi di inchiostro privi di qualsiasi contatto con il Vero Figlio di Maria: la Vergine di Nazareth.

La necessità di viaggiare verso  i tempi della Nascita mi condusse alla Biblioteca del British Museum.

Con l’arrivo della primavera successiva smisi di cercare nei libri ciò che non avrei potuto trovare in essi. Feci i bagagli e partii per Gerusalemme. Attraversai l’Europa alla luce di una stella splendente e solcai il mare sulle onde di una Colomba d’Argento. Terra Santa!

… «terra», … grida dal Faro il Colosso di Haifa, «Benvenuti in Terra Santa»

Sono sceso a Nazareth. Ho visitato il Tempio dell’Annunciazione. Dopo una breve sosta a Tel Aviv ho proseguito il mio cammino verso la Città Santa.

Quando raggiunsi Gerusalemme, la città viveva in uno stato di emergenza. L’Iraq aveva appena invaso il Kuwait. Il discorso antisionista del nuovo eroe dell’Islam, sfruttando l’odio universale del mondo musulmano contro gli ebrei per collegarlo alla causa del fondamentalismo del mondo arabo, esigeva – secondo i giornali paramilitari israeliani – l’uso di armi nucleari, in particolare della bomba a neutroni.

Mentre l’Iraq suscita ondate di applausi nei territori palestinesi, tra la folla che affolla via David passeggia un uomo-manifesto vestito da profeta, che trascina un cartello apocalittico: «La fine del mondo si avvicina, venite a bere una birra. Pub il Profeta».

È stato un viaggio molto istruttivo. Sono risalito sulle ali della Colomba d’Argento e ho solcato le acque del Mare Grande per tornare nel Vecchio Continente.

Ho fatto rotta su Londra. Mi sono sistemato a Finsbury Park, ho chiuso la porta, ho acceso la mia vecchia macchina da scrivere e mi sono seduto, deciso a non uscire dallo studio finché non avessi scritto la Storia per cui avevo lottato negli ultimi anni.

Fu un autunno molto lungo, ma molto fruttuoso. Un giorno di novembre di quell’anno raggiunsi la meta. La meta che avevo inseguito per tutti quegli anni era il Tesoro che la Madre custodiva nel suo cuore: «il Cuore di Maria».

Come Maria conobbe Giuseppe, chi fossero Zaccaria ed Elisabetta, chi fossero in realtà i famosi fratelli e sorelle di Gesù. Tutto, assolutamente tutto: Lei sapeva tutto di suo Figlio. Aveva vissuto tutto ciò e lo aveva custodito nel suo Cuore. E continuava a farlo.

Ciò che ho visto nel Cuore della Madre è ciò che leggerete di seguito.

 

 PRIMO CAPITOLO

 

IL PRIMO E L’ULTIMO

 

  

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo… figlio di Davide… figlio di Zorobabele, figlio di Abiud, di Eliakim, di Azor, di Zadok, di Achim, di Eliud, di Eleazar, di Matán, di Giacobbe…

 

MARIA DI NAZARET

 

La Vergine nacque a Nazaret, nel cuore della Galilea. Come ben sanno tutti grazie ai Vangeli canonici, il padre della Vergine era Giacobbe, sua madre era Anna. Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, morì quando Maria era ancora molto giovane. Un bel giorno di quei tempi il padre della Vergine salì in Cielo. E non tornò più. Ciò avvenne durante gli anni del regno di Erode.

Il defunto lasciò quaggiù orfane, un orfano e una vedova. Dal punto di vista delle vicende umane, Giacobbe, figlio di Matán, figlio di Salomone, figlio del re Davide, morì in un brutto momento. La morte, ovviamente, non arriva mai al momento giusto. Tuttavia, tra i mali, Giacobbe di Nazareth morì nel miglior momento possibile.

Quelle grandi siccità che per tanti anni avevano devastato le province del Medio Oriente se n’erano finalmente andate; le famose vacche grasse che per un attimo era sembrato non tornassero mai più stavano tornando, una più grassa dell’altra; erano tornate e sfoggiavano la loro abbondanza nei campi di tutte le province dell’Antico Levante, quando erano greci e romani.

L’orizzonte luminoso, tanto atteso, implorato, desiderato, invocato tra il Tempio e il Tempio in processioni affollate, si era avvicinato, come poteva essere altrimenti!, anche alle colline di Nazaret. Il suo splendore cominciava già a brillare negli occhi dei suoi abitanti con il bagliore della stella delle preghiere esaudite, la luce del desiderio concesso. Pastori della Galilea, pescatori del Mare dei Miracoli, contadini delle valli del Giordano, artigiani del paese che vivevano nelle tenebre della disperazione, tutti insieme si riversarono nelle strade per festeggiare gli anni della carestia. Finalmente erano arrivati!

La Casa della Vergine si godette la gioia generale con l’intensità di chi ha passato momenti difficili, difficili quanto gli altri, non così difficili come altri, né molto migliori della maggior parte delle persone che hanno davvero sofferto durante quei lunghi anni. Erano così tanti!

Non fu solo quella siccità. Ci furono anche quei terremoti che devastarono il Medio Oriente seminando la fame dalle montagne del Libano alle coste del Mar Rosso. E altro ancora. Sì. Molto altro ancora. Già di per sé terribili, quegli anni di tremenda disperazione furono ulteriormente aggravati dalla politica fiscale di Erode, il Macellaio di Gerusalemme, che agì come un'ascia tagliando ogni testa che riuscisse a rimanere a galla. Sotto il regno di Erode il Grande, continuare a respirare divenne un reato. Il diritto alla parola fu proibito. La qualità sacra che distingue l’uomo dalle bestie fu messa al bando, e il suo esercizio condannato: nel migliore dei casi all’esilio, alla pena capitale negli altri casi. Tante fortezze si costruì Erode, tante forche si contarono nel regno di Israele. Di tutti i mestieri, la prostituzione è il più antico, ma l’unico che ai tempi di Erode il Grande non passò mai di moda fu quello del boia. Che ironia: mentre il Giorno del Giudizio Universale arrivava o meno, i rampolli della famiglia del tiranno si costruivano palazzi con blocchi di marmo! E fortezze degne di un imperatore, e caserme e guarnigioni militari contro una possibile insurrezione di quelle capaci di abbattere persino le mura stesse dell’Inferno.

Nemmeno i faraoni!

Il faraone di Mosè era malvagio, gli Erode erano peggiori. E nel frattempo, mentre il tiranno divorava un figlio o un fratello, il popolo continuava a subire calamità fisiche e spirituali delle quali, una volta passate… non si vuole nemmeno più ricordare. Chi si sarebbe ricordato di quegli anni di magra una volta trascorsi i duemila anni? Tuttavia, la schizofrenia edilizia del Macellaio di Gerusalemme, la schizofrenia del Tiranno d’Israele, sarebbe stata ricordata dalla Storia: Erode il Grande! A quell’assassino mancava solo questo: che gli fosse concessa licenza di uccidere a suo piacimento. Ai suoi figli, ai suoi fratelli, a sua moglie, ai suoi amici, ai suoi nemici, che fossero innocenti o meno. Il permesso dello stesso Cesare di violare tutte le leggi del diritto romano.

Sotto il regno di quell’Erode giunse un momento in cui bastava muovere le labbra chiedendo giustizia per cadere sotto le ruote della sua paranoia omicida. I Romani – va detto – commisero molti errori; tra tutti, quello che Ottaviano Cesare Augusto si permise di concedere la corona dei Giudei a un palestinese fu un errore che persino al Giudice dell’Universo stesso costerà perdonare.

Ma torniamo al tema della vita della Vergine e della sua famiglia. Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, è appena morto.

Proprio perché Anna, la vedova di Giacobbe di Nazareth, e le sue figlie maggiori, Maria e Giovanna, erano già riuscite quasi a dimenticare il tipo di battaglia che quell’uomo a loro così caro aveva dovuto combattere contro gli elementi di quell’estate interminabile, si comprende che la sua perdita, ora che la luce della speranza aveva cominciato a generare nelle mammelle delle mucche della stalla l’oro dell’abbondanza, rendesse alla vedova Anna, madre della Vergine, infinitamente più insopportabile e dura la perdita del marito.

Anna e Giacobbe di Nazareth superarono ogni avversità con coraggio e risposero ai tempi difficili con il volto sereno di chi cammina nella pace di Dio. Anche Giacobbe di Nazareth e Anna sognarono i giorni di abbondanza durante tutti gli anni , come tutti; e risero dei tempi difficili dando alla luce sei figli.

Accadde che, invece di permettere ai tempi difficili di aprire anche solo una minima frattura tra loro, Giacobbe e sua moglie si unirono con ancora più forza, se possibile, nell’abbraccio d’amore che li riempiva di meraviglia per il fatto di stare insieme. Maria fu la primogenita di Giacobbe, il defunto; poi venne Giovanna. Seguirono le gemelle, poi un’altra bambina, e a chiudere il fiume della vita fu il figlio maschio della famiglia, di nome Cleofas, un neonato ancora allattato al seno quando suo padre morì.

«Ora che il sole torna a splendere, figlia mia, il Signore mi lascia sola con i miei sei figli. Chi mi insegnerà a vivere senza tuo padre, Maria?», così la madre della Vergine riversava l’anima che le sanguinava. La fanciulla raccoglieva sul proprio grembo le lacrime di quella madre che amava tantissimo. Come qualsiasi bambina che si fosse persa in un bosco pieno di gente sconosciuta, la Vedova piangeva a cuore spezzato. Nel cuore di Maria, tuttavia, la presenza di suo padre si era semplicemente addormentata.

Maria riusciva ancora a vedere, sentire, annusare, udire suo padre, tutto sorridente mentre rispondeva a lei e a sua sorella Giovanna alle loro domande sul Signore di Mosè, YAHVÉ DIO.

Maria riusciva ancora a vederlo mentre trattava con i mietitori, con gli orticoltori e gli allevatori del paese con la gioia e la forza di un uomo rispettato, stimato e considerato onesto da un capo all’altro della regione. Suo padre era un uomo di quelli che guardano in faccia, dritto negli occhi, senza doppiezze. Negli occhi di Giacobbe di Nazareth si poteva leggere la sincerità che trasudavano le sue parole.

Quando arrivarono gli anni di magra, il padre di Maria si dimostrò all’altezza della situazione. Poiché la terra non produceva più abbastanza per pagare stipendi extra, Giacobbe di Nazaret si caricò sulle spalle il peso di ricavare dai propri campi anche solo qualche sacco di mandorle, qualche arroba di olio, qualche misura di grano, qualche quintale dei famosi vini della Casa. Qualsiasi cosa pur di mantenere le ossa delle sue figlie sane e forti. Le sue due figlie maggiori, Maria e Giovanna, sapevano bene quanto la loro vedova contro quale tipo di soli sterili quell’uomo avesse dovuto lottare! Grazie a Dio, sebbene piccole, Maria e Giovanna diedero una mano con le olive in inverno, con le mandorle, con i fichi e il grano in estate, con il bestiame in autunno, estate, inverno e primavera. Cosa darebbe ora la signora Anna, la vedova di Giacobbe di Nazareth, per potersi alzare di nuovo all’alba e preparare al padre delle sue figlie il latte, il pane, l’acqua!

Maria lo sapeva benissimo: vedendo suo padre di nuovo in piedi all’alba, mentre salutava le figlie con quel sorriso così suo negli occhi, sua madre avrebbe dato la propria vita. Ma ormai non si poteva più fare nulla per far tornare indietro la ruota del tempo. Ora bisognava vivere, scegliere tra il marito morto e i figli vivi.

Delle due ragazze, María e Juana, Juana era la più piccola, di un anno più giovane di María. María era la maggiore, la più grande della casa. Misteri della vita: era proprio lei, Juana, la più piccola delle due, quella a cui la vita di campagna si addiceva di più; forse perché Juana aveva ereditato dal padre il gusto per il profumo degli alberi in fiore e il piacere di contemplare i colori dell’orizzonte all’alba.

Guardandole, entrambe le sorelle, chiunque avrebbe pensato che, a giudicare dal fisico, fosse Maria quella a cui avrebbe dovuto piacere di più il vento tra i capelli al calar della sera; eppure era in Juana, la più piccola, dal corpo quasi o altrettanto minuto di quello della madre, l’anima in cui il padre aveva riversato l’amore per il rosso della terra viva. In María la forza vitale proveniva da sua madre. Sua madre le aveva tramandato tutta la sua abilità nel cucito e nella sartoria. Ciò che contava per María era la famiglia, la casa.

Così, quando poi arrivarono i tempi difficili, e le mucche si magrarono tutte, e i soldi si fecero scarsi, e le necessità da soddisfare cominciarono a moltiplicarsi fino a sei volte in appena due anni, Maria si rivelò una sarta nata. All’età in cui si dice che si sia nella primavera della vita, la figlia maggiore di Giacobbe di Nazareth sapeva sia rammendare un vestito e farlo tornare come nuovo in un batter d’occhio, sia tessere per le sue sorelle un cappotto di lana nel giro di pochi giorni, senza mai smettere di essere il braccio destro di sua madre. E un modello di figlia per sua sorella Giovanna. In quest’ultima – ho detto – si era rivelata una capacità innata di imparare da suo padre il significato dell’influenza dei cicli lunari sull’agricoltura, perché i conigli mangiano la lattuga, come cresce davvero un pomodoro vero, perché si potano gli ulivi affinché non si facciano ombra a vicenda e alterino il sapore dell’olio. Insomma, migliaia di cose.

Il fatto è che Juanita, oltre ad essere la pupilla del padre, si sentiva il braccio destro della sorella María, e una per il padre e l’altra per la madre, e le due insieme nella gioia, quando si intensificarono i venti di sud, le gocce fredde, le siccità, le tempeste invernali in estate, i calori estivi in inverno e le piogge che arrivavano e se ne andavano in un batter d’occhio, quando la tempesta mise alla prova gli uomini cercando di portare in Paradiso coloro che le avessero mostrato un volto gioioso, in quel momento le due sorelle si unirono più che mai. Quegli anni difficili costrinsero le due sorelle a lavorare sodo. Fu un dovere che assunsero in silenzio, scritto con il sangue, che batteva allo stesso ritmo del cuore dei loro genitori. Ciascuna aprì la propria anima ai propri doni particolari e agì seguendo il corso del mistero della vita in ogni persona.

Gli occhi della maggiore, la vista di María, erano fatti per scovare l’ago nel pagliaio; non mancavano mai di infilare il filo nella cruna dell’ago, senza nemmeno guardare! Gli occhi di sua sorella Juana avevano bisogno di orizzonte, di campagna, di cielo aperto. Invece di litigare, le sorelle resero grazie al Dio dei loro genitori per la sua eterna saggezza e la sua infinita bontà. Agli occhi di entrambe, il padre era un uomo meraviglioso.

«Perché diciamo che la saggezza del Signore è eterna e la sua bontà infinita?», diceva Giacobbe di Nazaret alle sue due figlie maggiori. «Perché con le sue risposte ci meraviglia e con la sua bontà ci illumina il volto», rispondeva quel padre alle due ragazze, con un sorriso negli occhi, con quelle che erano i suoi occhi del cuore!

Le sue figlie si guardavano sorridendogli. Quanto amavano l’uomo che Dio aveva dato loro come padre! Il padre continuava: «Quando diciamo che la Saggezza del Signore è eterna, dichiariamo con tutto il cuore e con tutta la nostra mente la nostra gioia nel sapere che Egli non mente. Figlie mie, quando Lo adoriamo per la Sua infinita bontà, la nostra gioia è quella di chi si trova nella fossa in cui i malvagi gettano i buoni e, alzando lo sguardo, vede il Signore che ride della scienza dei geni».

«Figlie mie, essere buoni costa», confessava Giacobbe di Nazareth alle sue figlie mentre mungevano gli ulivi. «A colei che è più buona non si fa un regalino? Tu, Juanita, provi invidia verso tua sorella maggiore perché è più brava di te a cucire? In quale momento la mia Juanita ha fatto sentire in colpa la sua María per non avere le sue doti per il lavoro nei campi? Quando mai la mamma ha rimproverato la sua Juana per non saper cucire un vestito bene come la sua María? Cosa farei senza la mia Juana se non mi portasse il pranzo a mezzogiorno, se non fosse lei a costringermi a mangiarlo?”

Ah, quanto le ricordava! Era vero che se n’era andato? Non riuscivano ancora a crederci. Con il corpo senza vita del padre davanti agli occhi, María e Juana si guardarono in silenzio. Mio Dio, l’avevano davvero perso?

Entrambe le sorelle abbracciarono allora la vedova, la loro madre.

Sconvolta, la vedova di Giacobbe di Nazareth continuava a piangere la sua sventura:

«Proprio ora, Maria, proprio ora che arrivano gli anni di abbondanza, proprio ora che vostro padre potrebbe sedersi nella sua vigna a mangiare grappoli grandi come quelli di Polifemo e dolci come quelli di Bacco, che Dio mi perdoni, proprio ora. Perché, Signore, perché? Dimmi in che cosa ti ha offeso il tuo servo».

Dio! Si può spiegare il legame tra i corvi e gli sfortunati braccianti sui quali le Parche fanno calare il loro mantello di nero presagio? Si può capire che Dio sia Dio mentre regna il Diavolo? Chi fosse capace di scrivere la sceneggiatura della propria vita e brillare come una stella almeno agli occhi dei soci di carta inventati per l’occasione! L’uomo sogna che il destino sia suo, il bambino sogna l’uomo che batte nel suo petto, per scoprire dietro l’angolo che basta una raffica di vento a ridurre i suoi sogni a frammenti condannati alla spazzatura. Alla fine la vita umana è come quella della canna: se il vento si fa più forte, si spezza e i suoi resti cadono nel pozzo dell’oblio. Chi non ha ceduto alla tentazione di lasciarsi morire e porre fine a tutto una volta per tutte? O saremo i più forti finché non verrà dimostrato il contrario?

Per tutti arriva l’ora della verità. Ogni creatura ha la propria. Ed è in quell’ora che l’essere va avanti o crolla. Questa era l’ora della verità per la madre della Vergine.

«Che cosa siamo, Maria?», gridava piangendo la madre della Vergine per la perdita del marito. «Lottiamo contro gli elementi con le forze di una creatura di argilla. Innalziamo i nostri idoli in onore di chi ci dona la vittoria. All’Altissimo dedichiamo la nostra gloria. Ma l’Onnipotente non si stanca mai di vederci ridotti alla condizione delle bestie. Il campione avanza per raccogliere la sua corona quando la Morte gli si para sulla strada. Si alza l’Onnipotente per salvare il corridore solitario dal lasciare l’anima in pista? Perché rimane seduto sul suo Trono Onnipotente e Onnisciente mentre i resti vengono spazzati via dalla pista dal vento? È questo che siamo, figlia mia, polvere che sogna di essere roccia, roccia che sogna di essere montagna, montagna che sogna di essere nido di aquile? Che ne sarà ora dei tuoi aquilotti, mio sposo? Chi si alzerà a proteggerli quando il serpente si arrampicherà sulla rupe e la loro madre non saprà come difendere da sola i tuoi figli?”.

Cosa si poteva rispondere a quella donna? Quale pazzo avrebbe osato dirle ciò che quegli ignoranti visitatori dissero a Giobbe nella Bibbia?:

«Taci ormai, vecchio marcio. Se marcisci sarà perché sei più malvagio di tutti i diavoli messi insieme. Ci hai ingannati tutti con le tue elemosine e le tue farneticazioni. Grazie a Dio il Signore ci ha svelato la tua falsità e la tua ipocrisia. Per questo ti punisce il Dio che hai cercato di ingannare come hai fatto con noi. Taci e soffri».

Ma guarda un po’, amici miei! Hanno voluto costringere il povero Giobbe a riconoscere che la miseria nasce dalla miseria, che chi possiede trattiene ciò che ha perché lo possedeva già, che nessuno è forte per capriccio, ma che la felicità o la sventura di una persona ne determinano il valore. Secondo questi saggi, i poveri sono tutti peccatori pervertiti, corrotti e viziosi che meritano ciò che soffrono; i buoni sono tutti felici, vivono nell’idillio, possiedono l’oro, detengono il potere, sono i migliori, gli eletti della provvidenza, la stirpe nata per essere felice, e sono felici perché sono buoni, e

«All’Indistruttibile, all’Invincibile spetta l’ultima risata», rispose loro Giobbe. «Di cosa e perché ridete? Quale luce siete venuti a portare ai miei occhi? Volete condannarmi per ciò che ho fatto? Ignoranti, sto subendo una punizione per ciò che non ho fatto».

La tragedia di Giobbe non stava nella caduta delle mura della sua fede al suono delle trombe dell’Inferno. Questo non era il suo problema. Giobbe era una fortezza eretta sulla roccia. Non una roccia qualsiasi: quella era il suo Dio. A prova di bomba, la sua fede rimaneva intatta. Il problema che gli lacerava l’anima era non sapere cosa stesse accadendo, a cosa fosse dovuto quel cambiamento nell’umore del suo Dio. Perché il suo Dio lo aveva abbandonato nudo e in balia di se stesso di fronte a un nemico armato fino ai denti? Il guerriero segue il suo Eroe e Re sul campo di battaglia e, in un angolo del crocevia, il suo Re gli volta le spalle come chi sacrifica una pedina sull’altare della vittoria?

Questo dilemma, proprio questo dilemma, era ciò che stringeva per la gola l’anima della Vedova di Giacobbe di Nazaret. Lottando contro le tenebre con l’unica arma divina a disposizione degli esseri umani, la parola, la madre della Vergine cercava la risposta al perché la Morte le avesse portato via il marito. E non la trovava.

«Perché il nostro Dio non fa nulla, Maria? Perché lascia che il serpente si arrampichi sulla rupe e perché gli rende le cose più facili eliminando il padre dei suoi cuccioli? Lui non la vede avvicinarsi, figlia mia? Perché il Dio di tuo padre non ha afferrato l’arco e la freccia e con il fulmine del suo sguardo non ha fulminato la Bestia? La freccia ha mancato il bersaglio, è stata deviata dal vento e, cercando il drago, ha ucciso l’eroe?

«Dimmi, figlia mia, poiché la mia anima è amareggiata e i miei occhi non riescono a scorgere i piani reconditi dell’Onnisciente: ma cosa siamo, Maria? Perché si esige la comprensione di un dio da una creatura di argilla condannata alla polvere per aver mangiato una mela? Non guardarmi con quegli occhi, non rimproverarmi se il mio cuore sanguina parole. Cosa sgorgherà dalla ferita della Cerva dell’Alba quando, al sorgere del mattino, il cacciatore la inseguirà nell’ora delle prime gioie? Non sarà forse maledetta la freccia che penetra nel petto della colomba che sale sul cavallo del vento, trotta per i cieli e torna felice alla casa del suo signore? Ecco che arriva, figlia mia, ecco che la colomba raggiunge il braccio del suo signore, ecco che anche il dardo assassino solca l’aria; il suo signore ha il potere di catturarla in volo, ma guarda, non fa nulla, rimane immobile come se quella fosse la ricompensa per aver compiuto la sua sacra missione, e già la figlia di Mercurio cade nella polvere ai piedi di chi le volta le spalle. Non dirmi di tacere, Maria, non vedi che altrimenti muoio?”.

So solo che non so nulla; anche se si dice che Dio abbia creato l’uomo e la donna perché si amassero e non si separassero mai, si dice anche in giro che il Diavolo abbia giurato di rendere impossibile quell’amore. Ma in questo mondo ci sono persone che sono sorde e non capiscono, non si rendono conto di nulla, ridono delle corna del Diavolo e sfidano la morte a spezzare ciò che Dio ha unito con legami più forti delle parole del Serpente.

Anna, la vedova di Giacobbe, e Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, futura madre di Gesù Cristo, hanno vissuto questa sfida. Una volta che si conobbero, se non si fossero sposati sarebbero morti, e quando si sposarono non riuscivano più a concepire l’idea di vivere l’uno senza l’altra. Ogni anno trascorso insieme hanno adorato il Dio che ha trasformato una costola, una semplice costola, in qualcosa di così bello come quell’amore.

 

 

LA MORTE DI GIACOBBE DI NAZARETO

Genealogia del Salvatore: Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo: Abramo generò... Davide; Davide generò... Zorobabele; Zorobabele generò Abiud, Abiud generò Eliakim, Eliakim generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliud, Eliud generò Eleazar, Eleazar generò Matán, Matán generò Giacobbe, e Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale nacque Gesù, chiamato Cristo.

 

Giacobbe, figlio di Matán di Nazaret, morì pochi mesi dopo la nascita del figlio maschio che lui e sua moglie Anna avevano tanto sognato, per il quale non avevano smesso di lottare finché non l’avevano avuto. Sappiamo bene che la storia della coppia, quella di partorire un maschio, è un luogo comune. Ma in quei giorni di terrore fiscale e di siccità lunghe come il deserto del Sahara, un uomo non poteva che sognare di avere un figlio maschio. Per trasmettergli tutta la sua conoscenza dei lavori dei campi, per appoggiarsi alle sue braccia giovani quando le proprie, ormai vecchie, non sarebbero più state in grado di trainare il carico. Certo, ci sono sempre i generi; ma non è la stessa cosa. Non è la stessa cosa essere visto come un peso dal proprio figlio, rispetto a quando è il figlio nato dal proprio grembo a prendersi cura di te. Né è la stessa cosa lasciare tutto ciò che i tuoi genitori ti hanno lasciato a tuo figlio piuttosto che al figlio di uno sconosciuto. A chiunque pensi che quegli uomini fossero antiquati, ignoranti della vita, che non sapessero che una donna può fare ciò che fa un uomo, o addirittura meglio, a questa gente moderna la cosa migliore che si possa offrire è il silenzio.

Facendo orecchie da mercante all’intelligenza di tanti moderni, sempre rivolti verso il sole dei secoli, Giacobbe di Nazaret e sua moglie corsero dietro al bambino, incantati di goderne pur essendo antiquati. E lo raggiunsero, eccome se lo raggiunsero. Lo chiamarono Cleofà perché, vedendolo per la prima volta tra le braccia di sua madre, a Giacobbe ricordò il suo suocero. Per quanto riguarda l’aspetto fisico, cosa si può dire del loro bambino? Il ragazzo più bello del mondo, naturalmente.

Ebbene, si sentivano già tutti a casa di Maria in paradiso quando all’improvviso a suo padre venne quel sonno sotto quel fico. Quanto erano felici papà e mamma! Cinque bambine come cinque soli, tutte sane, tutte allegre, tutte che giocavano con il pupazzo che i genitori avevano comprato loro. In carne e ossa. Piangeva, faceva pipì per davvero, chiedeva il burro, faceva la cacca. Una gioia. E all’improvviso, mentre erano tutti a casa come in paradiso, al papà viene voglia di morire. Una tragedia. Che peccato! Il diavolo in persona che attaccasse la casa da ogni parte non avrebbe potuto ferire così tanto la madre di quelle sei creature. Il dolore della vedova era tanto più profondo in quanto non aveva nessuno della sua famiglia al suo fianco; nella sua disperazione si sentiva già assediata da un nemico invincibile che le imponeva la resa immediata o la distruzione totale della sua casa. Se solo avesse avuto al suo fianco i suoi genitori, o sua zia Elisabetta. Ma no, nessuno. E chi era lei a Nazareth? Nonostante gli anni, la moglie di Giacobbe continuava a essere un’estranea, la forestiera che aveva portato via al paese il suo scapolo d’oro.

«Con quanto erano belle loro, andarsene a sposare uno di fuori; per di più una piccolina, che sembra una sciocca», si consolavano le ragazzine di Nazareth. «Molto raffinata. Molto educata. Vedremo quando inizierà a partorire e dovrà mandare avanti da sola la casa del suocero, che ne sarà delle sue maniere e del suo faccino da principessa della Città Santa». Cose di paese: non ti vogliono male, ma non ti augurano nemmeno nulla di buono. Chiunque venga da fuori deve rendere conto ai vicini delle proprie intenzioni. Tutto deve adeguarsi alle regole della comunità; la tradizione comanda.

La vedova di Giacobbe di Nazareth non le conosceva forse tutte? Non l’avevano forse tenuta d’occhio durante gli anni di magra, come chi aspetta che l’eroe crolli per godersi lo spettacolo di quelle due torri che mordono la polvere come un qualsiasi campanile di paese? Quale consolazione avrebbe potuto trovare la Vedova in coloro che stavano già facendo i conti e calcolando come potersi spartire il patrimonio del defunto? Quanto le avrebbero offerto per i vigneti? Quanto per gli uliveti? Quanto per i terreni aridi?

«Perché uccidiamo il miracolo della nostra esistenza quotidiana con giudizi contro il prossimo, figlia mia? Chi sa quanti saranno i nostri giorni in questo mondo? Solo il Signore lo sa; ma dalla sua bocca non esce mai quel numero. Ti immagini se ti sorprendesse mentre critichi a morte la tua vicina, o mentre lanci la prima pietra? Non sarebbe più bello se il nostro Signore Dio ti sorprendesse a condividere il tuo pane con il povero?”, diceva la madre alla figlia Maria, mentre cucivano, da sole. Eppure ora era la madre a chiedere alla figlia di essere gentile con lei e di non negare ascolto al dolore della sua anima.

«Lasciami morire, Maria. Non preoccuparti se la mia anima se ne va con parole spezzate. Il Signore mi ha portato via mio marito lasciandomi sola con i suoi sei figli. Perché i miei occhi dovrebbero trattenersi e il mio cuore invidiare la roccia che l’Onnipotente ha per cuore?

«Figlia mia, è facile, dalle nevi, guardare la valle che arde in estate. Quando mai l’Onnipotente si è messo nei panni del soldato che cade nudo sul campo di battaglia difendendo la propria vita per l’onore della sua anima di argilla tenera e umida? Com’è facile per l’ e sedersi sul trono del giudizio a firmare sentenze! Il Signore è lontano dalla debolezza umana, le nostre passioni non Lo toccano. Se fa freddo, Egli non trema; se fa caldo, non suda; se Gli scagliano una freccia, non Lo colpisce; se dorme, nulla Lo turba. Che ne sa l’Indistruttibile della fragilità della nostra esistenza? Non vedi, figlia mia, che la valle si nutre delle nostre lacrime?

«Perché dovrei reprimere il mio dolore e legare la mia lingua alla paura? Il guerriero non corre forse incontro alla morte? Che Dio mi uccida, che mi restituisca la vita del mio uomo; perché non fa nulla, perché rimane vigile dall’altra parte del precipizio? Su quali ragioni, figlia mia, l’Eterno fonda il suo silenzio e il suo comportamento impassibile? Se almeno si elevasse come un sole e parlasse con la voce della tempesta e dalla sua anima i raggi della sua saggezza tessessero nel firmamento nuvole gravide di intelligenza. Ma no, figlia mia, che la tempesta si infuri, che le terre tremino, che le montagne crollino e seppelliscano città e villaggi, o che il mare si scateni e sommerga le isole con la loro gente, il Signore, irraggiungibile, indistruttibile, non muove un sopracciglio. Vede il disastro e tutto ciò che offre è un fazzoletto da lutto con cui chiede perdono per non aver anticipato il movimento del Serpente?

«Dimmi, figlia mia, che non è stato Lui a scagliare la freccia che ha ucciso l’aquila e ha lasciato in balia del diavolo il nido dei suoi aquilotti. Ma non negarmi il diritto di lamentarmi della sorte delle mie figlie sul cadavere del mio defunto».

Tornata da sua madre, Maria consolava la Vedova in questo modo:

«Siamo tutti uguali ai Suoi occhi, madre. Unici lo siamo solo agli occhi dei nostri genitori. Noi creature guardiamo solo fino a dove arrivano i nostri occhi, ma Lui porta sulle Sue spalle il peso di tutti noi. A tempo debito Egli si leverà, madre. E i Suoi piedi risplenderanno dello splendore dell’eroe vestito per la guerra contro colui che ha strappato il suo uomo alla nostra madre Eva. So di essere giovane, madre, ma credimi per tutto l’amore che provo per Lui: il Dio di mio padre non permetterà che la casa di mia madre crolli. Basta così, madre, asciuga le tue lacrime. La Morte porta via i migliori pensando che, lasciando i malvagi, ci lasci noi piccoli senza protezione contro i tiranni. Ignora che, quando se ne vanno, i buoni vanno in Paradiso a prendere le armi degli angeli. Papà ci ha difese come un uomo e ci ha fatto andare avanti. Mio padre difenderà ora le sue figlie e il suo bambino con la spada dei cherubini. Mamma mia, basta ormai, non guardi più il suo cadavere».

La vedova ascoltava le parole della figlia maggiore come chi riceve baci da lontano.

Furono Maria e sua sorella Giovanna a trovare il padre seduto contro il tronco di quel fico. A dire il vero, non era proprio il periodo del raccolto; ma a Giacobbe di Nazareth piaceva raccogliere i primi fichi della stagione; diceva che fossero i migliori per fare il pane di fichi.

Giacobbe sellò l’animale. Partì da solo verso i campi con la brezza mattutina. Il fico si trovava dall’altra parte delle colline, guardando dalla collina di Nazareth, proprio di fronte. Incantato dalla vita, quel brav’uomo salutò sua moglie. Le sue due figlie maggiori gli avrebbero portato il pranzo e lo avrebbero aiutato a riempire i cesti. Fino a quel momento, beh, un bacio, un arrivederci.

Vedendolo partire in quel modo così bello, chi avrebbe mai potuto immaginare che quell’uomo sarebbe tornato a casa… morto?

All’ora di pranzo Maria e sua sorella Giovanna si presentarono nei campi. Maria era più grande di Giovanna di un anno ed entrambe erano due ragazze in fiore. Maria e Giovanna cercarono il padre e lo trovarono seduto all’ombra di quel fico.

«Lo lasciamo dormire ancora un po’, Juana? Raccogliamo noi i cesti», disse María.

Le due sorelle si misero al lavoro. Finirono di raccogliere i cesti, senza che il padre si svegliasse. Ma lui proprio non si svegliava.

«Papà dorme proprio tanto oggi, vero, María?», disse Juana.

Si diedero da fare lavorando ancora un po’. Alla fine cominciarono a guardarsi preoccupate.

«Sarà successo qualcosa a papà, Juana?». E così la maggiore delle due andò a vedere cosa fosse successo al padre.

Non ho intenzione di diventare sdolcinato come chi vuole conquistare il lettore strappandogli un mare di lacrime. Chi più chi meno ha già affrontato le pratiche di un funerale e sa quanto faccia male perdere ciò che la Morte non avrebbe mai dovuto portar via. Ma fu lei, María, inginocchiandosi per svegliarlo, a scoprire la verità nel pallore del volto di suo padre.

La ragazza non gridò, non si spaventò. Prese la testa del defunto tra le braccia, gli cullò il corpo, gli baciò la fronte, guardò sua sorella Juana che si avvicinava in lacrime. Juana si strinse a sua sorella María e María si lasciò abbracciare finché Juana non si sfogò e insieme riuscirono a ricomporre le loro anime.

«Vai a casa, Juana, e racconta alla mamma cosa è successo», chiese María alla sorella.

Juana montò sull’asinello e, piangendo con il cuore straziato, corse tra le colline. Nel frattempo Maria rimase sola con il corpo di suo padre, sotto quel fico, accarezzando il volto di colui che per lei era l’uomo più meraviglioso del mondo, che se n’era andato senza dare a sua moglie e alle sue figlie la possibilità di dirgli per l’ultima volta quanto lo amavano.

«Che ne sarà ora del tuo bambino, padre? In quali occhi troverà l’immagine divina dell’uomo che noi, tue figlie, abbiamo scoperto in te?», sussurrava la giovane Maria rivolgendosi al Cielo.

Come ho detto, un nemico crudele e sadico che avesse raso al suolo la casa non avrebbe causato alla Vedova di Giacobbe di Nazaret tanto dolore quanto il modo in cui la Morte le aveva portato via il marito. Se il suo uomo fosse morto difendendo i suoi cari in qualche guerra, o sacrificando la vita delle sue figlie al prezzo della propria, chi lo sa, ma morire in quel modo, senza preavviso, proprio quando avevano trovato la felicità, dopo aver superato un decennio di anni cattivi quanto il cuore di Erode.

A che vi racconto i litri di lacrime che la Vedova versò per tutto quel giorno e per tutta la notte di quel pomeriggio? Non vi è mai morta una figlia in fiore, o una sorella nel pieno della sua bellezza? La Morte non vi ha mai strappato la luce dei vostri occhi lasciandovi nelle tenebre più tempestose? Avreste dovuto ridere a crepapelle, battere le mani, con il cuore aperto a ogni speranza, e all’improvviso, da un giorno all’altro, un’ora prima che spuntasse l’alba, l’aurora si trasforma in una notte senza luna, la pianura si trasforma in un pozzo senza fondo e, guardando in basso, scoprite il volto del Serpente che vi dà il benvenuto.

Il fatto è che Jacob e Ana si erano amati fin dal primo giorno in cui i loro sguardi si erano incrociati. Fu amore a prima vista. Fu basta uno sguardo per capire che la ricerca era finita.

Jacob e Ana erano nati l’uno per l’altra; erano fatti l’uno per l’altra; erano le due metà dello stesso frutto. Era naturale che lui morisse innamorato di sua moglie come il primo giorno e che la Vedova lo perdesse più innamorata che mai di suo marito. E se a questo dolore si aggiunge il fatto che in casa non c’era più un uomo che si occupasse dei campi e del bestiame: ecco la ricetta magica all’origine delle lacrime amare che la Vedova versò nel cuore di sua figlia Maria nei due giorni che seguirono il funerale del padre; l’avete già letta.

 

IL VOTO DI MARÍA

 

Come le cattoliche di sempre, quelle donne ebree erano molto inclini a lamentarsi tragicamente per la morte di una persona cara. Non dico che sia un bene o un male, semplicemente era così. I romani, al contrario, usavano il funerale come pretesto per un banchetto, l’ultimo banchetto, l’ultima cena dei Cesari. Il banchetto d’addio a Cicerone negli affreschi della dimora del defunto a Pompei ci mostra i suoi parenti e amici che brindano alla salute del defunto. La corona dell’oratore sulle loro teste ricorda quella di alloro, ma intrecciata con rami di vite. Santo cielo, i romani avevano il cuore così duro che nemmeno la Morte riusciva a strappare loro una lacrima. Avevano bisogno di essere toccati dal bastone di Bacco per ricordarsi che erano uomini, in carne e ossa proprio come gli altri barbari del mondo. Finché non erano ubriachi fradici non versavano una lacrima.

Gli ebrei, al contrario della maggior parte dei popoli, preferivano vegliare il defunto a torso nudo, a petto in fuori. La distanza, l’allontanamento, l’assenza richiedono un tempo di distacco. Suppongo che l’usanza imponga la propria cultura e che ogni cultura la viva a modo suo. Gli ebrei, tra tutte le possibilità, scelsero quella più dolorosa: non seppellivano il defunto se non il terzo giorno dalla sua morte.

Le lacrime erano assicurate! E se poi si aggiungeva il caso che ci occupa, un uomo giovane, nel fiore degli anni, sposato e innamorato della sua vedova come il primo giorno, padre di sei figli, un uomo che non era mai stato malato, un uomo che non sembrava mai stancarsi, che morì senza avere nessuno che si occupasse dei suoi campi, che se ne andò proprio quando la tempesta si stava placando, mettete tutti questi elementi nello stesso shaker, agitatelo, e il risultato sarà esplosivo. L’esplosione scatenata dalla morte di Giacobbe di Nazaret la scoprirete subito; le sue conseguenze perdurano ancora oggi.

C’era la vedova stessa. Fin da ragazzina la madre della Vergine era stata molto capricciosa. Il giorno in cui suo padre, Cleofa di Gerusalemme, le proibì persino l’idea di pensare di sposare l’uomo che sarebbe stato il padre delle sue bambine, è certo come che piove che la giovane fidanzata corse via in cerca di sua zia Elisabetta, per le strade di Gerusalemme lasciando una scia di lacrime spezzate.

La zia Elisabetta, moglie di Zaccaria, futuro padre di Giovanni Battista, la conosceva già. Non a caso Anna era sua nipote. La zia Elisabetta, guardando la nipote negli occhi mentre le asciugava le guance di Maddalena, ormai in preda al pianto, sorrise.

«Ma dai, ragazzina, mi dici cosa ti succede? Quando ti scatti in questo modo ti dimentichi che io non so nulla. Piangiamo insieme o rido di te finché non ridi con me?». Zia Elisabetta amava sua nipote Anna con una tenerezza divina.

Quella donna, zia Isabel, voleva bene a sua nipote più delle mura di Gerusalemme, più delle nuvole del cielo primaverile, più delle stelle del mattino e della sera messe insieme; le voleva bene più dei suoi vestiti e più dei suoi oggetti d’argento, ma ogni volta che la sua Anita le si gettava addosso in quel modo, non sapeva se unirsi al suo broncio o scoppiare a ridere delle sue lacrime. Non è che a ogni cambio della guardia sua nipote Ana le inondasse il deserto con torrenti di acqua salata. La verità era che quando si agitava in quel modo, al punto da non riuscire nemmeno a pronunciare una parola, e bisognava darle il tempo di calmarsi, significava che era successo qualcosa di davvero grave alla sua Anita.

La morte del padre delle tue bambine, solo due delle quali ragazze, le altre ancora piccole, e un neonato che dava del filo da torcere, in verità, è davvero un buon motivo per piangere fino a quando le ossa non si seccano.

Accadde proprio questo: la Vedova, la madre della Vergine, sprofondò nelle profondità della disperazione comprensibile in quel caso. Per un po’ rimase muta. Non disse nulla, si limitò a piangere abbracciata a quella creatura che non avrebbe mai conosciuto suo padre. Con Cleofa tra le braccia, la Vedova di Giacobbe di Nazaret piange tutto il giorno e tutta la notte.

Disperata, si vede circondata da un’oscurità densa e fatale; affranta, immagina già la casa del suo defunto divorata dalle tasse; distrutta, a pezzi, si vede già vendere le sue bambine per salvarle dalla rovina.

Erano tutte figlie di Davide; in un’epoca in cui non bastava essere ebrei, ma bisognava dimostrarlo, avere come moglie una figlia di Davide era un passaporto per i benefici che Cesare aveva concesso agli ebrei in segno di gratitudine per avergli salvato la vita contro l’ultimo dei faraoni.

Ve lo racconto.

Inseguendo Pompeo, Giulio Cesare si ritrovò nei guai. Si vide Cesare correre come un pazzo dietro a Pompeo. E guarda un po’, Cesare approdò in Egitto. A quel tempo il fratello della faraona aveva appena ucciso Pompeo. Questo stesso faraone, che aveva appena giustiziato Pompeo, venne da Cesare e se la prese con lui. Credo che il fratello di Cleopatra abbia persino osato dichiarare guerra al Conquistatore della Gallia.

Come è noto, contro ogni speranza quel faraonetto stava per mandare Cesare nell’Eliseo dei famosi generali romani. Fu allora che il padre di Erode riuscì a radunare migliaia di cavalieri, ad attraversare il deserto del Sinai al galoppo e a caricare contro il fratello di Cleopatra, rompendo l’accerchiamento e salvando Cesare dal pericolo. Come ricompensa, Giulio Cesare concesse agli ebrei una serie di privilegi imperiali, come l’esenzione dal servizio militare, la libertà di movimento per la decima del Tempio, ecc.

La condizione sine qua non per beneficiare di tali privilegi era essere cittadini della Giudea, provincia romana.

Astuti come volpi, sfuggenti come anguille, gli ebrei trovarono molti modi per falsificare i documenti. Tra tutti i modi immaginabili per ingannare l’Impero, il più semplice era quello di acquistare documenti falsi, che qualsiasi burocrate impiegato presso il Registro del Tempio di Gerusalemme ti forniva per una manciata di dracme.

Ma c’era un altro modo, ancora più economico.

Quale modo migliore per entrare a far parte della lista dei privilegiati se non dichiararsi discendente del re Davide? E per chiudere il cerchio in modo ancora più perfetto, aggiungere di essere nato a Betlemme di Giudea, «per favore».

E c’era ancora un’altra formula, persino migliore, più piacevole: naturalmente, comprare dal re Davide una figlia come moglie,

Le discendenti del re Davide erano quindi molto richieste; se si pagava bene per una figlia di Davide, quanto si sarebbe pagato per una vera figlia del re Salomone? E non una qualsiasi, non una solo di nome: stiamo parlando della vera e autentica discendente del mitico re Salomone.

Una pratica così comune all’epoca, quella di vendere le figlie al miglior offerente, alla vedova di Giacobbe di Nazareth sembrava equiparare la donna al bestiame. Per Giosuè e le settecento trombe che abbatterono le mura di Gerico, avrebbe venduto le sue bambine per denaro? Lei che si era sposata per amore e conosceva quanto fosse dolce il matrimonio per amore e solo per amore?

L’idea le lacerava l’anima.

Tuttavia, la Vedova non riusciva a immaginare come avrebbe potuto salvare le sue figlie dal destino di essere trattate come bestie che si comprano e si vendono nel mercato delle passioni umane. Più ci pensava, e più il cadavere del suo defunto non smetteva di ricordarglielo, più amare le sembravano le lacrime per il futuro che attendeva le sue bambine. C’era anche il bambino.

«E che ne sarà della mia Cleofà senza tuo padre, Maria? Che ne sarà della casa di tuo padre, figlia mia?», confidava la vedova di Giacobbe di Nazaret nel cuore di sua figlia Maria.

Tra madre e figlia, che vi posso dire?, la figlia sembrava la madre. Maria abbracciava sua madre e la consolava con parole piene di tenerezza e saggezza. Eppure quella ragazza era nel fiore degli anni.

Maria era una creatura che in questo mondo non aveva conosciuto altro che gioie. Aveva amato suo padre alla follia e, vedendola consolare le sue sorelle e la propria madre, chiunque avrebbe detto che ancora non riuscisse a credere a ciò che stava accadendo.

«Papà dorme, Juana», fu la prima cosa che le uscì dal cuore quando lo trovarono morto.

«Papà è in Paradiso, lì ci aspetta tutte, Ester è già lì, vieni qui Rut, calmati Noemí», diceva alle sue sorelline mentre tratteneva le lacrime.

La ragazza lasciava le sorelle con Juana e andava dalla vedova:

«È tutto a posto, mamma; papà è in Cielo. Il suo Dio non permetterà che le sue figlie vengano vendute come schiave», sussurrava all’orecchio di sua madre, asciugandole le lacrime con dei baci.

«Figlia mia», cercava di articolare la Vedova. Ma non riusciva mai a finire la frase, si scioglieva in singhiozzi e tornava alle sue tenebre, quelle che avvolgevano la sua casa e dipingevano l’orizzonte della sua famiglia con i colori tormentati di una visione macabra.

Il risultato della naturale disperazione della vedova di Giacobbe di Nazaret fu il seguente.

La visione tenebrosa che la Vedova si era fatta sul futuro delle sue figlie corrispondeva alla realtà di tutti i giorni. La morte del capofamiglia costringeva le vedove a consegnare le proprie figlie al pretendente che mettesse più denaro sul tavolo, a prescindere dall’età dell’acquirente. Era la verità e non c’era bisogno di rifletterci oltre. Dal punto di vista del maschio ricco, più vedove c’erano, meglio era: così avrebbe avuto più «merce fresca e giovane» tra cui scegliere.

Il mondo era fatto a immagine e somiglianza delle passioni dei potenti e tutto ciò che si dice contro questo non ci porterà da nessuna parte. A peggiorare le cose, con le leggi sul divorzio approvate di recente, la carne femminile veniva acquistata per essere usata e gettata via; veniva consumata a piacimento del consumatore e poi i resti venivano gettati via affinché chi veniva dopo potesse succhiarne le ossa. E guai a chi non seguiva l’esempio! Nelle classi alte, avere una sola moglie era segno inequivocabile di cospirazione contro Erode.

«Quello si è sposato una sola volta? E non si conosce almeno una seconda o una terza moglie? Sicuramente quello cospira contro Sua Maestà, Altezza». Per ragioni così assurde, in quei giorni le teste degli ebrei rotolavano per le strade di Gerusalemme.

Non era qualcosa che la Vedova si stesse inventando. Lei era di Gerusalemme, apparteneva all’alta società, conosceva questa realtà da vicino tanto quanto il fatto che suo marito giaceva morto davanti alle sue figlie.

«Basta così, non piangere più, non è poi così grave, tutto si risolverà, il Signore non permetterà che ciò accada». Parole molto belle, di cui la Vedova era grata. Lei sapeva solo che appena un giorno prima si era alzata con la gioia della donna più felice del mondo e non erano passati nemmeno due giorni, ed eccola lì… la Vedova!

«Lasciami piangere, figlia mia. Non vedi che se non lo faccio morirò?», supplicava inconsolabile la vedova alla figlia Maria.

Approfittando di un momento di calma, mentre Juana e Maria erano sole con la madre, Maria, figlia di Giacobbe di Nazareth, aprì bocca.

Di ciò che sto per dire il Cielo mi è testimone, e che mi mandi nell’orrendo Inferno se invento anche solo una parola. La notte di quel giorno, durante la veglia funebre per la morte di suo padre, la figlia maggiore della Vedova di Giacobbe di Nazareth legò la propria vita a un albero che aveva il potere di impiccarla se non avesse adempiuto al Voto che aveva impresso nel cuore di sua madre e di sua sorella Giovanna.

Maria avrebbe potuto tacere; era in suo potere portarsi un dito alle labbra e non sottoporsi alla prova. Ma non era nella natura della figlia di Giacobbe resistere agli impulsi della propria personalità. Preferiva accettare le conseguenze in tutta la loro severità.

Nessuno le stava ascoltando, erano sole le tre davanti a Dio. Per questo vi ho detto che chiunque voglia essere sicuro di ciò che scrivo, ecco che c’è Dio stesso che ha preso in parola la figlia di Giacobbe di Nazaret per confermarmi o smentirmi. Che Dio si presenti come Giudice è naturale, che intervenga come Testimone è qualcosa di straordinario. Ai coraggiosi, tuttavia, spetta la gloria.

E continuo.

Lì, davanti a sua sorella Giovanna, Maria giurò a sua madre che ciò – che le sue figlie fossero vendute come schiave al miglior offerente – non sarebbe mai accaduto alle sue sorelle; prima il Diavolo avrebbe dovuto detronizzare l’Altissimo, l’Inferno conquistare il Paradiso, oppure sarebbe accaduto quando il cuore di Erode fosse stato elevato agli altari.

La fede della figlia di Giacobbe di Nazaret era così grande, la sua fiducia nel Dio di suo padre era così innocente che non le entrava in cuore che il suo Signore potesse abbandonare la sua famiglia in balia del mondo.

Allora, con grande serenità, con la serietà di una persona adulta, lei, Maria De Salomón, figlia di Giacobbe di Nazareth, prese a testimone il Dio di suo padre e, davanti a sua madre e a sua sorella Giovanna, giurò, invocando la Legge di Mosè contro se stessa se avesse infranto il suo voto, che lei, Maria De Salomón, non si sarebbe tolta il velo di lutto per la morte di suo padre finché non avesse visto sposate tutte le sue sorelle, e che non avrebbe firmato il proprio contratto di matrimonio finché non avesse visto sposato e con figli il suo fratellino Cleofa.

Anzi: non si sarebbe sposata finché non avesse visto i figli del suo fratellino Cleofà che saltellavano allegramente, tutti felici e contenti in quella stessa stanza dove ora il dolore regnava trionfante. Fino a quel giorno non si sarebbe tolta il velo di lutto per suo padre.

La vedova alzò lo sguardo verso l’infinito. Juana guardò sua sorella con lacrime di eternità negli occhi. María De Salomón continuò dicendo:

«In memoria di mio padre ti giuro, madre, che le mie sorelle non conosceranno alcun sposo. Quando usciranno dalla casa di mio padre, se ne andranno gioiose tra le braccia di quell’amore che hanno vissuto i loro genitori e di cui noi figlie abbiamo bevuto fino a saziarci. Nessuno comprerà le figlie di Giacobbe. Consola la tua anima, mia madre. Quel bambino che hai tra le braccia sceglierà tra le figlie di Eva la più bella. Che il Signore mi punisca se venirò meno alla mia parola: mi dia come sposo l’uomo più malvagio del mondo. Non spezzarti più il cuore, madre; non offendere il Cielo incolpando Nostro Signore della nostra sventura, affinché mio padre non debba chinare il capo davanti ad Abramo per l’offesa che recano le lacrime che non finiscono mai. Mio padre cammina tra gli angeli e ai piedi del suo Dio chiede clemenza per la sua casa. Diglielo tu, Juana».  

 

 

TITA ISABEL A NAZARET

 

La notizia della morte di Giacobbe di Nazareth si abbatté sulla casa dei suoi suoceri e degli altri parenti di Gerusalemme con la forza di un ciclone senza occhio che distruggeva alla cieca case e raccolti. Cleofa e sua moglie, nonni di Maria da parte di madre, volevano correre subito a Nazareth.

La prudenza consigliava a Zaccaria e alla sua famiglia di mantenersi a distanza, di recarsi a Nazaret più tardi, di rimandare a un’occasione più propizia, per non destare sospetti alla corte del re Erode se fossero andati tutti insieme. Qualsiasi spia del re avrebbe potuto trovare strano che un personaggio del calibro del figlio di Abia si interessasse alla sorte di un semplice contadino della Galilea. E attirare l’attenzione del tiranno sulla casa della Figlia di Salomone era l’ultima cosa che Zaccaria potesse permettersi.

«Fai come vuoi, uomo di Dio», con queste parole Elisabetta chiuse la discussione con il marito sull’opportunità o meno di lasciare Gerusalemme in quel momento. «Fai come vuoi», gli ripeté Elisabetta, «ma questa figlia di Aronne ora va di corsa ad abbracciare la bambina del suo cuore».

Isabella, moglie di Zaccaria, futura madre di Giovanni Battista, sorella maggiore della madre di Anna e, di conseguenza, zia materna della Vedova, era, per queste coincidenze della Vita, zia-nonna della Vergine.

Proprio come Zaccaria, suo marito, Elisabetta apparteneva alla casta di Aronne, tra i cui membri venivano scelti quelli del Sinedrio. Con questo non intendo dire altro se non che l’educazione della futura madre del Battista non corrispondeva a quella che di solito ricevevano le altre donne ebree. E se a ciò aggiungiamo il fatto che Elisabetta era stata predestinata fin dal grembo materno a diventare la moglie del padre del Battista, credo che da questa prospettiva della Provvidenza le porte del tempo si aprano a chiunque osi varcarle.

Ebbene, è proprio così: Elisabetta di Gerusalemme, prozia della Vergine, era la sorella maggiore della madre della vedova di Giacobbe di Nazaret.

E così avvenne; Elisabetta si mise in viaggio di corsa verso Nazareth in compagnia di Cleofa e di sua moglie, genitori di Anna, madre di Maria.

Cleofa, padre della vedova, era quindi il cognato di Elisabetta.

Cleofas aveva sposato la sorella minore di Elisabetta e insieme avevano avuto Anna, la loro nipote Anna, la loro stella dell’alba, la luce negli occhi di quella Elisabetta che aveva pianto tanto per l’impossibilità di avere figli.

Quando Elisabetta, Cleofa e sua moglie arrivarono a Nazareth, il padre della Vergine giaceva già nella sua tomba. Gli abitanti di Nazareth, dal canto loro, erano tornati alla loro vita quotidiana.

L’arrivo dei suoi genitori e di sua zia Elisabetta risvegliò nuovamente negli occhi della Vedova quel fiume di lacrime che giaceva ormai addormentato come morto, e che solo in rare occasioni tornava a scorrere quando i visitatori si fermavano a consolarla. Non sapeva, non poteva, non voleva vivere senza suo marito.

Per la vedova di Giacobbe di Nazaret, la zia Elisabetta era quella persona che tutti i figli rimpiangono nei propri genitori. Ai genitori si rende onore, ma a quell’altra persona si confessa tutto. Era quindi logico che fosse proprio alla zia Elisabetta che la vedova rivelasse l’accaduto.

Come sempre, dopo i pasti.

Il Cigüeñal, la Casa di Abiud, figlio di Zorobabele, figlio di Salatiel, figlio di Salomone, re e padre biblico della famiglia della Vergine, era una tenuta dei tempi feudali persiani. Ad eccezione dei granai, l’intero edificio era in pietra lavorata.

Dove oggi sorge il bunker dell’Annunciazione, ieri si ergeva una dimora a metà tra una tenuta e una fortezza.

Il salone principale del Cigüeñal di Nazaret aveva le pareti adornate dagli stemmi più antichi e imponenti. Ce n’erano di tutti i periodi trascorsi dall’Impero di Nabucodonosor II a quello di Cesare I. Inoltre, contro una delle pareti del salone principale del Cigüeñal, i muratori di allora avevano scavato un camino grande come una grotta. Davanti al fuoco di quel camino erano sedute Tita Isabel e sua nipote Ana. Cleofás e sua moglie avevano portato i nipoti a letto.

La Vedova si mise allora all’opera. Se le pareti potessero parlare, direbbero che la Vedova preparò in un attimo una quantità di stufato tale da sfamare mezza Africa.

Tita Isabel trovava sempre il modo di arginare quelle lacrime torrenziali; non a caso quella era la sua bambina. Beh, era la figlia della sua sorella minore, ma era come se fosse la figlia che lei non aveva mai avuto. Isabel voleva bene a sua nipote Ana più di quanto ne avrebbe voluto alla propria figlia. È un modo di dire. Ma quella storia di scoppiare a piangere, sprofondare in un silenzio eterno, poi scoppiare di nuovo, quella non era normale.

«Che ti succede, Anita?», le chiede Isabel preoccupata. «Perché hai aspettato che i tuoi genitori se ne andassero per scoppiare a piangere in questo modo? Ora siamo sole. Dai, dimmelo». Isabel stava cercando di capire cosa fosse successo a sua nipote.

La Vedova apre le labbra. Le apre, sì, ma non riesce mai a formulare una frase coerente.

«La mia María… Tita…»

«Che le è successo alla tua María, Anita?»

«Tita… io… la mia María…»

La Vedova non riusciva mai a concludere la frase. Con il carattere che aveva la moglie di Zacarías, era incredibile che avesse quella pazienza infinita con sua nipote Ana.

«Quando ti sarai calmata, me lo racconterai, figlia mia».

Questo accadde molto tempo dopo.

L’orso imbalsamato che occupava l’angolo del salone principale del Cigüeñal, se fosse stato vivo, si sarebbe già disperato. Sopra il caminetto, una testa di leone originaria dell’Assiria sbadigliava in attesa.

Isabel continua a guardare il fuoco mentre la Vedova riesce a terminare il racconto sul voto della figlia maggiore.

«Ripetimi quella storia, Anita», le chiede Isabel, assorta e meravigliata.

«Vedi, Tita? Lo sapevo che non ci avresti creduto», e la Vedova ricomincia da capo.

All’alba, finalmente la madre di Giovanni Battista viene a conoscenza dell’evento che avrebbe cambiato il corso della Storia Universale.

«Sì, Tita, la mia María non si toglierà il velo di lutto per suo padre finché non vedrà il mio bambino di pochi mesi sposato e ben sposato. Che cosa ho fatto, mio Dio? E tu sai bene com’è la mia María; se fosse un uomo, la sua parola sarebbe l’ultima cosa che infrangerebbe».

 

Quanto bene conosceva la Vedova la sua figlia maggiore!

  

LA CASA DI GIUSEPPE IL FALEGNAME

 

Addentriamoci ora un po’ nella storia di Giuseppe, futuro sposo della Madre di Gesù.

La famiglia dei falegnami di Betlemme conobbe un forte slancio economico in seguito alla nascita di Giuseppe. Questo non è il luogo adatto per entrare nei dettagli intimi della vita dei genitori di Giuseppe il Falegname. A tempo debito apriremo la porta come chi scosta un velo e vedremo faccia a faccia la verità di quell’intimità che per ora, e fino ad allora, lascerò in sospeso. Il motivo di questa scelta sarà chiaro più avanti. Per superare questo momento di transizione, diciamo che un’incursione troppo profonda nella vita dei genitori di Giuseppe il falegname interromperebbe il ritmo di questo racconto. Quindi andiamo avanti.

Eli, padre di Giuseppe, mise al mondo molti figli, maschi e femmine. L’uomo si trovava nel pieno della sua gioia quando un giorno anche le sue forze lo abbandonarono, e morì. Eli morì come muoiono tutte le cose, di stanchezza. Soprattutto in quei tempi la causa della morte degli uomini era il lavoro. Morivano sfiniti. C’erano le tasse, le decime, gli interessi. I lavoratori riuscivano a malapena ad arrivare sani ai quaranta; a cinquant’anni erano già mezzi morti. A sessant’anni erano ormai morti. Solo i ricchi e i tiranni arrivavano sani ai settanta. Chi arrivava a ottant’anni o era un santo o era un mostro. Eli, padre di Giuseppe, non era né l’uno né l’altro. Solo un altro lavoratore che vendeva a caro prezzo la propria vita contro assi e chiodi. Così, quando morì, il Cielo portò nella sua gloria un altro dei buoni.

Come vediamo, la Morte stava seguendo le orme dei propri nemici. Non avendo nessuno che brandisse la spada contro di loro, la Morte stessa si scagliava direttamente contro le due casate messianiche. Invisibile, silenziosa, colpiva con l’unica arma a sua disposizione: le forbici delle Parche. Cieca, la Morte scriveva pagine nere nelle vite delle famiglie dei suoi nemici. Ma dalla luce di colui che governa il destino dell’universo, Dio lasciava che il Serpente agisse a suo piacimento.

Ma lasciamo da parte le cronache dell’Inferno e della sua sconfitta. Torniamo con i piedi per terra. Per ricordare rovine e miserie c’è sempre tempo.

Dopo la morte di Eli, figlio di Matat di Betlemme, il diritto di primogenitura rese Giuseppe padre per i suoi fratelli e le sue sorelle. Questo diritto non comportava il dovere di rimanere celibe fino a quando l’ultimo membro della sua famiglia non avesse formato una propria famiglia. Infatti il matrimonio con la Figlia di Salomone – Maria era allora la sua promessa sposa – si avvicinava con il passare degli anni. Giuseppe doveva avere circa vent’anni quando suo padre partì per il Paradiso dei giusti. Maria ne aveva probabilmente un po’ meno.

Fu in quel periodo che morì il padre di Maria. E fu così che i due uomini che si erano giurati di far sposare i propri figli scomparvero improvvisamente di scena. Per tutta la vita avevano sognato di vederli sposati, e da un giorno all’altro una svolta del destino strappò loro quel sogno dagli occhi.

Che ne sarebbe stato da allora in poi del futuro di quel giuramento che Giacobbe di Nazareth ed Eli di Betlemme avevano fatto davanti a Zaccaria, figlio di Abia, sacerdote, marito di Elisabetta, zia della Vedova, zia nonna di Maria?

Scomparsi entrambi, morti coloro che si erano impegnati a unire in matrimonio Giuseppe e Maria quando Dio lo avesse disposto, Maria e Giuseppe erano liberi di andare avanti e di fare proprio o meno il giuramento dei loro genitori. Cosa avrebbero fatto? Come costringere Giuseppe a rimanere celibe fino a quando l’ultimo dei figli di Giacobbe di Nazareth non si fosse sposato?

«Figlio mio, sii saggio davanti a Dio e ai suoi servi. Nessuna ricompensa soddisfa la condizione dell’essere umano con maggiore pienezza che adeguare i nostri passi alla sua saggezza. Non siamo nulla, non siamo nessuno quando si tratta di soppesare la scelta tra assecondare i nostri desideri o quelli del nostro Signore Dio. Riponi la tua completa fiducia nella Sua Onniscienza, affida la tua fede al Suo braccio onnipotente, che non manca mai il bersaglio né sbaglia il colpo. Tu conosci la Sua volontà; non voltargli le spalle. Io me ne vado, ma Lui rimane e resta con te. Lui ti guiderà verso la vittoria delle nostre Casate. Il suo angelo scriverà nel suo Libro: «Disse Dio, e così fu», Giuseppe fu educato con consigli di questa natura.  

 

LA SIGNORA ISABELLA

 

Dopo la morte di Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, la Vedova si riprese. Sostenuta da zia Elisabetta, la Casa della Vergine di Nazaret superò la tempesta funesta che la Vedova aveva immaginato nel suo dolore durante il funerale del marito.

La signora Isabella, membro della classe aristocratica di Gerusalemme, esperta nel mondo degli affari e delle leggi ebraiche, si fece carico di tutto, smosse mari e monti e non lasciò Nazareth finché tutto non fu così saldamente ristabilito che era come se Giacobbe non se ne fosse mai andato.

Astuta come solo lei sapeva essere, con mezzi economici sufficienti a frenare i fratelli di Giacobbe che avrebbero potuto offrire alla Vedova di acquistare i terreni, Tita Isabel conservò per la figlia di Salomone, sua nipote di secondo grado, fino all’ultimo acro.

Grazie a Tita Isabel, la vedova non vendette nemmeno un fico. Tita Isabel era lì per assumere gli uomini quando arrivava il momento del raccolto, per firmare i contratti, per pagare gli uomini, per incassare i proventi delle vendite e, cosa più importante, per prendere sotto la sua ala la nipote Juana e insegnarle dalla A alla Z l’ABC degli affari.

Accadde così che Juana, la figlia successiva a María, accompagnasse la sorella maggiore al Voto. Ma Juana, a differenza di María, che era un’artista del cucito, ereditò il carattere risoluto del defunto padre; non si stanca né di imparare da sua zia Isabel come gestire gli uomini né di farsi strada nel mondo dei contratti; né si stanca di lavorare nei campi alla guida dei braccianti che lavorano per la sua tenuta. Molti scommettevano che, non appena la signora Isabel se ne fosse andata, la ragazza sarebbe crollata e, prima o poi, la vedova avrebbe dovuto vendere.

«Figlia mia, non dar loro retta», consigliò la zia Isabel alla sua pronipote Juana. «Gli uomini ci guardano come se la Saggezza non fosse nostra sorella. Poiché la prendono per moglie, credono che la Saggezza ci volti le spalle. Tu, non dar loro retta, Juanita. E se il sole dovesse picchiare forte e il raccolto fosse scarso, te lo comprerò tutto al prezzo di un raccolto d’oro. È molto semplice, figlia mia. Mantieni sempre una sola parola; se hai concordato di più per qualcosa che poi si è rivelato valere meno, mantieni la tua parola; hai detto tanto, tanto paghi. Lo stesso vale quando saranno loro a sbagliare con te. Hai concordato tanto, tanto incassi…»

Col tempo, la più giovane delle Vergini di Nazareth imparò a parlare con gli uomini che lei stessa assumeva come se fosse un’adulta.

Mai le terre del clan dei figli di Davide di Nazareth furono così fertili come in quegli anni dopo le grandi siccità.

Né i signorotti del Cigüeñal, la grande dimora sulla collina, erano mai stati vestiti meglio.

La signora Elisabetta, come ogni figlia di Aronne, era una maestra nell’arte di tessere mantelli senza cuciture. Era il mantello dei membri del Sinedrio. Moglie di un membro di spicco del Sinedrio, Elisabetta poteva assicurare alla sua pronipote Maria che il suo laboratorio di cucito sarebbe stato il più redditizio dell’intero regno.

«Ma Tita», le disse María, «non posso abbandonare la casa di mia madre».

«Figlia mia, non parlarne nemmeno», le rispose Tita Isabel.

Il fatto che, pur essendo la zia nonna, la chiamassero Tita era dovuto al carattere di Isabel stessa. Chiamarla «nonnina» la faceva sentire vecchia.

E così, tra le sue pronipoti Juana e María, il tempo trascorse per la signora Isabel. Se alla sua Juanita la signora aveva insegnato tutti i segreti degli affari e, a suo nome, aveva assunto un caposquadra che la aiutasse in tutto, e le aveva inculcato in testa che da Gerusalemme avrebbe seguito le sue mosse giorno per giorno, e per Dio che sarebbe andata in paradiso prima di vedere abbattersi sulle sue nipoti un’altra disgrazia; se alla sua pronipote Juana affidò la gestione dei campi, alla sua “nipote” María la fece sedere al suo fianco, e non la allontanò dal suo fianco finché la pronipote non imparò dalle mani di un’esperta in lavori sacri i segreti più reconditi del taglio e della confezione di un abito senza cuciture. La Ragazzina, che era di per sé un’artista, poiché aveva imparato il mestiere da sua madre, quando si congedò dalla «nonnina» non solo aveva ereditato uno dei misteri più gelosamente custoditi dalle figlie di Aronne, ma aprì anche il proprio laboratorio di sartoria a Nazareth.

Dal laboratorio di taglio e confezione della Vergine di Nazareth partirono per Gerusalemme alcuni dei mantelli senza cuciture, orgoglio della casta dei principi della Città Santa. Mantelli per i quali si pagava in oro sonante. Se ne possedeva solo uno, ed era per tutta la vita.

«Ma Tita, dove troverò i soldi per le sete e per i fili d’oro?», le chiese una volta Ella.

«Non ti preoccupare per nulla», le rispose la signora Isabel. «Quando ti affiderò l’incarico, ti manderò delle sete perché tu possa vestire tutte le tue sorelle, e un sacco di fili perché tu possa fare a tuo fratello una treccia con capelli d’argento. Se il Signore non mi ha dato figli, sarà per un motivo. Cosa credono gli uomini? Per il figlio di Natán, tutto.» Figlia mia, hanno regalato al tuo Giuseppe un puledro iberico che già un generale romano vorrebbe per sé. Con lui, con il tuo Giuseppe, abbassano la guardia e il tuo Sposo sembra già un principe tra i mendicanti. Chi mi impedirà di regalare alla figlia di Salomone la Luna e le stelle avvolte in sete e legate con fili d’oro?»

E così fu. In effetti, il modo in cui venivano vestite le figlie di Giacobbe di Nazaret suscitava l’ammirazione di tutti i membri del clan di Davide della Galilea. Al momento di darle in sposa, si può già immaginare quale dote volesse la Vedova per Ester e Rut, le gemelle.

«Dote? Chi ha parlato qui di denaro? Tu lo ami, figlia mia?», era la risposta della Vedova ai pretendenti delle sue figlie.

Si sbagliavano, eccome se si sbagliavano. Comprare una figlia dalla Vedova?

Impossibile.

Il miglior partito di tutta la regione?

Nessuno.

I campi della Figlia di Giacobbe producevano il cento per cento. Dall’officina della Vergine di Nazareth uscivano gli abiti più belli, eleganti ed economici della regione. E il ragazzo di casa? Cleofa, il beniamino della famiglia!, gli mancava solo la corona per mettere i figli di Erode alla pari dei malviventi. Quindi, chiunque volesse sposare una delle sue figlie non andasse dalla Vedova di Giacobbe a parlare di soldi. Era il proprio cuore che dovevano mettere sul tavolo, spalancato, aperto come una luna piena, nudo come il sole di un quaranta di maggio. E poi che fosse come il Cielo voleva.

  

LA SIGNORA MARIA

 

Alla morte dei nonni, Cleofa e sua moglie, Maria De Salomón ereditò la casa della madre nella Città Santa. Stiamo parlando della casa dell’erede di un dottore della Legge che ebbe come padrino di carriera burocratica il capo del gruppo di influenza più potente nella nascente corte del re Erode. Stiamo parlando di una casa signorile.

Stiamo parlando di una Signora, la Signora Maria di Nazareth, figlia di Anna, figlia di Cleofa, cognato di Zaccaria, figlio di Abia – Abtalione secondo la storiografia ufficiale. Stiamo parlando di una Maria… membro legittimo dell’aristocrazia sacerdotale ebraica da parte di madre. (In questa prima parte della Storia non entreremo nella vita della casa di Cleofa, padre della madre della Vergine. Nella seconda parte ci addentreremo nell’argomento, chiederemo il permesso e vedremo con gli occhi dello spirito cosa intendo quando dico che Cleofa, padre della Vedova, apparteneva al gruppo aristocratico ebraico che, pur non essendo erodiano, era il più influente alla corte del re Erode. Per ora basti la fiducia nel momento di articolare sulla roccia della nostra Fede i pilastri su cui poggia l’edificio di questa Storia).

Senza andare oltre, vediamo il «Signore» Gesù nel prologo dell’Ultima Cena mentre manda un suo discepolo ad annunciare a uno dei suoi servi il suo arrivo. L’uomo non obietta; e non obietta perché conosce il messaggero, sa chi è il «signore» che lo sta esortando a preparare tutto per la «Cena».

La leggenda di Gesù il Falegname, diciamolo chiaramente, ha avuto origine nella mentalità dei piccoli paesi. Il titolo locale del padre passa al figlio. Il padre era falegname, il figlio «il Falegname» per tutta la vita, anche se dovesse arrivare ad avere più fanegas di un marchese; suo padre era il falegname e suo figlio sarà il figlio del falegname fino alla morte.

È vero, continuiamo a dire tutto, Giuseppe arrivò a Nazareth seguendo la rotta dei nomadi. L’uomo si stabilì nel paese, affittò dalla Vedova un pezzo di terreno per piantare la tenda. Allestì la bottega. A Giuseppe finì per piacere l’ambiente – così diceva lui in giro – e finì per innamorarsi dell’ereditiera della Vedova. A quel tempo la Vergine era proprietaria di fichi, vigneti, uliveti, terreni fertili, bestiame, ed era inoltre titolare di un laboratorio di sartoria e cucito in pieno boom grazie all’ondata nazionalista.

Fino ad allora gli abiti tradizionali dovevano essere commissionati in qualche laboratorio della Giudea. Le donne ebree, soprattutto quelle di Gerusalemme, avevano custodito gelosamente l’ e segreto della confezione degli abiti da sposa e dei vestiti per le feste nazionali. A quel punto la Vergine di Nazaret aprì il proprio laboratorio di sartoria e cucito.

In tali circostanze, la creazione del laboratorio della Vergine di Nazareth, a dire il vero, si affermò immediatamente. Grazie ai legami di parentela che la sua famiglia intratteneva in tutta la Galilea, la pubblicità necessaria, senza che Lei dovesse aspettare che le cose andassero da sé, si diffuse a macchia d’olio. Bastava guardare come si vestivano le sue sorelle. Poi c’era il prezzo: la Vergine di Nazareth era una santa; se non avevi soldi, potevi pagarla quando le cose ti avessero sorriso. Ti adattava il prezzo alle tue possibilità e non mandava mai l’uomo in frac a reclamarti i soldi. Una vera santa. Naturalmente, quando viene annunciato il suo matrimonio con il Falegname, tutti rimangono a bocca aperta.

La Vergine si sposa!?

La verità è che Giuseppe e Maria prima aspettarono che Cleofa si sposasse.

Il più giovane della famiglia sposò Maria di Canaan, anch’essa del clan di Davide. Un anno dopo Cleofa e Maria di Canaan diedero alla luce Giacomo. (Questo Giacomo sarebbe diventato il primo vescovo di Gerusalemme. La Storia lo conosce come Giacomo il Giusto, fratello del Signore, uno di loro, e che in seguito fu assassinato dai suoi stessi fratelli di stirpe. Il destino dei fratelli di Gesù fa parte della storia del cristianesimo. Un viaggio nei ricordi dell’affascinante avventura dei primi cristiani, mi dispiace dirlo, va oltre la portata di questo racconto. Il fatto è che la sorte dei fratelli di Gesù fu segnata nella Notte della Strage degli Innocenti. Non furono forse schiacciati i nipoti di Giuseppe sotto i piedi della Fortuna? La Bestia perseguitava il Bambino e, nell’impotenza di trovarlo, riversò fuoco dagli occhi contro tutti i suoi familiari. Quanti nipoti uccisero a Giuseppe in una sola notte? Quanti figli di Cleofa furono portati via? Come detto, in futuro, se Dio vorrà, approfondiremo la tragedia dei famosi fratelli di Gesù, figli di Cleofa e di Maria di Cleofa. Ebbene, l’anno successivo alla nascita di Giacomo il Giusto, Cleofa e Maria di Canaan – Maria di Cleofa nel Nuovo Testamento – diedero alla luce Giuseppe. E continuarono a dare alla luce cugini e cugine di Gesù.

 

 

IL NOMADE

 

Tra tutti i bambini di Nazareth, a nessuno come a Cleofa piacque così tanto Giuseppe. Ma fin dal primo giorno in cui Giuseppe arrivò a Nazareth. Non è falso che Giuseppe fece il suo ingresso a Nazareth in modo spettacolare. Il suo cavallo iberico nero come la notte e i suoi tre cani assiri cacciatori di leoni rompevano magnificamente la monotonia. Poi c’era il cavaliere: un gigante in sella al suo Bucefalo, figlio di Pegaso, il cavallo dei superangeli; i capelli né lunghi né corti, alla cintura la stessa spada di Golia.

E lo straniero diceva di essere un nomade in cerca di avventure per le province del regno.

I nazareni lo guardavano e non riuscivano a crederci. Un nomade come tanti altri, all’avventura per quelle vie di Dio in sella a un puledro di quella razza, bello come il cavallo di un arcangelo in piena battaglia, scortato da tre belve, belle come cherubini e temibili come draghi?

Quel gigante era un puro mistero. I suoi tratti psicologici e fisici non coincidevano con l’immagine popolare del nomade senza patria, sempre ubriaco, sempre litigioso, piuttosto magro, con le labbra rosse da bevitore, il cervello bruciato dal sole e dal freddo. No, signore, quel nomade non era uno come gli altri. I nomadi viaggiavano a dorso d’asino, nel migliore dei casi su vecchie giumente, in compagnia di cimici, pulci e cani randagi. No, signore, quel Giuseppe era un vero mistero.

Con o senza segreto, il fatto è che Cleofà, il fratello minore della Vergine, si affezionò così tanto a quel nomade nato a Betlemme che finì per vivere più nella tenda del Falegname che nella propria casa.

Ma so che ciò che quel ragazzo desiderava più di ogni altra cosa era realizzare il suo sogno di salire sul cavallo di Giuseppe e trottare per le colline sollevando polvere di stelle negli occhi della sua principessa azzurra. Cose da ragazzi!

Ed è proprio questo che è successo. È successo proprio questo. Tutte le sorelle di Cleofà si erano sposate. Tranne le sue due sorelle maggiori, Maria e Giovanna, che si erano mantenute vergini dalla morte del padre. È la verità, tutte le sue sorelle si erano già sposate, avevano messo su famiglia e avevano i propri figli. Lui, Cleofà, era l’unico dei figli di Giacobbe di Nazareth che continuava a vivere nella casa di sua madre.

Visto dall’esterno, per chi non lo conosceva, Cleofa era il signorino del paese, il figlio viziato delle sue sorelle vergini. Mentre tutti i ragazzi si dedicavano ai lavori nei campi, il signorino Cleofa viveva come un principe senza sapere cosa fossero la falce e la falcetta. Quindi, se trascorreva la giornata nella falegnameria di Giuseppe, non era perché avesse bisogno di guadagnarsi da vivere. Niente affatto. Se aveva deciso di diventare suo apprendista, non era perché il fratello della Vergine dovesse imparare un mestiere. Ciò che davvero affliggeva Cleofás era salire di rango agli occhi del Falegname, guadagnarsi la sua fiducia e ricevere il permesso di fare il grande salto, salire in groppa a quel cavallo iberico e concedersi il piacere di vedere il mondo in sella a quella creatura magica.

E così fu. Cleofás passò da chierichetto a frate, e lì percorreva il suo mondo di festa in festa in sella al meraviglioso cavallo del suo capo. Ai vicini del paese dava fastidio che il Falegname desse così tanta libertà al ragazzo. Un cavallo del genere non si presta, e men che meno, per così dire, a un bambino.

La risposta di José ai sospetti dei suoi nuovi vicini fu quella di prestare al suo apprendista, oltre al cavallo, due dei «suoi cuccioli». Ogni volta che mandava il suo aiutante e apprendista falegname in un villaggio vicino, José gli dava come compagni di viaggio un paio dei suoi cuccioli, due cani in via di estinzione che un tempo gli erano stati regalati dai suoi padrini babilonesi.

Cleofà inizia portando un incarico al villaggio vicino a cavallo, naturalmente. E finisce per considerare il cavallo del suo padrone come proprio quando, in occasione di qualche festa locale, una festa della vendemmia per esempio, le sue sorelle sposate reclamano la sua presenza. Fu così che Cleofà conobbe Maria di Canaan, la futura madre dei suoi figli… i famosi fratelli di Gesù.

Cleofà e sua moglie si conobbero, si sposarono, si stabilirono nella casa della Figlia di Giacobbe e ebbero i loro figli.

Diciamolo chiaramente: la «Carpenteria del Nomade» non era una multinazionale del mobile né aspirava a diventare leader del settore, ma per Cleofà Giuseppe era il migliore. Innamorato e padre dei suoi bambini, la bottega del suo capo era tutto ciò che aveva, e Cleofà era disposto a darsi da fare fino allo sfinimento pur di non vederla fallire. Del resto, il suo capo era un uomo strano. Non era mai a corto di soldi. Che vendesse o meno, riusciva sempre a portare a casa lo stipendio. E non lo assillava nemmeno con i suoi problemi. Mai! In realtà, l’unico problema che José aveva era quello di non avere una moglie. Non si sapeva nemmeno di nessun pretendente. No, non per mancanza di donne. No. Era lui, José. Non aveva una moglie perché Dio non gliel’aveva ancora data. E José lo diceva con il mistero di chi ha un segreto inconfessabile.

«Dio provvederà, fratello, Dio provvederà…», rispondeva José al ragazzo.

Poco dopo la nascita di José, suo nipote, il secondo dei figli del suo fratello minore Cleofas, la Vergine Maria di Nazareth conclude il lutto per la morte di suo padre.

La Vergine ha vinto. Ha fatto un voto e lo ha mantenuto. Ora è libera di sposarsi; e sposandosi adempirà al giuramento che suo padre fece al Signore e che non poté mantenere perché la Morte gli si mise di traverso.

Davanti a testimoni sacri, Giacobbe di Nazaret giurò un tempo, sulla culla della sua primogenita Maria, legittima erede del re Salomone; giurò sulla propria vita Giacobbe ben Salomone che avrebbe dato in sposa sua figlia solo al figlio di Eli, figlio di Resa, figlio di Zorobabele, figlio di Natan, profeta, figlio del re Davide.

Poco dopo la nascita del secondo figlio di Cleofa, Giuseppe il falegname chiese la mano di sua figlia Maria alla vedova di Giacobbe. La vedova accettò la richiesta e, poco dopo, furono firmati i documenti del contratto di matrimonio tra Maria, figlia di Giacobbe, figlia di Matán, figlia di Abiud, figlia di Zorobabele, figlia di Salomone, figlia di Davide, re, e Giuseppe, figlio di Eli, figlio di Resa, figlio di Zorobabele, figlio di Natan, figlio di Davide, profeta.

La notizia delle nozze di Giuseppe il falegname e della Vergine Maria fece scalpore a Nazareth.

«La Vergine si sposa».

«Con il falegname? Lo sapevo.»

La fidanzata era una partita eccezionale. Padrona della casa sulla collina, proprietaria dei migliori terreni della zona, fondatrice della sartoria di Nazareth che vendeva gli abiti da sposa più belli, eleganti ed economici della regione.

Chi era lo sposo? Un signor Nessuno di Betlemme, un nomade in cerca di avventure che aveva trovato ciò che cercava. Chi avrebbe mai pensato che proprio dove tanti ottimi partiti avevano fallito avrebbe trionfato uno straniero senza futuro!

Quindi, se da parte di madre il nostro Gesù è l’erede di Cleofa di Gerusalemme, dottore della Legge, suo nonno, e da parte di madre gli appartengono anche tutte le proprietà di suo nonno Giacobbe di Nazaret, stiamo parlando allora di un giovane ricco di nome Gesù di Nazaret. O forse credete che Colui che chiese al giovane ricco di lasciare tutto e seguirlo non abbia compiuto Lui stesso questo atto di rinuncia e abbandonato tutte le sue proprietà?

Figlio dei suoi genitori, durante il suo mandato il nostro Gesù portò l’economia della sua famiglia al massimo splendore di agiatezza e prosperità. Durante i giorni in cui fu a capo della Casa di sua Madre, le cantine si riempirono di vini eccellenti, i magazzini traboccavano di grano, olio, olive da tavola, fichi, melograni, latte, carne e pesce che gli venivano portati dal Mare di Galilea a casa sua, quando il nostro Gesù non andava personalmente a prenderlo. I vini dei vigneti di Gesù di Nazaret venivano venduti in tutta la Galilea; pochi ma eccellenti, i migliori. Ti rallegrano il cuore e non ti rendono mai aggressivo; il giorno dopo ti alzi con la mente lucida e l’anima viva. «Vino di Nazaret, vino di Bacco», dicevano i romani della guarnigione di Seforis, a due ore di distanza.

I nonni paterni di sua Madre, Elisabetta e Zaccaria, lasciarono in eredità alla figlia di Anna, la vedova di Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, le loro proprietà, sia all’interno che all’esterno di Gerusalemme.

L’erede naturale di Zaccaria e Elisabetta era Giovanni. Prima della nascita di Giovanni Battista, poiché non si aspettavano di avere figli, Elisabetta e Zaccaria lasciarono in eredità tutto ciò che possedevano alla madre di Maria. Questo testamento non fu mai revocato a causa della morte violenta di Zaccaria e della scomparsa di Elisabetta e Giovanni nelle grotte del Mar Morto.

Così, nella Gerusalemme del denaro, il Giovane Nazareno era conosciuto come si conosce un mistero. In realtà nessuno sapeva chi fosse. Su una cosa tutti sembravano concordare: quel Gesù di Nazaret, figlio della Signora Maria, era un giovane dotato di una prudenza e di una saggezza superiori alla norma per un uomo della sua età. Gestiva il denaro, ma non gli interessava il potere. Era abituato a comandare e a farsi servire, eppure rimaneva celibe. Era colto, parlava le lingue dell’impero; credete che gli abbiano messo a disposizione un interprete per parlare con Pilato? Sapeva scrivere e aveva un talento per gli affari. Sua Madre era il punto debole del giovane nazareno. Ma a chi non si perdona questo?

  

MATRIMONIO E NASCITA DEL BAMBINO

 

Maria e Giuseppe si fidanzarono. La regola generale era che il padre dello sposo andasse a parlare con i genitori della sposa del desiderio del figlio di sposarla. Si discuteva della dote e si concludeva l’accordo. Nel caso di Giuseppe e Maria fu lo stesso Giuseppe a parlare con la madre della sposa chiedendole la figlia in moglie. La madre della sposa accettò e fu firmato il contratto di matrimonio.

A quei tempi la tradizione imponeva un anno di fidanzamento dalla firma del contratto fino al giorno delle nozze. Dopo un anno avrebbero potuto sposarsi. Durante l’anno di fidanzamento, tuttavia, i fidanzati erano vincolati alla legge sull’adulterio. Era la norma, ma in nessun caso una legge sacra. Mosè non aveva dato alcun precetto relativo al divieto di sposarsi immediatamente dopo la firma del contratto matrimoniale. Erano stati gli stessi ebrei a imporsi quell’anno di attesa.

Non si sa se fosse colpa di Dio per essere stato così indulgente, ma il fatto è che, non contenti della montagna di leggi che Egli aveva loro dettato, si sono caricati sulle spalle un’altra montagna di prescrizioni, leggi, tradizioni, comandamenti, norme canoniche e chissà quanti altri obblighi. Quindi, trattandosi di leggi “vere e proprie”, nessuno si scandalizzava se capitava che le procedure venissero accelerate a causa di… debolezza della carne? Il bambino nasceva a sette mesi. Ma va bene, non è nemmeno il caso di sollevare un polverone. Un matrimonio celebrato come si deve non rimedia forse al peccato? Certo che sì!

Il rovescio della medaglia era che, pur non essendo una legge, la debolezza della carne poteva costare la vita se il peccato non era stato commesso dallo sposo. In questo caso, tutto il peso della legge sull’adulterio ricadeva sulla sposa. Giudicata adultera, pagava la sua debolezza con la pena di morte… per lapidazione pubblica.

Per molte altre ragioni un contratto matrimoniale poteva essere sciolto. Non era comune, ma capitava. Incompatibilità di caratteri, per esempio. Si restituivano i soldi e ognuno se ne andava per la propria strada.

Nel caso più comune, la gravidanza durante l’anno di attesa, non si arrivava nemmeno alle maniere forti. Sono giovani, ma ben venga il nipotino. Che colpa ne hanno i ragazzi! Banchetto di nozze, festa in grande stile, chi se ne importa, il bambino nascerà al settimo mese. E allora? Gloria a Dio. Chi bene comincia, bene finisce, è questo che conta.

Il caso della Vergine era di natura diversa. Un giorno – confessò Lei agli Apostoli – le apparve l’angelo di Dio, e il giorno dopo era già in stato di grazia. Gli Apostoli lo raccontarono ai loro successori, questi ai propri, e così la Confessione della Vergine continua a tramandarsi di bocca in bocca.

«Concepire per opera e grazia dello Spirito Santo» si dice molto in fretta.

«Sono incinta per opera e grazia dello Spirito Santo!», dovette confessare la Vergine a se stessa in uno di quei giorni.

Nessuno crederà che la Vergine sia corsa via tutta felice gridando a tutto il mondo la storia dell’Annunciazione. Non è una cosa che capita tutti i giorni. Infatti, in tutta la storia universale l’umanità non ha mai conosciuto un evento simile. Il caso più simile a un «concepimento soprannaturale» della natura di cui ci parlano i Vangeli lo troviamo nel mondo delle mitologie. La madre di Alessandro Magno andava in giro dichiarando apertamente di aver concepito suo figlio con uno degli dei del mondo classico. Che fosse per rispetto verso sua madre o per orgoglio, suo figlio mantenne la sua origine semidivina. A quanto mi ricordo, è il caso più simile a quello che la Vergine ha posto sul tavolo dei secoli.

Beh, perché no? Il Dio degli ebrei aveva compiuto molte opere straordinarie dai tempi di Mosè a quelli di Maria. Le Scritture profetiche annunciavano da secoli il concepimento di un Bambino nato da una Vergine: «Emmanuele, Dio con noi». Come esempio di fantasia portata al suo massimo livello di immaginazione e genio, il fatto che il Dio che ha creato i Cieli e la Terra possa compiere un'opera di questa natura è all'altezza dell'immagine che i figli di Adamo ed Eva si erano fatti della sua natura. Perché mai uno degli attributi che vengono attribuiti al Dio di Mosè – onnipotenza, onniscienza – non dovrebbe essere in grado di mettere in scena un evento così incredibile?

OK, Maria, ora corri a spiegarlo a tua madre. Corri, cerca tuo marito, digli che sei la Vergine che doveva concepire quel Figlio «nato per portare sulle spalle il mantello della Sovranità, e per essere chiamato Principe meraviglioso, Dio forte, Padre eterno».

Santo cielo, che fortuna!

E ora siediti ad aspettare e confida che tuo marito ti dica «Alleluia, Amen, Alleluia», salti di gioia, ti sollevi tra le braccia e ti ricopra di baci.

Non ti basta ancora? Beh, allora vai a raccontarlo alla tua cara sorella, e pensa che tua sorella Giovanna ti ama più del fiume Giordano, più del Mare dei Miracoli, più dei Monti di Galilea. Dai, Maria, vai, corri a dirglielo.

Lo dico perché – a prescindere dall’opinione di tutti – sono passate le settimane ed è successo ciò che doveva succedere. La Vergine ha iniziato ad avere strani capogiri; le veniva e le andava. Sarà stata l’emozione? Sarà stato il caldo? No, ragazza mia, sono i sintomi tipici delle donne incinte.

Di qualsiasi altra donna al mondo, le vicine avrebbero potuto aspettarsi che un uomo solido come una rocca, come José il Falegname, avesse conquistato prima del matrimonio la fortezza della virtù della sposa. Di qualsiasi altra donna, certo che sì, ma della Vergine Maria… alle vicine non passava nemmeno per la testa.

Il fatto è che, per quanto fosse difficile da accettare, dovettero arrendersi alle prove.

«Che il Signore te lo dia sano, figliolo», con queste parole e altre simili i vicini si congratularono con lo sposo, un Giuseppe che non capiva a cosa si riferisse l’allusione. La verità è che non ci arrivava. L’uomo pensava che gli stessero anticipando le benedizioni.

«Che sia un maschio, e che il Signore ve lo conceda sano, signor José», continuavano a stuzzicarlo le vicine. Il signor José continuava a non capire.

È la verità: poche settimane dopo l’Annunciazione la sposa iniziò a mostrare i classici sintomi delle future mamme. Vertigini improvvise, vampate di calore senza motivo. Trattandosi di qualcosa che non si può controllare, la Vergine non poté fare a meno di essere colta di sorpresa. Tuttavia, l’ultima cosa che poteva fare era chiudersi in casa, nascondersi. Doveva andare avanti con la sua vita; continuare a vivere come al solito era il modo migliore per non confermare né smentire le voci delle vicine. Almeno fino a quando non si fosse decisa a raccontare la verità a sua madre.

La madre della Vergine ci mise un po’ a capire la situazione. Fu, a parte Giuseppe, l’ultima persona a venire a conoscenza della voce che aveva iniziato a scandalizzare le vicine.

Agli occhi della Vedova, l’immacolata castità di sua figlia continuava a essere inaccessibile alle passioni umane proprio come lo era stata prima del fidanzamento. Fatta eccezione per l’accesso più libero del fidanzato alla casa della fidanzata, e per il fatto che tale libertà fosse condizionata alla necessaria presenza di un familiare della fidanzata tra lei e il fidanzato, sua figlia Maria continuava a vivere la sua vita esattamente come prima, quella vita che aveva reso famosa la Vergine di Nazareth da un capo all’altro della Galilea. Come sospettare qualcosa di male di sua figlia!

«Che il Signore ti dia il nipotino più bello del mondo», le dicevano le vicine alla Vedova.

«La tua Maria se lo merita tutto; speriamo che il bambino assomigli al nonno Giacobbe, che riposi in gloria», e, nel caso in cui la Vedova non se ne fosse accorta, continuavano a stuzzicarla.

La Vedova era di Gerusalemme, era cresciuta in un altro ambiente. Ma non era sciocca. Se non si fosse trattato di sua figlia, la Vedova avrebbe scommesso un occhio del proprio viso che quella donna era incinta da tante e tante settimane. Il problema era che non le entrava in testa l’idea che la sua Maria potesse essere incinta.

La fede e la fiducia che la Vedova riponeva nella figlia maggiore erano così grandi da accecarla. Grazie a Dio, alla Vedova cadde la benda dagli occhi prima che a José. Alla fine la Vedova dovette ammetterlo, anche se sua figlia non lo confermava né lo negava.

«Che ti succede, figlia mia?», le chiede la madre.

«Niente. È il caldo, mamma», le rispose la figlia.

Il dilemma della vedova iniziò quando le vicine cominciarono a parlare di cose gravi… adulterio. Non glielo dissero in faccia, ma tra donne e vicine, si sa, le parole non mancano mai. Così la vedova cominciò a spaventarsi.

«La mia María è in stato di grazia. Com’è possibile?», finì per confessare la vedova.

E la sua adorata figlia non confermò né smentì. Disperata per il silenzio della figlia, andò a trovare il genero, affinché rispondesse a questa semplice domanda: bisognava anticipare la data del matrimonio?

E così fece. La Vedova andò a cercare «suo figlio» José. Portare José al nocciolo della questione le sarebbe costato un bel po’. Poiché non sapeva in quale situazione si trovasse, né quale fosse il suo ruolo nella storia, la Vedova si disse che doveva portare José al nocciolo della questione senza svelargli il nocciolo del problema. Una cosa davvero strana. Bisognava affrontarlo, il problema era farlo senza allontanarsi mai dal nocciolo della questione. Astuta come solo lei sapeva essere, senza dirglielo esplicitamente, la Vedova gli avrebbe spiegato a parole tutto ciò che c’era da dire: sua moglie era incinta, cosa avrebbe dovuto dire lui, lo sposo?

Dopo aver girato a lungo intorno all’argomento, la Vedova capì che o José stava recitando alla perfezione la parte dello stupido – un lato che non conosceva del suo santo genero – oppure semplicemente José non sapeva proprio nulla e non capiva di cosa gli stesse parlando la suocera.

José la guardava con una naturalezza così innocente da ogni colpa che la Vedova cominciò a non sapere più dove si trovasse. Per un attimo le sembrò che la terra le si stesse aprendo sotto i piedi e non sapesse cosa fosse meglio: lottare o lasciarsi inghiottire. Persino l’anima le tremava dal freddo sotto l’effetto del brivido che le penetrava nelle ossa man mano che la verità diventava sempre più opprimente. Suo genero non sapeva proprio nulla e lei sapeva solo che doveva uscire da quell’inferno, doveva parlare con sua figlia e farsi spiegare, per l’amor di Dio, cosa stesse succedendo.

Cosa stava succedendo?

Era accaduto qualcosa di incredibile da credere, era successo qualcosa di impossibile da raccontare. Intere generazioni e gli stessi secoli si sarebbero divisi in due, come si divide la corrente di un mare che incontra nel suo letto una gigantesca pietra angolare. E sua figlia, senza riuscire a trovare il modo di rivelarle la storia dell’Annunciazione.

Maria non trova il momento giusto. Beh, un momento vero e proprio, in realtà ce n’era. Lei e sua madre erano solite sedersi insieme a cucire. In quei momenti parlavano e parlavano. Parlavano di tutto. Oppure rimanevano semplicemente in silenzio.

In quel silenzio che negli ultimi giorni si era instaurato tra madre e figlia battevano due cuori sul punto di spezzarsi in mille pezzi. La madre vorrebbe chiederlo a sua figlia: «Sei incinta, figlia mia?», ma non trova il modo di farlo. La figlia vorrebbe risponderle con un «Sì, mamma mia», un «Sì» meraviglioso, divino, ma non trovava il momento giusto.

Il fatto è che il Bambino stava crescendo nel suo grembo, che i segni della sua gravidanza diventavano ogni giorno più evidenti, che se Giuseppe lo avesse saputo dalla bocca dei vicini… Non voleva nemmeno pensarci.

Aveva bisogno di rivelare la verità a sua madre. Sua madre era l’unica persona al mondo a cui poteva affidare un Mistero così grande. Doveva farlo, ma poiché non riusciva a trovare il modo, il momento giusto non arrivava mai.

E così accadde che, uno di quei giorni, madre e figlia si sedettero una di fronte all’altra. Entrambe sapevano che era giunto il momento, che quello era il momento giusto. La prima a parlare fu la Vergine.

«Mamma, credi che Dio possa tutto?», le chiede con grande tenerezza.

«Figlia mia», sospirò la Vedova, che voleva solo andare dritta al punto: “Sei incinta, figlia mia?”, ma non riusciva a dirlo.

«Lo so già, madre. Mi dirai: Dio è il nostro Signore, come potremmo noi misurare la forza del suo Braccio? E io sono, madre mia, la prima a ripetere le tue parole. Ma quello che voglio dire è: il suo Potere finisce dove iniziano i limiti della nostra immaginazione o è proprio dall’altra parte che inizia la sua Gloria?».

«Cosa vuoi dirmi, figlia mia, non ti capisco», intrappolata in una direzione diversa da quella che moriva dalla voglia di intraprendere, la madre della Vergine cerca di dominare i nervi del suo cuore,

«Neanch’io so bene come arrivare dove voglio né cosa intendo dire. Abbia pazienza con me, madre. Da qui andremo in Paradiso e da lassù le cose della Terra non ci toccheranno; quindi ciò che ci resta da fare è cercare di scoprire la natura del Dio che ci ha chiamati a sognare il Paradiso mentre siamo qui sulla Terra. Non è forse vero che Dio può trasformare le pietre in figli di Abramo? Ma quello che mi chiedo è se, parlando in questo modo, ciò che il profeta ha voluto farci capire è che abbiamo la testa dura come una pietra. Può una pietra conoscere Dio? Tra un uomo che non vuole conoscere Dio e una pietra, qual è la differenza?».

«Dove vuoi portarmi, figlia mia?», la Vedova, come può, trattiene la sua impazienza.

«A un fatto meraviglioso, madre. Ma poiché non conosco la strada, non si arrabbi con me se esploro da sola, come quegli alpinisti che affrontano per la prima volta una parete vergine. L’unica cosa che mi può capitare è che, sopraffatta dalla mia ignoranza, cada ai suoi piedi».

«Non dire così, figlia mia. Non sei sola, anche se sono anziana ti seguirò. Sì, Maria, so che la gloria di Dio inizia dove finisce l’immaginazione dell’uomo. Continua».

La Vergine prese allora una direzione apparentemente ancora più opposta, dicendo:

«Madre, cosa le ha detto il messaggero di mio nonno Zaccaria? Perché non hai voluto ancora raccontarmelo? Perché non mi hai mandata a casa di mia nonna Elisabetta? Ora che puoi, rispondimi: il nostro Dio può o non può far sì che degli anziani diano alla luce un figlio?».

La Vedova e Giuseppe non avevano ancora voluto rivelare a Maria la natura del messaggio che Zaccaria ed Elisabetta avevano loro inviato poco prima; infatti la Vedova aveva deciso di mandare loro Maria. La questione dello stato di grazia in cui si era improvvisamente trovata sua figlia le cancellò dalla mente ogni altra cosa.

Infatti, il messaggero che Zaccaria e Elisabetta avevano inviato a Nazareth descrisse alla Vedova e a suo genero, dettaglio per dettaglio, ciò che era accaduto a Zaccaria nel Tempio. Soprattutto l’immagine del bellissimo angelo che aveva punito la mancanza di fede di Zaccaria privandolo della parola.

Signore! Sua figlia Maria gli stava descrivendo quell’angelo come se lo avesse visto con i propri occhi. Com’era possibile?

In linea di principio, era impossibile. Il messaggero di Elisabetta e Zaccaria non aveva parlato con Lei mentre era a Nazareth. Certo, avrebbe potuto raccontarglielo Giuseppe.

Glielo aveva raccontato Giuseppe? Giuseppe le aveva dato la sua parola che non sarebbe stato lui a dare la notizia alla sua Maria. La parola di Giuseppe, la vedova lo sapeva, era legge pura e limpida come i ruscelli d’oro. Non la infrangeva mai. No, nemmeno Giuseppe le aveva ancora detto nulla.

Si stava chiedendo come sua figlia l’avesse saputo, quando il suo cuore tornò al ricordo del giorno in cui sua figlia aveva fatto il Voto di Verginità.

Allora, in quei giorni, la Vedova si era chiesta perché il favore del Signore sulla sua casa si fosse esaurito, perché avesse voltato loro le spalle come chi abbandona il bottino al nemico. Nel segreto del suo cuore la Vedova rimase intrappolata nelle reti del dilemma di Giobbe. Ma a differenza del santo, non trovò subito la risposta. Né la trovò negli anni trascorsi dalla morte di suo marito fino a quel giorno.

Era giunto il momento di conoscere il motivo per cui il Signore le aveva portato via suo marito proprio allora. Meravigliata, assorta, fuori dal mondo, con il suo essere che fluttuava sulle stesse onde che un giorno sarebbero diventate colline sotto i piedi dello Spirito di Dio, la Vedova continuò a guardare sua figlia con gli occhi fissi sulle sue parole.

Allora la Vergine cambia nuovamente argomento.

«Madre», le dice, «Dio non ha forse giurato che un figlio di Eva avrebbe schiacciato la testa al Serpente?».

«È vero», le risponde la Vedova con la voce persa da qualche parte nell’infinito in cui il suo sguardo era rimasto intrappolato.

«E i nostri libri sacri non dicono forse anche che, tra tutti gli uomini che sono esistiti sulla faccia della terra, non ne è mai nato uno grande quanto Adamo?», proseguì Maria.

«Così mi ha insegnato mio padre, e così ti ha insegnato il tuo. Ti ascolto, figlia mia».

Maria proseguì:

«Quando Dio ci promise la nascita di un Figlio destinato a portare sulle spalle la sovranità, pensava forse al Campione che avrebbe suscitato tra noi per liberarci dal dominio del Serpente?».

«Certo che pensava».

«Ma se il Maligno ha sconfitto una volta l’uomo più grande che il mondo abbia mai conosciuto, non ha forse ragione il santo Giobbe nel presentarci l’assassino di nostro padre Adamo davanti al Trono dell’Onnipotente, tutto tranquillo mentre aspettava il prossimo?».

«Certo che aveva ragione».

«Certo che sì. Chi ha sconfitto l’uomo più grande del mondo, perché non avrebbe dovuto sconfiggere il Figlio dell’Uomo?».

La Vergine abbassa lo sguardo e respira mentre infila ago e filo. Sua madre rimane a guardarla senza dire una parola. Poco dopo Maria tornò di nuovo sul campo di battaglia.

«Allora, madre, mi dica lei: Dio ha forse giurato il falso? Voglio dire, a chi stava pensando il Signore quando fece quel giuramento benedetto? Davide non era ancora nato; nemmeno il nostro padre Abramo. Con il suo figlioletto morto, nostro padre Adamo ai suoi piedi onnipotenti che si dissanguava, a quale Campione stava pensando il nostro Dio quando ci promise con giuramento eterno che un figlio di nostra madre Eva avrebbe schiacciato la testa del Maligno?”.

Questa volta fu Maria a fissare intensamente sua madre. Quest’ultima, guardando il volto della figlia, capì solo una cosa: che sua figlia era incinta. La dolcezza sul volto, la tenerezza nelle parole, lo splendore negli occhi. Le bastava dirle: «Madre, sono in stato di grazia»; e invece di andare al sodo, senza nemmeno rendersi conto di come sua figlia l’avesse condotta in cima a una montagna da cui si vedeva il futuro del mondo secondo la donna nata per essere la Madre del Messia, quel figlio della Promessa che doveva nascere per schiacciare la testa al Maligno.

«A chi stava pensando Dio il giorno in cui, sul sangue di suo figlio Adamo, giurò la Nascita del Campione per mano del quale avrebbe ottenuto Vendetta?», pensò ad alta voce la Vedova. «Figlia mia, non sarò io a porre limiti alla gloria del mio Creatore. Voglio solo che me lo dica tu».

«Ricordi, madre, ciò che scrisse il profeta?: Una Vergine darà alla luce un Figlio che sarà chiamato Dio con noi».

Maria abbassò di nuovo lo sguardo. Poi alzò la testa e guardò sua madre dritto negli occhi.

«Madre, quella Vergine la hai davanti a te. Quel Bambino è nel mio grembo», le confessò.

Mentre sua figlia le rivelava l’episodio dell’Annunciazione, la Vedova rimase a guardarla con lo sguardo di chi sta contemplando il Cuore di Dio nel giorno dell’omicidio di suo figlio Adamo.

Al termine, ispirata dall’amore immenso che nutriva per sua figlia, la Vedova si riversò in benedizioni:

«Sia benedetto Dio, che ha scelto la figlia di mio marito per portare la sua salvezza a tutte le famiglie della terra. La sua Onniscienza risplende come un sole inaccessibile che, tuttavia, tutti credono di poter raggiungere con la punta delle dita. Stringe, ma non soffoca; colpisce, ma non affonda coloro che ama. Sia benedetta la Sua Prescelta, colei che Egli ha formato fin dal grembo dei suoi genitori per consegnare il Suo Salvatore a tutti i popoli della terra». E subito dopo disse così a sua figlia: «Benedette saranno tutte le famiglie della terra nella tua innocenza, figlia mia. Ma ora, Maria, farai ciò che ti dirò. Farai questo, questo e questo».

Il problema successivo era Giuseppe. Di Giuseppe se ne sarebbe occupata lei, la Vedova. Ciò che la Madre del Messia doveva fare era partire immediatamente e rimanere nella casa di Elisabetta e Zaccaria finché il Signore non lo avesse disposto.

E così fu. La Vedova prese da parte suo genero e gli raccontò punto per punto tutta la verità. Non gli raccontò l’Annunciazione come chi deve nascondere qualcosa e abbassa lo sguardo per la vergogna. Niente affatto. Ovviamente lo fece con l’umiltà e la certezza di chi sa che l’Evento avrebbe causato a Giuseppe un dilemma angosciante, sul quale avrebbe dovuto trionfare, e avrebbe trionfato, ma per il quale avrebbe inevitabilmente dovuto attraversare un vero e proprio inferno.

E così fu. Giuseppe ne uscì vincitore.

Tuttavia, come potrete immaginare, dopo l’Annunciazione Giuseppe trascorse un periodo sprofondando moralmente in un limbo di sabbie mobili. Cosa era andato storto all’ultimo momento? Come aveva potuto una donna della levatura morale e della forza d’animo di Maria lasciarsi ingannare da…?

Da chi? Senza che nessuno lo volesse, Lei era sotto sorveglianza tutto il giorno. Quando non era con sua madre era con i suoi nipoti, quando non era in bottega con le sue operaie era con la famiglia dei fratelli di suo padre. Il Signore aveva intessuto attorno a Lei una rete di relazioni così totalizzanti che la sola idea dell’adulterio era un’offesa.

E poi c’era Lei, Maria. Lei era, in carne e ossa, la migliore difesa che Dio avesse cercato per la Madre di Suo Figlio.

«L’ha detto e noi non ci abbiamo creduto: una Vergine concepirà e darà alla luce un Bambino», dicendo questo Giuseppe vide la luce e se ne andò di corsa. Tornò da sua moglie, si celebrò il matrimonio e tutti si dimenticarono dell’incidente.

Un ricordo, tuttavia, rimase. Mi riferisco a quell’altro episodio tra Gesù e i farisei.

I farisei e i sadducei si stancarono di sentire dire che Gesù di Nazaret era il Figlio di Davide. Non sapendo da dove attaccarlo, indagarono sul suo passato. Mettevano il dito nella piaga e scoprirono quello strano episodio della scomparsa di sua Madre durante i primi mesi di gravidanza, e di come Giuseppe fosse andato di persona a cercarla… per…

«Ahhhh, ecco il suo tallone d’Achille»…

Con quest’arma segreta nascosta nella manica, i farisei condussero Gesù sul tema della primogenitura e dell’unicità di discendenza. Allora uno qualsiasi tirò fuori il manuale dei colpi bassi e sferrò la bomba.

«Il nostro padre è Abramo, chi è il tuo?»

A Gesù salì alla testa il zelo che lo consumava per sua Madre.

«Siete figli del Diavolo», rispose loro con la forza di un uragano che gli si era compresso in gola.

Solo un’altra volta, solo in un’altra occasione di cui ormai non vogliono più ricordare, videro il Figlio della Vergine con i raggi che gli uscivano dagli occhi. E non si fermava più, non si arrestava più finché non avesse riversato nel fiume della sua ira l’ultimo atomo della collera dell’Onnipotente.

D’ora in poi, tra Lui e loro, la partita si sarebbe giocata a testa o croce. Testa, Lui li avrebbe portati via davanti a sé. Croce, avrebbero pagato il loro debito.

  

IL BAMBINO GESÙ AD ALESSANDRIA DEL NILO

 

Poco dopo questi avvenimenti, Giuseppe il falegname e suo cognato Cleofa presero le loro famiglie, acquistarono i biglietti e si imbarcarono per Alessandria del Nilo.

Su questa vicenda della Fuga è sempre aleggiato il mistero. Dal punto di vista documentale, la verità è che da nessuna parte esistono indizi che Alessandria del Nilo sia stata il luogo scelto da Giuseppe per salvare il figlio di Maria dalla persecuzione contro il Bambino decretata da Erode. Pertanto, se mi si mette alle strette, l’autore di questa Storia potrebbe essere accusato di inventarsi la destinazione dei fuggitivi per soddisfare esigenze letterarie. Il che, in una certa misura, mi sembra logico. Io stesso non posso dimenticare che l’iconografia classica al riguardo è piuttosto scarsa, persino prudente direi; e oserei persino confessare che si tratta di una prudenza che rasenta la codardia.

La scelta di Alessandria del Nilo non fu casuale da parte di Giuseppe; né lo è da parte di chi in queste pagine ne ricostruisce i movimenti. Fortunatamente o sfortunatamente, l’unica prova che posso fornire è la testimonianza di Dio. Per , naturalmente, il «purtroppo» è solo un modo di dire. Per chi conosce Dio, una sola sua parola vale più di tutti i discorsi di tutti i saggi dell’universo riuniti in un’infinita serie di disertazioni. Purtroppo, però, la parola di Dio non vale per tutti.

Il fatto è che l’unica prova reale che la Storia ci offre in merito è la testimonianza di Dio, quella del «Ho chiamato mio figlio dall’Egitto».

Prima di me sono stati in molti a mettere le mani sul fuoco in difesa della risposta affermativa che la questione merita. Dalle distanze apocrife di chi non crede, tuttavia, sono due le obiezioni insuperabili contro le cui mura a prova di bomba si infrange la nostra retorica. Una è che quella frase «Dall’Egitto ho chiamato mio Figlio» fu scritta molto prima che alcuno degli avvenimenti che narriamo avesse ancora avuto luogo, per cui fermarsi a credere che secoli e secoli prima della Nascita la Fuga fosse già stata predisposta per entrare nel programma messianico, a dire il vero, è davvero chiedere troppo.

L’altra obiezione è che quella nota profetica non fu scritta «a futuriori» ma a posteriori. Secondo questi geni, non sarebbe la prima volta che gli ebrei falsificano i propri testi sacri. Non lo facevano forse da secoli? Ninive cadeva e loro venivano a scrivere sulle sue rovine che l’avevano già predetto. E come Ninive, tutte le altre cose. Anche il profeta Daniele vide l’ascesa al potere di Ciro il Grande. E persino la caduta del suo impero sotto gli zoccoli del cavallo di Alessandro Magno. Per l’amor di Dio, chi volevano ingannare? Esiste forse una nazione più stolta di quella che inganna se stessa?

Insomma, questa tesi secondo cui i testi profetici sarebbero stati redatti a posteriori si è guadagnata molti seguaci nei suoi giorni di gloria. Tralasciando la loro astuzia, com’è naturale per chi è stato immunizzato contro l’astuzia dei geni, noi altri, che continuiamo a sostenere il valore divino dei testi profetici, continuiamo a sostenere che tali modi di pensare sarebbero logici in un pensatore antico, perché pretendere di adeguare il pensiero del Creatore a quello della creatura – che è ciò che si fa negando l’onniscienza divina come fonte delle Scritture – significa negare ciò che separa la creatura dal suo Creatore.

A livello di gioco è vero che alcuni uomini vedono il futuro. Nelle stelle, nei dadi, nei fondi di caffè e, soprattutto, in una pallottola con un nome scritto sopra. A livello di realtà, la natura umana è ben lontana dal potersi attribuire un simile attributo.

Questo da una parte.

D’altra parte, non è forse vero che la storia la scrivono i vincitori? Ebbene, se fosse così, qualcosa deve non funzionare nel sistema quando la vediamo scritta da un popolo di perdenti. Persero contro gli egiziani. O c’è ancora qualcuno che crede che si passi dalla libertà alla schiavitù senza combattere una battaglia terribile? Combatterono contro gli Assiri e persero la guerra. Furono nuovamente schiacciati dai Caldei di Nabucodonosor. Persero contro Roma. Furono nuovamente ridotti in schiavitù dagli arabi. Curioso, molto curioso, che la memoria storica di mezzo pianeta si basi sulle gesta belliche del popolo perdente per eccellenza, quello ebraico!

Direi che la Storia si scrive da sola al ritmo con cui Dio usa la mano dell’uomo come penna. Dio, il nostro Creatore, intinge la penna nel nostro sangue e scrive il nostro futuro secondo la sua onniscienza, prescienza e genio creativo. In altre parole, noi non vediamo il futuro, mentre Dio non solo lo vede, ma lo scrive. Ora, se questa capacità divina di creare il Futuro non viene ammessa, allora dovremo affidarci alla natura degli eventi stessi, oppure correre il rischio di chiudere questa Storia e aprire un libro completamente diverso.

Così, l’addio fu molto breve. Il Lupo del Diavolo aveva fiutato il Bambino.

Al sicuro in Egitto, Giuseppe il falegname aprì la sua bottega lontano dal quartiere ebraico, nella Città Libera. Con il passare degli anni, la sua bottega venne chiamata «La falegnameria dell’ebreo».

Su questo punto specifico – l’evento della Strage degli Innocenti – dico la stessa cosa. Se il dubbio si basa sull’impossibilità dell’esistenza di qualcuno capace di commettere un crimine del genere, allora possiamo già prendere quel dubbio e gettarlo nella spazzatura. Se invece il dubbio risiede nell’ignoranza dei popoli e delle loro genti, considerando le circostanze sociali e politiche vissute dal regno di Israele in quel periodo, in questo caso non c’è nulla da aggiungere a quanto scritto, se non forse dire che non si spiega come, se la felicità risiedesse nell’ignoranza e ci fossero così tanti ignoranti al mondo, il mondo possa continuare a essere così brillantemente infelice.

Ma torniamo al punto.

È stata una decisione facile per Giuseppe dover rifare i bagagli ed emigrare in Egitto?

Forse non è stata una decisione facile, ma sicuramente coraggiosa.

Il racconto dell’Adorazione dei Magi ci apre la mente al passato e ci dipinge la Sacra Famiglia in fuga verso la seconda città più grande del mondo, Alessandria del Nilo, città aperta e cosmopolita dove Giuseppe e la sua famiglia giunsero con le spalle coperte «dal punto di vista economico». Oro, incenso e mirra furono i doni che i Magi offrirono al Bambino.

Perché Alessandria del Nilo e non Roma?

Beh, Alessandria si trova a due passi dalle coste di Israele. Dopo la strage degli Innocenti e l’assassinio di Zaccaria, padre di Giovanni Battista, l’ultima cosa che Giuseppe potesse permettersi era mettere in pericolo la vita del Bambino. Infatti, tra la Nascita e la presentazione al Tempio erano trascorsi diversi giorni; era ora o mai più. Tornare a Nazareth, fare i bagagli, prendere la nave ad Haifa e addio alla patria.

Questa decisione di Giuseppe, imposta dalle circostanze sanguinose, cambiò l’uomo in modo radicale. Tra i Santi Innocenti, i figli dei suoi fratelli caddero nella trappola. L’uomo che dal ponte della nave che portava la Sacra Famiglia ad Alessandria guardava l’orizzonte, da solo, voltando le spalle a tutti, custodiva nel suo cuore quel segreto, che non avrebbe rivelato alla sua gente fino alla morte. Quando sbarcò sulla costa egiziana, il Giuseppe di prima del Massacro e dell’assassinio di Zaccaria era ormai sprofondato nelle acque del Mediterraneo.

I suoi compatrioti?

Più erano lontani da lui, meglio era. Non rivelò a nessuno il motivo di questo cambiamento radicale, né a sua moglie, né a suo cognato.

Ed eccoci ad Alessandria del Nilo.

L’ambiente in cui crebbe Gesù, grazie al comportamento strano di suo padre nei confronti dei suoi, fu straordinario. Giuseppe, suo padre, si rifiutò di stabilirsi nel quartiere ebraico; preferì cercare posto tra i gentili, nel cuore della Città Libera. Acquistò una casa e aprì la sua bottega. Col tempo la sua sarebbe diventata nota come la Falegnameria dell’Ebreo.

Gli zii del Bambino, Cleofa e Maria, moglie di Cleofa, continuarono a mettere al mondo figli.

Astuto com’era, non appena Gesù raggiunse l’altezza di suo cugino Giacomo, sebbene Giacomo fosse più grande di lui di due anni, Gesù lo prendeva per mano e lo portava al porto romano. Il Bambino non si faceva intimidire da nessuno; la sua sete di notizie sull’Impero non si esauriva mai. La sua abilità nel carpire dai marinai notizie su Roma, Atene, la Hispania, le Gallie, l’India e l’Africa profonda suscitava simpatia nei lupi di mare. Li guardavano, quei due Ragazzi, da capo a piedi, li vedevano vestiti con abiti da figli dell’alta società e via, raccontavano a Gesù e a suo cugino Giacomo come andava il mondo.

Grazie a questa sua predisposizione, all’età di dodici anni il Bambino parlava perfettamente il latino, il greco, l’egiziano, l’ebraico e l’aramaico. Insisto: o forse credete che gli abbiano cercato un interprete per l’udienza con Pilato?

Come dicevo, Gesù fu un vero e proprio bambino prodigio. Un bambino prodigio che ebbe la grande fortuna di avere come padre un uomo straordinario. Tuttavia, anche i fenomeni provano sentimenti, soffrono, hanno momenti di debolezza, si rattristano, piangono la solitudine che li opprime.

  

LA COLOMBA MUTA DELLE LONTANANZE

 

Gesù si chiuse in se stesso. Quel Bambino divino che metteva sottosopra la marmaglia di tutta la strada, se ne andava, si perdeva tra le barche del porto e al calar della sera tornava di corsa a sedersi sulle ginocchia di suo padre in mezzo agli amici; quel Bambino travolgente si chiuse in se stesso. Gesù smise di uscire di casa. Cominciò a sedersi sulla soglia della falegnameria dell’ebreo a guardare la vita che scorreva. Il Bambino quasi non mangiava. Gesù si lasciava cadere sulle ginocchia di sua madre tra le amiche, quando al calar della sera le donne erano solite sedersi in strada, sotto il cielo mediterraneo, a cucire, a chiacchierare, e poi se ne andava.

Era come se quella fiamma del Rovo si stesse consumando tra le braccia di Maria. All’inizio Lei non si rese conto della solitudine che nel petto del suo Bambino aveva aperto un buco nero e che da lì lo inghiottiva un po’ di più ogni giorno. A poco a poco la Madre aprì gli occhi e cominciò a vedere ciò che c’era nel Cuore del suo Bambino.

Non riusciva a sopportare quell’agonia indescrivibile che le stava strappando il Bambino dalle mani. Lo amava più del mondo, più del tempo, più delle onde del mare, più delle stelle, più dell’amore, più della sua stessa vita. E lui se ne andava. Era notte dopo notte e ogni notte un po’ di più. Il Bambino non parlava, non rideva, si lasciava cadere sul petto della Madre, lo sguardo perso nel cielo di quell’Alessandria sul Nilo, e lì sprofondava.

«Che cosa ti succede, figlio mio?», gli chiedeva Lei.

«Niente, Maria», le rispondeva Lui.

«Io so cosa ti succede, Gesù».

«Non è niente, Maria, davvero».

«Mio tesoro, ti manca tuo Padre. Non piangere, amore mio. Lui è qui, proprio ora: quando poso le mie labbra sulle tue guance, Lui ti bacia; quando ti abbraccio, Lui ti stringe forte a sé».

Per il Bambino quella donna che lo ascoltava con il sorriso più dolce dell’universo sul volto mentre Lui le parlava del Paradiso di suo Padre, della Città di suo Padre, dei suoi fratelli, i superangeli Gabriele, Michele e Raffaele, quella donna… quella donna era sua Madre. La amava più di ogni altra cosa al mondo. Era l’unica persona a cui poteva raccontare ogni cosa. Adorava sentire il battito del suo cuore quando le parlava del suo Regno. E quello sguardo luminoso che le illuminò il volto quando le rivelò tutta la verità! Non gli si cancellò mai dalla memoria.

«Sì, Maria» – le disse il Bambino. «Io sono Lui».

«Raccontami ancora com’è il Cielo, figlio mio», gli chiedeva di nuovo.

«Il Cielo» – le confessò il Bambino – «è come un’isola che si è trasformata in un continente e che continua a crescere al di là dell’orizzonte. La Roccia su cui poggia è la montagna più alta che un uomo possa immaginare. Il Monte di Dio, Sion, eleva la sua vetta fino alle nuvole, ma dove dovrebbero esserci le nuvole ci sono dodici mura, ciascuna costituita da un unico blocco, ogni blocco di un colore diverso, ogni muro che risplende come se avesse un sole al suo interno. E sono come dodici soli che illuminano lo stesso firmamento. Le dodici mura formano un’unica cinta muraria che circonda la Città che racchiudono. Dio chiamò la sua Città Gerusalemme e il suo Monte Sion. A Gerusalemme gli dei hanno la loro Dimora, e tra gli dei mio Padre ha la sua Casa. Dalle mura della città di Dio i confini del Cielo si perdono nell’orizzonte che confina con l’oriente al di là dei confini del Paradiso.

«Vedrai, Maria, il Cielo è come uno specchio meraviglioso che riflette la Storia dei popoli che lo abitano. Ad esempio questo mondo, la Terra. Voi raccogliete i ricordi dei vostri antenati nei vostri libri; ma il Cielo li registra in tempo reale, perché ciò che si riflette sulla superficie dell’Universo si materializza su quella del Cielo. Così, se ti metti a percorrere la Dimora degli uomini nel Paradiso di mio Padre, scoprirai che tutte le Epoche dell’Uomo sono racchiuse nella sua geografia. Quando andrai in Cielo vedrai con i tuoi occhi che tutte le specie di animali e uccelli, alberi e piante, montagne e valli che un tempo erano qui Giù esistono per sempre lassù.

«Poiché mio Padre ha creato altri mondi, e ne creerà ancora, il Cielo è un Paradiso pieno di meraviglie che non finiscono mai. Per percorrerlo tutto dovresti camminare per un’eternità, e ogni tratto del cammino sarebbe un’avventura. Come te lo spiego? Mio Padre semina la vita nelle stelle. Le stelle dell’Universo sono come l’oceano che circonda l’isola, e anche questo oceano di costellazioni cresce estendendo le sue rive al ritmo dei confini del Cielo. La vita diventa un albero, e mio Padre ed io la raccogliamo nel nostro Paradiso affinché viva per sempre. Le specie di animali e di uccelli sono innumerevoli. Un grande fiume nasce sulle vette del Monte di Dio e nella pianura si divide in rami che coprono tutti i Mondi e i loro territori. Vedi tutte le stelle? Il Cielo è più in alto».

«È da lì che sei venuto, figlio mio?»

«Te lo racconto, Maria.»  

 

 

LA FALEGNAMERIA DEL GIUDEO

 

Il Bambino raccontò molte cose a Maria. Gliene raccontò così tante che a quella povera donna immigrata non rimase più spazio nella mente e dovette cominciare a custodirle nel suo Cuore. Se ve le raccontassi tutte, sicuramente resterei seduto qui fino all’anno prossimo, e non è il caso.

Quello che posso raccontarvi è ciò che già sapete. Sapete che la Sacra Famiglia tornò in patria dopo una decina d’anni o anche prima. Ma non sapete cosa sia successo perché il buon Giuseppe e suo cognato Cleofa decidessero di vendere la falegnameria dell’ebreo, un’attività davvero fiorente, con il vento in poppa e a tutta vela, che non solca il mare, ma vola, eccetera.

La Falegnameria dell’Ebreo si trovava in pieno centro città. A quei tempi c’era una sola vera città in tutto il mondo. Era Alessandria del Nilo. Roma era il cuore dell’esercito più grande del mondo. A Roma vivevano i senatori imperiali. Ma era ad Alessandria del Nilo che si trovavano tutti i saggi dell’Impero. Possiamo dire che Alessandria fosse la New York di quei tempi. A Washington c’è il potere, ma a New York ci sono i soldi. Un rapporto di questa natura era quello che legava Alessandria e Roma.

Perché allora dovevano tornare già? E proprio quando gli affari andavano a gonfie vele, con il vento in poppa, il mare calmo, la nave che volava, ecc.? Tornare per cosa? Per sopravvivere come una mosca nella casa del ragno? C’era su cosa riflettere. Un’attività con meno di dieci anni di vita è come un ragazzo a cui sta cominciando a spuntare il baffetto. È dal suo punto di vista che si trovano meno difetti nel mondo. Il mondo potrà anche essere tutto quello che vuoi, ma lui, il ragazzino, è un vero campione. Insomma, non era una sciocchezza. A José e a suo cognato era costato non poco andare avanti, farsi strada, trovare un posto, e un posto grande tra i gentili, perché José non voleva sapere nulla o quasi nulla dei suoi compatrioti. In questo capitolo il signor José era un ebreo molto strano. Non voleva sapere molto dei suoi compatrioti, né gli piaceva averli troppo vicini. Nessuno sapeva perché, e nemmeno lui ne parlava molto. Forse perché il signor José parlava l’ , il latino e il greco fin da giovanissimo e sembrava trovarsi tra i gentili come un pesce nell’acqua.

Va detto che a José la padronanza delle due lingue dell’Impero aprì la strada nel mondo degli affari. A differenza dei suoi compatrioti, razzisti con tutti, che si credevano una razza superiore, eletta, e guardavano dall’alto in basso il resto del genere umano, il signor José era aperto, intelligente, di poche parole, ma ogni sua parola era quella di un uomo fatto e diritto che non veniva meno alla parola data per nulla al mondo.

Come un falegname ebanista di provincia, fuggito da un paesino sperduto tra le montagne, fosse riuscito a padroneggiare a tal punto le due lingue internazionali dell’epoca, beh, era davvero un altro mistero!

Un altro dei tanti aspetti che rendevano il proprietario della «Falegnameria dell’Ebreo» una creatura sui generis, introversa, indefinibile. I suoi compatrioti di Alessandria criticavano il signor José proprio per la sua distanza dalla compagnia dei suoi simili.

A differenza di José, Cleofás, il fratello di Maria, era molto legato alla sua terra e propendeva per i suoi. Il che compensava la bilancia e manteneva in equilibrio i rapporti della Casa con i nazionalisti. Qualche volta, tra cognati e soci, Cleofás gli aveva sollevato l’argomento del suo distacco e delle cause di quella posizione così irremovibile. Ma José trovava sempre il modo di eludere la questione.

Giuseppe non imponeva nulla al cognato Cleofà; questi era libero di educare i propri figli secondo il proprio cuore; non avrebbe certo proibito ai suoi nipoti di andare alla sinagoga e partecipare alla vita della comunità ebraica, adempiendo ai loro doveri di buoni figli di Abramo. Solo che la stessa libertà che Giuseppe offriva a Cleofà, la voleva anche per sé.

Di fronte a questo modo di ragionare, Cleofà rideva e lasciava cadere l’argomento. Perché se avesse chiesto a sua sorella Maria del comportamento così strano di suo marito, nemmeno lei sarebbe andata oltre.

Lo stesso enigma che questo modo di essere di Giuseppe suscitava in Cleofa aveva lasciato Maria perplessa sin da quando avevano lasciato la patria. E Cleofa non doveva pensare che lei gli nascondesse qualcosa. Giuseppe era buono come il pane, ma quando si trattava di aprire il proprio cuore, non diceva una parola nemmeno alla propria moglie.

Insomma, Cleofas e sua moglie avevano già messo al mondo una vera e propria schiera di figli a questo punto della storia. Giuseppe e Maria, invece, si erano fermati al primo e all’ultimo, primogenito e unico figlio in una sola persona.

«Che succede, fratello?» – volle sapere Cleofà – «Perché questa fretta di vendere una barca che va a gonfie vele?»

Giuseppe non volle dire a suo cognato tutta la verità, o almeno la verità per come la viveva lui.

 

IL RITORNO A NAZARET

 

Il Bambino superò quella tristezza che stava per farlo sprofondare nelle tenebre di un dolore infinito. Sua Madre si frappose tra il Bambino e quelle tenebre sconosciute, chiamò in aiuto suo Marito e insieme scacciarono il diavolo all’inferno. Ma non si erano ancora dimenticati di quella battaglia quando il Bambino aprì un nuovo capitolo nelle loro vite. Gesù aveva ormai nove o dieci anni. Al Bambino era venuta in mente l’idea di lasciare l’Egitto e di farsi portare in Israele.

Capirete che Giuseppe si arrabbiò moltissimo. Sua moglie era dalla parte del Bambino. Logico. Per Maria non c’era alcun problema. Ma per Giuseppe le cose non erano così semplici.

Naturalmente Giuseppe aveva ascoltato la Storia Divina dalle labbra di Gesù tra le braccia di sua Madre. E proprio per questo ora meno che mai poteva permettersi di prendere una decisione sbagliata. Finché non sapeva chi avesse in casa, il problema gli sembrava sotto controllo; ma ora che conosceva l’identità del Figlio di Maria, ora meno che mai poteva permettersi l’indecisione che aveva avuto quando aveva riso un po’ del consiglio dei Magi.

«Vattene, Giuseppe, altrimenti gli Erode lo uccideranno», lo supplicarono.

Tornare in Israele mentre Erode il Piccolo era ancora in vita?

«Di a tuo Figlio che non è ancora giunto il momento», risponde Giuseppe alla moglie.

Parole che il vento porta via.

«Di a tuo marito che devo occuparmi delle cose di mio Padre», insiste il Bambino.

Una risposta portata dal vento.

«Maria, per l’amor di Dio, è solo un bambino. Da qui non si muove nessuno. Almeno finché non muore quel figlio di Satana».

Chiudo e taglio corto. Il signor Giuseppe era così. Poche parole, ma quando le pronunciava non c’era nessuno al mondo che riuscisse a fargli cambiare idea.

E così avrebbero potuto continuare per tutta la vita se il Bambino non avesse messo in atto il «suo piano». Non mi perderò nei dettagli, ma la verità è che il figlio del falegname aprì la bottiglia della sua prodigiosa intelligenza e si divertì come un ragazzino a inondare di champagne della sua gloria il rabbino della sinagoga.

«La lista dei re? Quella di prima del Diluvio o quella di dopo il Diluvio, signor rabbino?»

Un mostro. Sapeva tutto. Il rabbino, completamente sbalordito, finì per interessarsi profondamente al Bambino.

«E tu di chi sei figlio, ragazzo?»

«Sono figlio di Davide, signor rabbino.»

«Tuo padre è figlio di Davide?»

«E anche mia madre, signor rabbino.»

«E anche tua madre? Che cosa curiosa!»

«E anche mio cugino qui presente, signor rabbino.»

«Tu sì che sei proprio un rabbino», pensò tra sé l’uomo.

Così, un bel giorno, il rabbino entrò nella falegnameria dell’ebreo chiedendo spiegazioni a José. Come se avesse diritto a qualcosa solo perché era un servo di Dio.

Giuseppe lo squadrò dalla testa ai piedi e lo cacciò via. E proprio davanti al Bambino stesso. Perché, ovviamente, tutto quel trambusto era opera del Bambino.

Capirete che, dopo lo spavento che si era preso al momento della Nascita, a Giuseppe era stato proibito di fare anche solo il minimo accenno alle origini davidiche della sua famiglia. E se se ne presentava l’occasione, delle sue origini davidiche doveva parlare con la massima cautela, come chi non è disposto a metterci la mano nel fuoco. Certo che lo erano; ma chi lo sa; i loro genitori avevano detto loro che lo erano e loro non avrebbero certo contestato l’autorità dei propri genitori.

Il Bambino stava infrangendo questa regola di famiglia. E lo stava facendo con piena consapevolezza. Sapeva, perché conosceva Giuseppe come se fosse suo fratello, suo amico, suo padre, che non appena Giuseppe avesse individuato il minimo pericolo che potesse mettere a rischio la vita del Figlio di Maria, avrebbe chiuso baracca e sarebbe emigrato altrove.

Il primo round l’aveva superato Giuseppe. Ma il secondo stava per arrivare.

Il Bambino tornò alle sue vecchie abitudini. Non solo era figlio di Davide come se nulla fosse, ma sua madre era la Figlia di Salomone.

«Ebbene sì, signor rabbino. La Figlia di Salomone in persona.»

«E dici che tuo padre può dimostrarlo con dei documenti sul tavolo?»

«Ebbene sì, signore.»

A quel rabbino che ebbe la fortuna o la sfortuna di avere il Bambino come allievo si drizzarono le antenne. Confuso, smarrito, il rabbino, del tutto sbalordito, portò la questione al rabbino capo.

«È proprio come le dico. Se fosse un altro bambino lo prenderei per una burla, ma dal figlio del Falegname ormai mi bevo tutto. Ne sa più di tutti i saggi della corte di Salomone messi insieme. Compreso il re saggio», con queste parole il rabbino di Gesù si recò dal suo superiore.

E un bel giorno entrambi si presentarono alla falegnameria dell’ebreo, decisi ad andare a fondo della questione.

Andarono da Giuseppe. Andarono a esigere che mostrasse loro i documenti di cui il Bambino aveva parlato. Gesù aveva detto loro che suo padre custodiva i documenti genealogici della Famiglia, documenti che risalivano ai tempi del re Davide in persona, riediti dal profeta Daniele durante la Cattività babilonese.

Giuseppe si trovò improvvisamente di fronte a una mossa magistrale di scacco matto. Il Figlio di Maria stava giocando duro. Voleva portarli tutti a Gerusalemme e nulla né nessuno lo avrebbe fermato.

La discussione che Giuseppe ebbe con i due rabbini fu molto accesa. Non la riporterò per non dare l’impressione di ricreare eventi fantastici.

«L’impressione che il Figlio di Maria suscitava nei suoi maestri era talmente straordinaria che avevano creduto alla parola di un ragazzino»… bla bla bla. Il Falegname li liquidò con questa frase.

Se lo avessero conosciuto, avrebbero capito che per Giuseppe affermare una cosa significava dire l’ultima parola.

Giuseppe ne era ben consapevole. Il Figlio di Maria poteva anche essere il Figlio di Dio in persona, ma era a lui, a Giuseppe, che il Padre aveva affidato la sua custodia, e a lui, e solo a lui, Giuseppe, spettava decidere quando la Sacra Famiglia sarebbe tornata in Israele.

Poteva essere il Figlio di Dio?

Poteva solo essere…?

«A cosa stai pensando, Giuseppe?»

I rabbini credevano di aver messo alle strette il Falegname, e persino il Bambino stesso, che ascoltava da dietro la porta, finì per crederlo. Le parole, come spade in un duello all’ultimo sangue, si incrociavano quando il Bambino si affacciò alla porta con l’aria del vincitore che chiede al proprio nemico caduto: «Ne vuoi ancora?»

Fu la prima volta in vita sua che Giuseppe vide il Figlio di Maria con gli occhi con cui lo vedeva sua Madre. Quello era il Figlio di Dio in persona. Non era uno scherzo. Semplicemente aveva il corpo di un bambino. Ma colui che Giuseppe aveva davanti era il Primogenito del Signore Dio YAVÉ. Era il Figlio di Dio in persona che gli stava parlando con il pensiero.

Sì, signore, gli stava parlando con il pensiero con la stessa certezza con cui tu stai leggendo questo libro.

I rabbini stavano parlando a José a squarciagola nella sua stessa casa, ma José aveva la mente altrove, in un altro luogo. Gli stavano chiedendo i documenti genealogici del Bambino e lui era altrove, in un altro tempo. Il Bambino era in piedi contro l’imbocco della porta della falegnameria e gli diceva senza aprire bocca: «Non mi credi ancora, Giuseppe? Non vedi che devo occuparmi delle cose di mio Padre?».

Ma la mossa andò male al Bambino.

Passato quel momento, con i rabbini ormai andati via, di nuovo e ora più che mai Giuseppe si chiuse in se stesso. Non sarebbero mai tornati in Israele finché il suo Dio non gli avesse dato l’ordine di tornare. E basta, Giuseppe non voleva più sentire nulla.

E fu così che il Bambino subì un’altra sconfitta. Smise di parlare a Giuseppe. Aveva giocato la sua partita e l’aveva persa. Nessuno si sarebbe mosso dall’Egitto finché Dio non avesse dato a Giuseppe l’ordine di tornare in Israele, così semplice, così tragico.

Semplice a dirsi, sì; a viverlo, però, per niente. Padre e figlio smisero di parlarsi, persino di guardarsi. Il piccolo Gesù non mangiava nemmeno. Si lasciava cadere a terra contro la facciata di casa loro, guardando la vita che scorreva, oppresso dal dolore di chi può tutto e a cui viene ordinato di non fare nulla.

Maria non sapeva chi soffrisse di più: se il Bambino per non essere riuscito a imporre la propria volontà, o se suo marito per non riuscire a sopportare il silenzio e l’allontanamento di suo figlio. Infatti non si guardavano nemmeno. Giuseppe non osava, e il Bambino non poteva.

Cleofas era l’unico che sembrava godersi quella situazione.

«Che ti prende, fratello, perché sei così testardo?», dice a Giuseppe.

«È solo un Bambino, Cleofà», gli risponde Giuseppe.

Accadde che un giorno come tanti altri Giuseppe tornò a casa dopo aver concluso un affare. Gesù aveva ormai perso ogni speranza di convincere il buon signor Giuseppe. Da quanto tempo non si parlavano?

Giuseppe il falegname tornò dopo aver concluso quell’affare, tutto serio, ma con gli occhi che brillavano. Non appena Maria lo vide varcare la soglia, il cuore le fece un balzo, ma non volle dire una parola. Aspettò che fosse suo marito a parlarle.

«Moglie, di a tuo Figlio che ce ne andiamo».

Non aggiunse altro.

La Madre prese il Bambino e andò a distrarlo al mercatino. Gli avrebbe comprato tutto ciò che voleva, per tirarlo su di morale e fargli tornare il sorriso, gli disse. Gesù la seguì come avrebbe potuto seguire una nuvola senza meta. Da quando era successo quell’incidente tra Giuseppe e i rabbini non voleva sapere nulla, non aveva voglia di nulla. E non c’era nulla che la sua stessa Madre potesse dirgli per tirarlo su di morale.

Niente?

Beh, in realtà c’era qualcosa. Aveva due segni, ed era una sola parola. Giuseppe gliela negava e Maria non poteva dargliela.

Non poteva dargliela?

Quella passeggiata al mercatino del porto di Alessandria non l’avrebbero mai dimenticata. Lei non smetteva di sorridergli, di fargli il solletico, di dirgli con i gesti: Indovina, indovina, cosa mi succede?

Ovviamente il Bambino si irritò per un po’, finché non finì per aprire gli occhi. Prese Maria – Lui la chiamava sempre per nome – la fece sedere su una delle panchine del molo e, guardandola negli occhi, le lesse nel cuore con la stessa facilità con cui tu stai leggendo queste righe.

«Maria, vero?», fu tutto ciò che le chiese il Bambino.

Lei annuì, sopraffatta dalla felicità. E proprio lì, sullo sfondo dell’orizzonte mediterraneo, danzarono pazzi di gioia.

Corsero a casa. Giuseppe stava lavorando quando entrarono. Maria gli passò accanto, ma Giuseppe colse la luce che brillava nel cuore della sua Donna. Le sue pupille si illuminarono e voltò la testa. Prima che potesse dire una parola, il Bambino corse a gettarsi tra le sue braccia. Gigante com’era, il Marito di Maria lo afferrò e lo sollevò come fanno tutti i padri con i propri bambini. Ora sì che entrambi avevano vinto. Il Bambino aveva ottenuto ciò che desiderava e Giuseppe aveva ricevuto da Dio l’ordine di mettersi in cammino.

Cleofas non obiettò. Né disse nulla. Suo cognato era il capo del clan, era lui a decidere, era lui a comandare.

Gesù corse via alla ricerca di Giacomo, suo cugino, gridando per la strada: «A Gerusalemme, Giacomo, a Gerusalemme».

 

RINASCERE

 

Gli emigranti tornarono a Nazareth, per così dire, ricchi. Giuseppe vendette la Falegnameria dell’Ebreo a un ottimo prezzo.

«Addio Alessandria, addio» – sussurrarono le labbra di Giuseppe, che si lasciava alle spalle amici, affari, anni felici, nuove prospettive, una città saggia, la gioia di aver vissuto cose meravigliose e di averne sentite altre incredibili da credere, se non le avesse sentite dalle labbra del Bambino.

Dall’altra parte dell’orizzonte lo attendeva il ritorno del dolore addormentato sotto le spesse lenzuola di un subconscio crudelmente ferito. Tornare a Nazareth? Stabilirsi a Betlemme, il suo paese? Cosa avrebbe fatto?

Durante l’assenza della Signora del Cicogna di Nazareth, la grande casa sulla collina, Giovanna, la sorella di Maria, aveva mantenuto in piedi l’eredità di suo nipote Gesù. Da questo punto di vista Giuseppe non aveva alcun problema. Tutto ciò che apparteneva a sua moglie era suo; così Giuseppe poteva dedicarsi a vivere dei proventi e cominciare a godersi la bella vita. Solo che, per quanto prospera fosse l’eredità di sua moglie, questo modo di pensare non gli si addiceva.

Da padre qual era, Giuseppe si preoccupava più del futuro dei suoi nipoti che di quello di suo figlio Gesù.

A quel tempo suo cognato Cleofa aveva messo al mondo una nidiata di figli. Se Maria fosse rimasta nubile, sarebbe stato più che probabile che l’eredità di Giacobbe di Nazaret e la sua eredità messianica fossero passate al maschio di casa; in tal caso, il futuro dei figli di Cleofa sarebbe stato legato alla proprietà di Maria.

Ma non fu così. Prima o poi i figli di Cleofa avrebbero dovuto lasciare la casa della zia Maria, sistemarsi e fondare le proprie famiglie. Così, senza pensarci due volte, Giuseppe prese la decisione definitiva di ricominciare da capo, come la prima volta che era arrivato a Nazareth, sconosciuto a tutti coloro che non lo conoscevano, senza un posto dove cadere morto, il cielo come tetto, gli orizzonti come pareti della sua casa, la terra madre come pavimento su cui distendere il corpo, una pietra come cuscino sotto le stelle, i suoi fedeli cani assiri di guardia attorno al fuoco, l’aurora all’alba, la stella del mattino sotto la Luna, Gerusalemme in alto, sulla strada per la Samaria come chi si addentra in un corpo e viaggia fino al cuore attraverso le arterie sconosciute della terra. Perché no? Dio non ci ha forse donato la sua forza per mantenere lo spirito sempre giovane? Le forze possono venir meno, ma la voglia continua oltre la stanchezza delle ossa.

Certo, riaprire la falegnameria sarebbe stato un lavoro impegnativo, ma dato che a quei due uomini non mancavano né la forza né il coraggio per ricominciare da zero, beh, ecco. Inoltre, le creature tenebrose che avevano ordinato la Strage degli Innocenti erano ormai passate a migliore gloria e, a dire il vero, anche se Giuseppe non sembrava troppo desideroso di tornare in patria, anche a lui stava venendo voglia di stare con la famiglia, di rivedere i suoi fratelli e le sue sorelle, di vedere sua moglie e suo cognato felici tra le braccia della nonna dei loro figli. Insomma, la natura umana è stata tessuta con le fibre dell’amore divino e ha bisogno di bagnarsi nelle lacrime di gioia per superare quella tendenza innata che manifesta ad assomigliare alle bestie, che né ridono né piangono.

Per quanto riguarda il lavoro, José avrebbe potuto dedicarsi alle attività agricole, ma non era il suo campo. Il mestiere di falegname e ebanista ce l’aveva nel DNA, gli pulsava nel sangue; era la sua vocazione, riusciva a piantare un chiodo a occhi chiusi, a levigare la superficie più ruvida mentre chiacchierava. La campagna? La campagna non faceva per lui, né lui era fatto per la campagna. Le abilità di sua cognata Juana nel mantenere la proprietà in buono stato si erano forse affievolite?

Sì, per gli affari della tenuta c’era sua cognata Juana. E per quanto riguardava il laboratorio di cucito di Nazaret, la gestione era nelle mani delle operaie di sua moglie, la quale, ormai dedita alla famiglia, per prima cosa aveva lasciato le cose così com’erano.

Il Bambino, dal canto suo, non appena mise piede in Israele non vedeva l’ora che arrivasse il giorno della sua ammissione nella comunità con tutti i pieni diritti degli adulti, cosa che di solito avveniva a tredici o quattordici anni. Nel suo caso le cose si anticiparono a dodici anni perché la sua mente funzionava meglio di quella di una persona più grande. Sia chiaro che non lo dico per impressionare il lettore. La verità è che il Bambino rimase iperattivo per tutto il viaggio dall’Egitto a Israele; se fosse dipeso da Lui, avrebbe spiccato il volo o avrebbe corso sulle acque e non si sarebbe fermato fino a Gerusalemme. Se lo immaginava già tutto. Si sarebbe fatto strada fino al Cortile del Tempio, avrebbe chiesto la parola e avrebbe lasciato fluire dalla sua bocca la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità.

«Eccomi, Gerusalemme», sussurra il Bambino mentre si lascia alle spalle l’Egitto.

L’idea che il Bambino ha del proprio destino messianico è quella classica del pensiero popolare di quei tempi. Il Figlio di Davide si presenta in sella al suo cavallo di gloria davanti alle autorità del Tempio, raduna attorno a sé tutti i figli di Abramo del mondo e li guida alla conquista dei confini della terra.

Con queste sante intenzioni in mente, dopo la cerimonia di ammissione alla comunità celebrata al compimento dei suoi dodici anni, Gesù si reca al Tempio per mettere in atto la sua strategia.

Il primo giorno attira l’attenzione su di sé; il secondo la voce si diffonde; e il terzo tutti i Saggi d’Israele scopriranno l’immensità della sua realtà divina. Il quarto giorno il Messia sarà sul suo trono a chiamare alle sue file tutti gli eserciti del Signore nel mondo.

E così fu. Almeno durante i primi due giorni. Ma il terzo accadde qualcosa che segnò per sempre la sua esistenza.

Meravigliati dall’intelligenza di quel Bambino che ne sapeva più di tutti i saggi d’Israele messi insieme, le autorità del Tempio finirono per riunirsi per prendere una decisione su ciò che stava accadendo.

Tra loro, circondato a sua volta dai dottori e dai principi del Tempio, prese posto accanto a Gesù un certo Simeone. Questo Simeone era l’anziano che aveva salutato il Bambino appena nato e aveva detto al suo Dio che poteva già lasciarlo andare, a ricongiungersi con i suoi genitori, poiché aveva già visto il Cristo.

Dio non sembrava essere molto d’accordo con Simeone. Anziché portarlo in Cielo, lo lasciò ancora sulla Terra.

Non appena vide il Bambino, Simeone riconobbe il Figlio di Maria. Sbalordito da ciò che stava vivendo, prese la parola quando ormai tutti erano convinti di avere davanti a sé il Figlio di Davide.

«Dimmi, figlio mio», ruppe il silenzio Simeone.

E continuò a pronunciare parole di una saggezza sconosciuta al Bambino e a tutti gli altri.

«Cosa accadrà quando te ne andrai? Perché dovrai andartene. Noi uomini torneremo al nostro vecchio mondo di tutti i giorni o forse credi che il Cristo rimarrà per sempre con noi?»

Di cosa gli stava parlando quell’anziano?, si chiese il Bambino.

Quell’anziano gli stava dicendo, tra le proteste di tutti i suoi colleghi, che il Cristo avrebbe dovuto trovarsi circondato da un branco di cani, farsi carico di tutti i peccati del mondo, offrirsi come Agnello espiatorio.

«Ma se si siede sul suo trono, come potranno adempiersi le Scritture?», concluse il discorso quel Simeone.

Il Bambino rimase di sasso. Era lui il Servo di Jahvè delle profezie di Isaia?

Non era che il Bambino non conoscesse le profezie. Conosceva a memoria i libri profetici. Ciò che lo stava colpendo era l’interpretazione che Simeone ne stava dando. Era una saggezza così nuova e sconosciuta per Lui quanto lo era per gli altri che la stavano ascoltando.  

 

LA SPADA DI DAVIDE

 

La leggenda narrava che il grande guerriero avesse danzato la danza della vittoria attorno al cadavere del nemico. Raccontava anche che quei barbari avessero sottratto il segreto del ferro agli eroi di Troia prima che Enea cadesse vittima dell’astuzia degli Achei.

Tra quei mostri senza anima, il più orribile era sempre il capo. Il capo non era sempre il più alto, ma era sempre il più crudele, il più terribile, il più spietato, il più letale e malvagio. In quell’occasione, il barbaro più alto, più crudele e spietato che si potesse immaginare si era incarnato in un unico corpo. Si chiamava Golia. La sua spada era grande quanto quella di quell’altro guerriero che gli spagnoli chiamavano Rodrigo Díaz de Vivar, quella che con un solo colpo tagliava cinque teste di mori allineati in fila indiana. Nessuno voleva avvicinarsi a meno di tre metri dal Cid Campeador; quei tre metri erano la lunghezza della sua arma dalla spalla all’ a punta di quella spada d’acciaio spagnolo. Braccio e spada, un tutt’uno con quel guerriero castigliano che, in statura, aveva poco o nulla da invidiare a quella del filisteo prepotente e balbettante che commise il terribile errore di togliersi l’elmo davanti al giovane pastore con la fionda.

La leggenda narra che Davide raccolse l’enorme spada del gigante e con essa gli tagliò la testa d’un colpo. E continua dicendo che il guerriero ebreo combatté con essa alla testa dei suoi eserciti. Da ciò dobbiamo dedurre che, se di bel volto, quel Davide non era affatto di bassa statura né aveva braccia delicate e sottili. Non era un gigante, ma di certo la cosa a cui meno assomigliava era un nano.

Fin dall’inizio del suo regno, la spada di Golia fu il simbolo reale per eccellenza che conferiva a chi ne era in possesso il trono di Giuda. La ricevette Salomone e Salomone la consegnò a suo figlio. Roboamo la passò al proprio, questi al successivo, e così passò di mano in mano durante i cinque secoli che intercorsero dall’incoronazione di Davide all’ultimo re di Gerusalemme.

Nabucodonosor la strappò dalle mani dell’ultimo re vivente di Giuda e gettò quella spada da museo tra gli altri tesori che i suoi eserciti avevano raccolto in tutto il mondo. La vide così grande e pesante che la credette un oggetto decorativo. Se ne dimenticò e lì sarebbe rimasta per sempre se, dopo aver conquistato Babilonia, Ciro il Grande non l’avesse consegnata al profeta Daniele affinché facesse di quel simbolo sacro degli ebrei ciò che il suo spirito gli suggeriva.

Per diritto legittimo, la spada di Davide, la spada dei re di Giuda, spettava per eredità a Zorobabele. Ma il profeta Daniele gliela negò perché non era con quella spada che avrebbe dovuto riconquistare la Patria Perduta. La spada di Golia sarebbe rimasta nella Grande Sinagoga dei Magi d’Oriente fino alla nascita del Figlio di Davide.

Non sappiamo come la spada di Golia sia finita nelle mani del Cid Campeador. Quello che sappiamo con certezza è che quella spada era la stessa che Giuseppe impugnava il giorno in cui entrò nel Tempio alla ricerca del Figlio di Maria.

La spada di Davide fu un dono dei Magi al padre del Messia. Spettava a lui custodirla fino al giorno dell’incoronazione di suo figlio.

Molti furono i doni che i Magi fecero a Giuseppe. Oro, incenso e mirra furono gli ultimi tre doni che gli offrirono; ma questi erano destinati al Bambino. In precedenza avevano donato a Giuseppe un cavallo iberico che volava come una stella cadente ed era in grado di attraversare la Samaria senza bere acqua né riposarsi. E tre cani della stessa cucciolata, discendenti dei cani che i re di Ninive portavano con sé nelle loro battute di caccia ai leoni. Uno si chiamava Deneb, l’altro Sirio e il terzo Kochab. Giuseppe non li portava mai fuori tutti insieme. Si assomigliavano talmente tanto che chi non conosceva Giuseppe pensava che ne possedesse un solo esemplare di quella specie in via di estinzione. Erano docili come agnellini ai piedi del loro padrone, ma più feroci del demone più malvagio dell’inferno più orribile se fiutavano il pericolo. I suoi tre cani, il suo cavallo iberico e la spada di Golia furono le tre cose che Giuseppe portò con sé da Betlemme il giorno in cui Elisabetta gli disse:

«Figlio mio, tutte le tue sorelle si sono sposate e sono felici; il ragazzo è ormai nel fiore degli anni e ha tutta la grazia di suo padre. Cleofà è forte, è alto, è intelligente, non tarderà a trovare chi lo ami alla follia. Molto presto la Figlia di Salomone sarà libera dal suo voto, non è forse questo ciò che il Figlio di Natan ha atteso per tutti questi anni?»

E una quarta cosa Giuseppe portò con sé a Nazaret, quella che per lui era la più preziosa di tutte: il documento genealogico della sua Casata. Ma torniamo al punto.

Solo due volte nella sua vita la mano di Giuseppe si protese verso la spada di suo padre Davide. Il fatto che il braccio gli si protendesse ci dice molto sulla statura dell’uomo e sulla forza del suo braccio. La prima volta fu quando Giuseppe andò a prendere Maria a casa di Elisabetta, madre del Battista. La seconda, quando Giuseppe entrò nel Tempio per cercare il Figlio di Maria.

Cosa sarebbe successo se, invece di dire ai suoi genitori ciò che disse, il Bambino avesse detto a Giuseppe: «Figlio di Natan, dammi la spada dei re di Giuda»?  

 

POLVERE SEI E IN POLVERE RITORNERAI

 

Che cosa rivelò in definitiva quell’anziano al Bambino? Che cosa gli mostrò quell’uomo affinché il Figlio di Maria rinunciasse ai suoi progetti? Cosa gli disse? Perché quel Bambino tacque e rinunciò a salire sul cavallo del Figlio di Davide, il principe valoroso e impetuoso che, secondo l’interpretazione popolare delle Scritture, alla guida dei suoi eserciti avrebbe dovuto portare la pace di Dio in tutto il mondo? Perché colui che era entrato nel Tempio deciso a rivelarsi e a rivendicare ciò che gli spettava per diritto umano e divino abbandonò all’improvviso i suoi progetti messianici e se ne andò dietro ai «suoi genitori» senza proferire parola?

Che quell’anziano – la cui identità scopriremo nella Seconda Parte – rivelò al Bambino la saggezza che tutti voi conoscete per tradizione della Chiesa cattolica fin dai tempi degli Apostoli, questo è certo. Ma che ci fosse di più, molto di più, è altrettanto certo.

E l’unico modo per scoprire cosa gli passò per la testa è metterci al suo posto. Ma non in modo arbitrario, come più ci aggrada e ci sembra conforme alla nostra natura. Per un po’ dimentichiamo tutto ciò che abbiamo sentito e caliamoci nei suoi panni. E per farlo accetteremo la tesi cattolica dell’Incarnazione del Figlio di Dio. La adotteremo a tutti i livelli e la porteremo alle sue estreme conseguenze.

Prenderemo in considerazione la possibilità che quel Bambino fosse il Figlio di Dio in persona. Non un figlio qualsiasi a nostra immagine e somiglianza, per adozione; né tantomeno un figlio di Dio a immagine e somiglianza degli angeli che nel libro di Giobbe vediamo al cospetto di Dio. No, daremo per scontato che quel Bambino fosse un figlio di Dio alla stregua di Colui che è Unigenito del Padre suo perché è stato generato dal suo Essere. E che nella sua condizione di Unigenito soddisfi tutti i requisiti che il Credo cattolico pone sul tavolo: Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. È una possibilità. Possibilità che prenderemo in considerazione in tutta la sua portata.

Il primo ad accettare questa possibilità fu Gesù stesso. Nella sua dottrina si proclamò Causa Metafisica della Creazione, cioè la ragione per cui Dio fa tutte le cose, compreso il nostro Universo. Da questa posizione di Figlio Unigenito, Gesù rispose ai Giudei che gli chiedevano la sua età che «Egli esisteva già prima di Abramo», cosa logica se si pensa che, essendo la Causa Metafisica della Creazione, la sua presenza era necessaria fin dall’Inizio e prima che l’azione avesse inizio. Coerente con se stesso, Gesù proclamò nuovamente per sé quella condizione di Ragione Metafisica quando affermò che «il Padre gli mostra tutto ciò che fa». L’altro aspetto, ovvero il fatto che ci abbia invitato ad assistere allo Spettacolo nei prossimi Atti Creatori, è semplicemente secondario. È qualcosa che in questo momento non c’entra nulla. La tesi che sosteniamo è che quando Dio diede inizio al Principio e creò i Cieli e la Terra, il suo Figlio Unigenito era al suo fianco ed è per amore di Lui che si dispose a creare noi, il Genere Umano.

Tutto perfetto. Finché Adamo non commette l’errore di lasciarsi ingannare dall’astuzia del Serpente.

A prescindere dal dilemma che la perfezione divina e la libertà umana ci pongono, ciò che conta davvero è che il Figlio di Dio abbia vissuto la condanna di Adamo come qualcosa che lo riguardava direttamente.

Dalle Scritture si deduce che Dio e suo Figlio abbandonarono Adamo ed Eva per un certo tempo. Quando tornarono, si trovarono di fronte al fatto compiuto. Il Padre comprese tutto ciò che era accaduto, giudicò il caso e, con l’ira del Giudice dell’Universo, emise la sentenza contro tutti i protagonisti. Al Serpente giurò che un figlio di Adamo si sarebbe alzato e gli avrebbe schiacciato la testa. Ad Adamo ed Eva condannò a morire.

Sbalordito, sconvolto da quella ribellione contro Dio, suo Figlio, fratello di Adamo il defunto, sentì il sangue affluirgli alla testa e sognò il Giorno della Vendetta di Yahweh.

Ma quel Giorno della Vendetta non era né per domani né per dopodomani. In realtà nessuno sapeva quando sarebbe arrivato. Il Figlio di Dio sapeva solo che, col passare del tempo, la perdita dell’identità dell’Uomo che Dio aveva creato diventava sempre più grande. Divenne così grande, e l’odio che per colpa sua si andava accumulando contro gli angeli ribelli gli sembrò così enorme che con tutto il suo Essere chiese a suo Padre di mandarlo sulla Terra di persona per affrontare il Diavolo in persona. Una volta sconfitto il Diavolo, la corona di Adamo sarebbe spettata al Vincitore; e poiché il Vincitore e il Figlio di Dio erano la stessa persona, durante il suo regno il Genere Umano sarebbe uscito dall’Inferno in cui era stato gettato e avrebbe ripreso il cammino per cui era stato creato e dal quale era stato allontanato dal Tradimento di Satana.

Il Figlio di Dio venne quindi sulla Terra con il sangue che gli ribolliva nelle vene, pronto ad asciugare le lacrime del nostro mondo. La sua spada era nella sua bocca: era la sua Parola. Per conquistare il mondo non aveva bisogno della spada di Golia, gli bastava aprire la bocca e ordinare ai venti di alzarsi, agli eserciti di deporre le armi. Egli porta la Pace; la sua è la bandiera di una Salute che supera la Morte e conduce gli uomini all’Immortalità.

L’Immortalità?

Ho detto l’Immortalità?

«Ebbene sì, figlio mio, ma vuoi forse ribellarti alla sentenza di tuo Padre?», gli disse quel Simeone. «Per salvare noi, vuoi condannare te stesso? Per salvare il Presente, vuoi condannare il Futuro? Certamente tuo Padre ti ha mandato ad affrontare il Maligno e tu gli schiaccerai la testa, ma se abbatti le mura della nostra prigione contro il giudizio divino, in che cosa ti distinguerai da colui contro cui sei venuto a vendicare la morte del nostro padre Adamo? Perché il Giudizio di Dio è inderogabile: polvere sei e in polvere tornerai. È il nostro destino. Ti ha forse detto tuo Padre e Dio: «Va’ e annuncia loro la fine della loro prigionia; liberali e dona loro l’Immortalità che bramano da quando li ho creati»? Non vedi, figlio mio, che lasciandoti trascinare dall’amore che provi per noi, trascini te stesso alla perdizione e trascini con te l’intera Creazione? Chi, se non il Giudice di tutti noi, può sancire la nostra libertà? Ma se ha dato quel Potere a suo Figlio, allora fai secondo la tua volontà».

 

IL PENSIERO DI CRISTO

 

Che il Figlio di Dio non avesse bisogno di essere crocifisso per recuperare la sua condizione soprannaturale ci è stato mostrato dagli evangelisti nell’episodio della Trasfigurazione. La Trasfigurazione di cui parlano era proprio questo: la risposta a questa domanda così semplice. La necessità della morte di Cristo di cui parlano nei loro Vangeli si riferisce ai presupposti della Dottrina del Regno dei Cieli. Se c’era necessità della morte di Cristo, non era per l’incapacità di Gesù di recuperare la sua condizione divina. Per recuperare la sua condizione divina, Gesù doveva solo desiderarlo.

Quando tornò a Nazaret, ciò che realmente accadde al Bambino fu che rinacque. Il Figlio di Dio che si era fatto uomo e moriva di voglia di crescere, senza mai vedere il giorno in cui avrebbe potuto sedersi tra gli adulti, si è finalmente calato nei nostri panni. Dio è lassù e noi siamo quaggiù, e tutto il dilemma dell’umanità passa attraverso un ponte sulle sabbie mobili. Come conoscere il pensiero di Dio? Come scoprire il suo piano di salvezza universale ed eterna?

Ora era un uomo a porsi tutte le domande che tutti gli uomini si ponevano e a cui nessuno rispondeva. Ora era Cristo che alzava gli occhi verso l’alto e guardava Dio faccia a faccia, cercando di conoscere i suoi pensieri. Ora era il Figlio dell’Uomo che riconosceva la propria ignoranza e guardava Dio in cerca della sua saggezza

Ma tu hai dodici anni. E hai tutta la vita davanti a te. E ogni giorno che ti alzi, ti alzi con quella Croce. E ogni anno che passa, ogni anno che passa quella Croce ti pesa sempre di più. E che tu lo voglia o no, quel peso ti farà sprofondare più di una volta.

Puoi fare tutto e non fai nulla; vedi il mondo intorno a te vivere all’inferno e non puoi fare nulla, anche se hai il potere di fare tutto. Puoi salvare il Presente e condannare il Futuro, oppure lasciare che il Presente viva il proprio Destino e conservare la tua Libertà per quando il prigioniero uscirà di prigione. Lo aspetterai dall’altra parte della porta per guidarlo verso un Nuovo Giorno di libertà che non finirà mai. Fino a quel Giorno il mondo dovrà seguire la sua strada, e finché non arriverà la tua Ora dovrai sprofondare molte volte in profonde depressioni, e non avrai nessuno che ti sostenga, non ci sarà nessuno al tuo fianco con cui condividere il tuo destino, nessuno ti darà una mano, nessuno ti tenderà la mano perché nessuno sarà con te per capire cosa ti sta succedendo e perché sprofondi fino ad affogare.

Tu sei Gesù di Nazaret, un giovane ricco; hai tutto ciò che un uomo desidera e prendi solo ciò che vuoi. Non hai bisogno di nulla da nessuno. Ti aprono le porte ovunque tu voglia andare; ti trattano da signore e la tua parola vale oro per chi fa affari con te. Nessuno conosce il tuo segreto; solo una Donna. Suo marito è morto quando avevi circa vent’anni, e anche Cleofa. Sono rimaste solo loro, tua Madre e sua sorella Giovanna; solo loro sanno chi sei. Ma nessuna sa dove stai andando, né quali siano i tuoi piani. Sei solo. Quando le tempeste si scateneranno nella tua mente, non avrai nessuno da abbracciare e con cui lottare insieme contro la tempesta. Se non impazzirai, sarà solo perché sei chi sei, ma pur essendo chi sei dovrai sopportare la tempesta in piena campagna, senza tetto né riparo contro l’acqua che cadrà a catinelle sotto un cielo coperto di tenebre sul tuo corpo mortale. Tanto più amaro è ciò che stai per fare, quanto più dolce è la vita che conduci.

Al moribondo di fame il pane raffermo sa di gloria, ma se quello stesso pane lo dai a chi mangia panini, gli si romperanno i denti. I tuoi, Gesù, sono abituati a mangiare il pane migliore. Il tuo corpo è abituato alle vesti più raffinate. E condurrai un esercito di uomini verso la tua stessa sorte. Non crollerai? I loro fantasmi non ti assaliranno nei tuoi sogni? Non ti sveglierai nei deserti in ginocchio implorando misericordia? Non ti tormenteranno le visioni dei loro corpi dilaniati dalle belve dei circhi romani mentre guardi il Cielo chiedendo la fine della condanna contro Eva e i suoi figli? Quanto durerà per te ogni anno che vivrai? I vent’anni che ti attendono non saranno per te un’eternità? Li hai davanti agli occhi. Sono tutti puri. Uno per uno sono tutti innocenti. Il loro unico delitto è amarti sopra ogni cosa. Ti amano più del tempo, più dell’immortalità, più di tutti i tesori dell’universo. Tu sei la loro vita. E loro sono lì, appesi alle loro croci, protagonisti di uno spettacolo sanguinario, un’ode alla follia, che cantano in onore delle lacrime che tu, Gesù, hai versato per loro nel deserto, quando scomparivi misteriosamente e tornavi senza dire a nessuno da dove venivi o cosa avessi fatto. Hanno visto le tue lacrime e ti hanno addolcito il cuore nel giorno del loro martirio per non risvegliare nel tuo petto il grido di vendetta. Non soffrirai sulla tua carne il crimine delle tue centinaia di migliaia di fratellini, che tu condurrai alla croce senza alcun delitto per cui possano essere ritenuti colpevoli? Amarti sarà il loro delitto. Non implorerai misericordia dal tuo Padre? Non cercherai un’altra alternativa praticabile? Eppure il Calice è pieno e dovrai berlo fino all’ultima goccia. Una Speranza ti sostiene, ma a nessuno puoi raccontarla, con nessuno puoi condividere l’infinita gioia in cui tutto il tuo essere esulta quando, guardando colui che siede sul Trono del Giudizio Universale, vedi, contempli e guardi te stesso.

 

CRISTO GESÙ

 

Non sappiamo in quale momento della vita attraversiamo il confine tra l’infanzia e l’adolescenza; né in quale momento abbiamo smesso di essere giovani per diventare adulti. Non sembra esserci una regola generale; è qualcosa che ognuno scopre da sé e vive a modo suo.

Se questo vale per noi, quanto più complesso è applicare la nostra psicologia a qualcuno come il Gesù dei Vangeli!

Una volta adottato l’approccio di vederlo come vedeva se stesso, avendo sperimentato, nella misura in cui la nostra comprensione ce lo permette, ciò che gli passava per la mente, andiamo avanti. Ci sono ancora molte zone precluse all’intelligenza dei secoli passati e che, sottoposte alla fantasia di coloro che hanno voluto far irruzione nel suo intimo, sono giunte fino a noi deformate come dipinti viziati dalle passioni dei copisti.

Se in qualche momento ho lasciato correre le mie stesse passioni, il lettore, in quanto essere libero, deve a se stesso l’opportunità di ricreare il filo storico partendo dalle caratteristiche della propria intelligenza. L’autore può solo indicare l’orizzonte e dipingere ciò che vede con i propri occhi, e sebbene la struttura dell’occhio sia la stessa per tutti, il modo di vedere le cose assume una forma personale e intrasferibile. È da questa piattaforma di visione personale e comprensione individuale che l’autore ricrea le cose di cui scrive; il lettore dovrà adattarle al proprio modo di ridere, di piangere, di odiare, di amare, di comprendere e persino di ignorare.

Torniamo quindi con Gesù a casa dei suoi genitori a Nazareth e, alla luce di ciò che ha scoperto – ora che conosce la Croce di Cristo, la sua Croce –, cerchiamo di aprire l’orizzonte dei suoi ricordi ai riflessi puri della realtà così come l’hanno vissuta Lui e i suoi cari.

Il Bambino che scese a Gerusalemme era sotto ogni aspetto, visto con gli occhi di uno estraneo, un signorino. Suo cugino Giacomo, per esempio. Giacomo aveva un paio d’anni in più di suo cugino Gesù, eppure mentre quest’ultimo non aveva ancora impugnato un martello né sapeva cosa significasse piantare un chiodo, Giacomo, figlio di Cleofa, era già un vero esperto, il ragazzo si era calato perfettamente nel ruolo di apprendista falegname. Giuseppe, padre di quel Gesù, un ragazzo alto e estremamente intelligente, dovette sopportare più di una critica per il modo in cui educava il suo unico figlio. Lo stava viziando, gli dicevano.

Non parleremo di invidia né porteremo in scena passioni che tutti vorremmo non aver mai conosciuto. La verità è che la mentalità dei piccoli paesi è sempre stata un focolaio dell’ignoranza più evidente e noiosa.

Le critiche rivolte a Giuseppe sul modo di educare il suo primogenito non dicevano nulla a Maria, né potevano essere prese troppo sul serio, dato che si trattava del Bambino che era. Quel Bambino che criticavano era l’erede della figlia di Giacobbe. Gran parte di tutto ciò che i nazareni vedevano intorno a loro apparteneva al «signorino Gesù». Se i suoi genitori non volevano che toccasse chiodi e martelli, chi era nessuno per rimproverare loro qualcosa?

La verità è che, al ritorno da Gerusalemme, quel Bambino ruppe lo schema del «signorino» che si supponeva fosse il suo e si legò a suo padre con l’obbedienza e la diligenza del ragazzo bravo e dinamico che ogni padre desidera come figlio.

Maria lo vedeva finire la giornata indolenzito. Nella sua vita il suo Bambino non aveva mai sollevato una tavola, e all’improvviso non smetteva più di chiedere lavoro. Bastava che suo padre aprisse bocca perché lui gli obbedisse. Persino lo stesso Giuseppe lo guardava dicendosi: «Che ti succede, figlio mio?».

Ma non solo in falegnameria. Se alla zia Juana serviva che le facessero un lavoro, eccolo lì, il figlio di sua sorella, pronto a tutto ciò che serviva. Se bisognava andare nei campi a raccogliere mandorle o a mietere il grano, il primo ad arrivare all’alba era proprio suo nipote Gesù. Non si lamentava mai, non rispondeva mai, non diceva mai di no. Né ai suoi né a chiunque gli chiedesse un favore. Come poteva non essere sempre impegnato!

Era come se non volesse pensare, come se avesse bisogno di dimenticare qualcosa. Aveva bisogno di dedicarsi all’attività fisica. Gli facevano male le braccia e i tendini gli tremavano per la stanchezza, ma non diceva mai di no né si tirava indietro. Si alzava per primo e andava a letto per ultimo. Non giocava più con i bambini del paese. Né parlava, se non quando gli veniva chiesto. Il cambiamento fu così brusco, così colossale, così sorprendente che sua Madre si sedeva sul bordo del suo letto mentre il suo Bambino dormiva, chiedendosi cosa gli passasse per quella testa. Prima il suo Bambino le parlava, le raccontava tutto. Da quando erano tornati da Gerusalemme il suo Bambino era un’altra persona, era come un estraneo per Lei. Per tutti era quello che doveva essere, un ragazzo obbediente e taciturno che non interrompeva mai gli adulti né rispondeva quando lo rimproveravi per qualsiasi cosa. Ma per Lei il suo Bambino si stava trasformando in un estraneo.

Sta diventando un uomo. Le dicevano. A Lei non bastava questo. Lei sapeva che, qualunque cosa stesse accadendo al suo Bambino, non poteva essere spiegata dall’esperienza umana. Non aveva forse vissuto Lei il crollo del suo Bambino ad Alessandria? Per chi lo aveva visto seduto sulla soglia della falegnameria dell’ebreo, la tristezza del Bambino poteva essere spiegata con qualche capriccio che il padre gli aveva negato e che gli aveva proibito di chiedere di nuovo. Così semplice? Niente affatto! Lei sapeva che suo Figlio non funzionava come gli altri bambini.

In quell’occasione, là ad Alessandria, Maria aveva trovato il modo di farsi strada verso il cuore del suo Bambino. Ma questa volta le risultava del tutto impossibile. L’unica cosa che poteva fare era sdraiarsi al suo fianco e addormentarsi custodendo i suoi sogni, perché qualunque cosa stesse attraversando, questa volta il suo Bambino non le avrebbe mai aperto le porte della sua mente, né le avrebbe permesso di trovare la strada verso il suo cuore.

Non era che fosse triste o che portasse un dolore così grande che la sola idea di condividerlo le sembrasse impossibile per il Bambino. Sapeva che si trattava di qualcosa di più profondo; così profondo che, pur guardandolo negli occhi, il suo sguardo si perdeva nel campo visivo di Gesù senza mai raggiungere l’orizzonte dietro al quale suo Figlio nascondeva i propri pensieri.

«Che cosa ti affligge, figlio mio?», si chiedeva tra sé, sapendo che il suo Bambino non le avrebbe mai dato una risposta.  

 

LA MORTE DI CLEOFAS

 

Cleofas, padre di Giacomo il Giusto e dei suoi fratelli, fu un uomo benedetto. Se è vero che prima della morte l’essere umano rivive gli anni trascorsi in questo mondo, gli ultimi momenti del fratello di Maria furono felici.

L’unico dolore che avrebbe potuto offuscare i suoi ricordi luminosi era la morte del padre, avvenuta poco dopo la sua nascita; eppure nemmeno questo dolore riuscì a turbare i suoi ultimi momenti. Sua sorella Maria trasformò quell’assenza fisica in una presenza angelica sempre vegliante sul suo bambino.

Ora che si trovava a un passo dal varcare la soglia della morte, Cleofa poteva ricordare con un sorriso il modo in cui la sorella maggiore aveva mitigato la mancanza del padre, trasformandolo nel suo angelo custode. Come avrebbe potuto dubitare dell’innocenza di sua sorella Maria il giorno in cui sua madre gli raccontò dell’Annunciazione?

Fu il primo uomo al mondo a conoscere il Mistero dell’Incarnazione, e il primo a credere ciecamente nella Vergine che avrebbe concepito il re Messia. Fu sua madre a prenderlo da parte e a dirglielo con tutte le parole: «Figlio mio, succede questo, questo e questo, e voglio che tu faccia questo, questo e questo».

Cleofa si dimenticò di sua moglie e dei suoi due figli piccoli, sellò il suo cavallo e la giumenta per sua sorella e, senza dare al cognato più spiegazioni di quelle necessarie, aprì la strada alla Vergine attraverso la Samaria.

Santo cielo, com’era bello, un cherubino sul suo cavallo di fuoco con lo sguardo dell’aquila che scrutava l’orizzonte, la spada pronta e affilata per tracciare attorno alla sua Sorella il cerchio che l’ignoto soldato romano tracciò attorno al grande re d’Asia. «Se varchi la linea, dichiari guerra a Roma; se ti volti, vai in pace. Se vuoi la guerra, l’avrai».

Suo cognato gli diede come compagnia due dei suoi cani, Deneb e Kochab. A quegli ultimi esemplari della loro razza sembrava essersi trasmessa la tensione del giovane fratello umano; Deneb avanzava aprendo la strada, Kochab sorvegliava la retroguardia.

La Vergine sarebbe scesa da sola in Giudea senza altra protezione che la fiducia riposta nel Signore tramite il suo angelo Gabriele. Ma era così bello il suo Cleofa che la avvolgeva con il manto della sua fede assoluta nella sua innocenza.

Qualche tempo prima che a Nazareth si scoprisse lo stato di grazia in cui si trovava la moglie del falegname – stato di grazia di cui tutti i vicini parlavano –, giunse a Nazareth un ragazzo dalla Giudea, proprio da Gerusalemme, in cerca di Giuseppe. Portava un messaggio da parte di Zaccaria. Il suo contenuto lasciò Giuseppe a bocca aperta e pensieroso. «Isabella era incinta».

Quando, poco dopo, sua suocera decise di mandare Maria da Elisabetta, affinché l’aiutasse negli ultimi mesi della gestazione di Giovanni, Giuseppe lo trovò naturale. Ma ciò che non gli sembrò più così logico fu che fosse Cleofa ad anticiparlo e ad accompagnare Maria verso sud. Ora, sul letto di morte, Cleofa ricordava con affetto l’espressione di sorpresa che aveva assunto suo cognato nel sentirlo parlare, lui che ai suoi occhi era solo un ragazzo, con le parole di un uomo maturo.

«Non si dica altro. Ogni conversazione è terminata. Mia madre dispone, sua figlia obbedisce, e io, suo figlio, eseguo. Fino al giorno delle tue nozze la tua promessa sposa è soggetta all’autorità di mia madre. Non c’è altro da dire, Giuseppe. Al ritorno ci rivedremo». Giuseppe rimase a guardarlo con gli occhi di chi scopre l’uomo nel ragazzo ed è felice che sia così, perché è così che devono andare le cose.

Zaccaria ed Elisabetta si erano ritirati nella loro casa di campagna sulle montagne di Giuda, lontano da Gerusalemme. Era già da un po’ di tempo che il figlio di Abia si era ritirato dalla carica ufficiale che aveva ricoperto per tutta la vita nella gerarchia burocratica del Tempio. E non se n’era andato dal Tempio stesso se non pochi mesi prima, poiché, essendo il sacerdozio a vita e non avendo figli, il suo turno lo obbligava a rimanere in carica fino alla morte o finché una malattia non glielo avesse impedito.

Sano e longevo in un’epoca in cui l’aspettativa di vita media di un uomo superava a malapena i cinquant’anni, Zaccaria, sebbene avrebbe potuto mettere il turno di suo padre a disposizione del Tempio, preferì rimanere al suo posto sacro fino a quando la morte o la malattia non lo avessero costretto a ritirarsi. Ed è proprio ciò che accadde. Infatti, essendo diventato muto, non poté più mantenere quell’atteggiamento di irremovibilità che gli aveva procurato tanti nemici.

L’amministrazione del tesoro del Tempio spettava alle famiglie sacerdotali titolari delle ventiquattro turne di adorazione. Il presidente di questo consiglio di amministrazione era il sommo sacerdote, che a sua volta veniva eletto tra quelle ventiquattro famiglie. Di norma la carica passava di padre in figlio. Ma ogni tanto accadeva ciò che era successo a Zaccaria.

Zaccaria non aveva figli a cui lasciare la sua poltrona. La cosa più naturale in questo caso era mettere il Turno a disposizione del Consiglio dei santi e scegliere un successore tra le famiglie. Come si può immaginare, non poteva mancare qualcuno disposto a mettere sul tavolo il denaro necessario per acquistare quella posizione vacante.

Contro natura e senza alcuna necessità, Zaccaria si guadagnò molti nemici rifiutandosi categoricamente di vendere il suo turno. Nessuno poteva costringerlo a mettere a disposizione del Consiglio il turno di suo padre. E lui non lo fece.

Nessuno seppe mai cosa l’angelo disse a Zaccaria, ma le conseguenze di quell’Annunciazione furono miracolose per i suoi nemici. Muto, il figlio di Abia dovette per forza mettere a disposizione del Consiglio il proprio turno, firmare la rinuncia e ritirarsi dall’ufficio.

Zaccaria si ritirò nella villa che lui e sua moglie possedevano sui monti di Giuda. Era una casa di campagna, lontana dal mondo e dai suoi trambusti, alla quale aveva accesso solo Simeone il Giovane, l’unico della Saga dei Precursori ancora in vita. A parte Simeone il Giovane, non ricevevano visite. Il motivo?

Ebbene, il motivo era il miracolo che i genitori di Giovanni Battista stavano vivendo in prima persona.

Sul letto di morte Cleofa si ricordò della meraviglia che aveva vissuto il giorno in cui aveva incontrato i suoi «nonni». Zaccaria saltellava lungo le pareti, e se non fosse stato per i capelli bianchi come la neve di Elisabetta, nessuno avrebbe potuto giurare che quella donna avesse già superato i sessant’anni. Il ragazzo assomigliava proprio a lui, suo nonno. Non parlava, ma non smetteva mai di muoversi. Solo un’altra coppia in tutta la storia del mondo aveva vissuto un miracolo di questa natura: Abramo e Sara, naturalmente.

Dal portico della casa di campagna dei nonni, Cleofas si ricordava di aver guardato l’orizzonte dicendosi: «Che ti prende, Giuseppe, perché ci metti così tanto?». Come ricreare la gioia di quel ragazzo quando vide apparire Giuseppe dalla valle del , che galoppava a tutta velocità attraverso la pianura! Non gli vennero forse le lacrime agli occhi quando vide quel gigante inginocchiarsi ai piedi della Vergine, chiedendole perdono per aver dubitato della sua innocenza?

Il giorno in cui Giuseppe gli annunciò che avrebbe portato Maria e Gesù lontano da Erode, Cleofa lo guardò negli occhi come per dirgli: «E tu hai creduto che io sarei rimasto qui mentre tu portavi mia sorella chissà dove».

Fin dalla prima volta che vide quel ragazzo allampanato, Cleofas entrò subito nelle grazie di Giuseppe. E da allora non si separarono mai più.

Padre di una famiglia numerosa che sembrava non finire mai, Cleofas non criticò mai Giuseppe per il comportamento di suo figlio Gesù né per il modo in cui Giuseppe lo educava. Se suo figlio Giacomo si spaccava i pugni contro gli spigoli delle assi mentre suo nipote Gesù se ne andava in giro a percorrere le colline, Cleofà lo vedeva con gli occhi di chi, dopotutto, un tempo era stato il signorino del Cigüeñal. Era così che sua madre aveva cresciuto lui stesso.

Tra tutti i bambini di Nazareth, Cleofà era il principino che non lavorava né aveva bisogno di darsi da fare per dare una mano alla famiglia. Sua sorella Giovanna se la cavava da sola nei campi; sua sorella Maria gestiva la sartoria più redditizia della zona. Di tanto in tanto la bisnonna Isabella saliva da Gerusalemme carica di regali. Si sarebbe mai dimenticata del bambino di casa?

Qual era la sua missione in questa vita? Vivere la vita!

Suo nipote Gesù gli ricordava così tanto se stesso che Cleofà rideva vedendo José trovarsi in così tanti guai quando doveva difendere il suo Gesù davanti agli amici e ai vicini.

Anche lui era stato colto di sorpresa dal cambiamento così brusco di suo nipote al ritorno da Gerusalemme, e ne era rimasto meravigliato. Come sua sorella, nemmeno lui riusciva a spiegarsi cosa passasse per la testa di suo nipote. L’unico che sembrava capire il Bambino era Giuseppe.

Giuseppe era l’unico che sembrava non sentirsi sorpreso. Fu l’unico che sembrava sapere perfettamente cosa gli stesse accadendo e, come il Bambino stesso, Giuseppe seguì la linea di non dire una parola a nessuno. Con sua Madre e con suo zio Cleofa, Gesù si sentiva a disagio perché leggeva nei loro occhi ciò che stavano pensando. Con Giuseppe, invece, il Bambino si sentiva a suo agio. Era l’unico che non lo guardava con domande negli occhi e l’unico che sapeva trattarlo in modo tale che Gesù si dimenticasse dei problemi e tornasse ad essere il ragazzo vivace, intelligente e laborioso che tutti lodavano ai suoi genitori.

Sì, certo, Cleofas aveva vissuto una vita meravigliosa prima di conoscere Giuseppe. Ma quel gigante nomade in sella al suo cavallo iberico, che vagava per le province del regno, con i suoi tre cherubini assiri che sembravano usciti da un affresco perduto di qualche palazzo di Ninive, quel nomade aveva dato alla sua vita ciò che gli mancava: l’immagine del padre, del fratello che non aveva mai avuto. E ora, sul letto di morte, sarebbe stato per i suoi figli e le sue figlie il padre che sarebbe loro mancato.

Sì, se è vero che prima di morire la mente ripercorre gli anni vissuti, uno per uno, Cleofà rivisse anni unici, meravigliosi. La Vergine come sorella, il re Messia come nipote, un cherubino come cognato, una donna meravigliosa che gli aveva dato figli e figlie, tutti sani, tutti forti.

«Giuseppe…», esordì dal suo letto.

«Fratello», lo anticipò Giuseppe. «I tuoi figli sono i miei figli, le tue figlie sono le mie figlie. Tra tutti noi, in questo momento sei tu il beato. Nostro padre Davide attende il suo principe Cleofas nel seno di quella luce che si accenderà quando chiuderai gli occhi. Lì ci rivedremo, fratello. Vieni a stringermi la mano quando toccherà a me chiudere i miei».

E così fu. Cleofas morì giovane, come suo padre Giacobbe.

«Proprio come nostro padre, Juana, nel fiore degli anni. Quanto ci mancherai, fratello!», pianse la Vergine.

Lo seppellirono a Nazareth, nella tomba di suo padre Giacobbe, accanto a suo nonno Matán, sopra le spoglie di Abiud, figlio di Zorobabele, figlio di Salomone, figlio di Davide.

  

LA MORTE DI GIUSEPPE

 

La vita di Giuseppe il falegname si spense poco dopo quella di Cleofa.

Se l’esistenza di Cleofa fu bella e degna di essere vissuta, quella di Giuseppe il falegname fu quella del guerriero sempre sull’orlo del precipizio, con i muscoli costantemente in tensione, i nervi tesi fino all’ultimo atomo, sempre vigile, sempre pronto ad adattarsi alla prossima svolta del destino.

«Non c’è nulla di predeterminato, chi sa cosa riserverà il domani? Quando il libro della vita volterà pagina, si vedrà cosa contiene. E a ciascun giorno basti la sua fatica».

«Agli figli dello Spirito spetta il compito di rispondere prontamente al suono della tromba che chiama all’azione».

«La Morte attacca sempre alle spalle, ma chi le fa fronte le strappa dalle mani quell’asso chiamato fattore sorpresa».

Proverbi di questa natura erano il pane quotidiano di Giuseppe il falegname. Zaccaria, il futuro padre di Giovanni Battista, suo precettore, tutore, mentore, maestro, tutto il bene in uno, dedicò il suo talento, il suo genio, la sua saggezza, la sua arte, tutto il meglio che aveva, a formare la mente del giovane Giuseppe. Grazie alla sua pazienza e dedizione, il guerriero senza paura che scorreva nelle vene del giovane Giuseppe imparò a guardare la Morte negli occhi e, con lo splendore negli occhi dell’eroe che si sa invincibile, persino l’Inferno stesso.

Ma ciò a cui la sua mente non si era mai preparata era di ritrovarsi intrappolato nelle reti di Dio stesso.

Anche la sua concezione di sempre sulla nascita del figlio di Davide era quella classica e tradizionale: papà, mamma, si sposano, si uniscono, due persone diverse e una sola cosa, il richiamo del sangue, il potere della carne. Immaginare che Dio potesse intromettersi attraverso l’Incarnazione di suo Figlio? Beh, a dire il vero, no; ciò che accadde dopo non se lo era mai immaginato.

Guardando indietro, rivivendo quei giorni, Giuseppe il falegname rideva di cuore.

In quell’occasione il guerriero era giunto dall’altra parte del campo di battaglia. Attorno al suo letto di morte i suoi nipoti e la sua gente piangevano l’addio al cherubino che non aveva mai abbassato la guardia, la morte dell’eroe che non si era mai tolto l’elmo e l’armatura. Si apprestava già a consegnare l’anima.

Tutti credevano ormai che le sue forze fossero giunte al tramonto, che il suo respiro si dissolvesse nelle distanze tra il Cielo e la Terra, quando Giuseppe il Falegname uscì dal suo sonno. Lo svegliò il ricordo della risposta data al suo Maestro Zaccaria il giorno in cui Elisabetta aveva comunicato loro la notizia del Voto della Vergine.

«Sia fatta la volontà di Dio. Il mio popolo ha atteso questo giorno per mille anni, ben posso aspettarne dieci anch’io», disse Giuseppe.

Dio, quale svolta inaspettata hai dato alla vita del tuo servo!

Il giovane Giuseppe crebbe sognando il giorno in cui avrebbe visto nascere da sua moglie il re Messia, il signore della spada dei re, il legittimo detentore dei due rotoli messianici.

I suoi fratelli e le sue sorelle non capivano perché il loro Giuseppe non si sposasse all’età in cui tutti erano soliti farlo. La vita era breve. L’esistenza, molto dura. A questo punto della storia nessuno poteva permettersi il lusso di lasciar scorrere gli anni alla maniera dei Patriarchi, che si sposavano dai quarant’anni in su. Molti erano già nonni a soli quarant’anni. Cosa aspettava il capo del clan dei falegnami di Betlemme per scegliere una donna e onorarli tutti con sangue fresco?

Giuseppe il falegname taceva. Rispondeva ai suoi fratelli con il silenzio di chi, a differenza degli altri mortali plasmati dal fango, sembrava essere stato forgiato dal ferro.

Lungi dal suo petto di avere un cuore di pietra, ma tu, Dio santo, non gli hai lasciato altra scelta che adottare quell’atteggiamento per il bene di tutti, poiché se fosse giunta all’orecchio degli sicari di Erode la minima notizia sul complotto davidico che si stava tramando alle sue spalle, quanto tempo avrebbe impiegato quel serpente per ordinare la morte di tutti i fratelli del tuo servo?

Giuseppe il falegname si svegliò dal suo sogno rivivendo quel giorno indimenticabile, il giorno in cui si recò a casa di sua suocera Anna per chiederle spiegazioni sulla voce che aveva scandalizzato tutti a Nazareth.

Cosa stava succedendo?

Cosa gli stava giungendo alle orecchie?

Le vicine gli lanciavano allusioni pesantissime.

«Come chiamerete il bambino, signor Giuseppe? Perché sarà un maschio».

Il falegname finì per sentirsi punto sul vivo, smise di tergiversare e andò direttamente a parlare con sua suocera.

La vedova, che aspettava la visita, andò ad aprirgli la porta.

La madre della Vergine si era preparata per questo incontro.

Lo aveva temuto. Lo aveva desiderato. Lo sognava, lo bramava, tremava al solo pensiero di lui.

Sarebbe stata all’altezza della situazione? La grazia che emanava l’innocenza di sua figlia si sarebbe trasmessa anche a lei, sua madre?

Come madre era pronta a cavare gli occhi a chiunque avesse pronunciato la parola «adulterio». Suo genero Giuseppe era un santo, un uomo di grande bontà, ma quale uomo non si sarebbe scandalizzato nel sentire che la propria moglie era in stato di grazia per opera dello Spirito Santo?

Con il cuore in gola, la vedova aprì la porta al genero.

«Siediti, figlio mio», gli disse. «Questo è un grande giorno per tutte le famiglie della terra».

Che modo di rompere il ghiaccio!

Il falegname si sedette. Non aprì bocca. Non ne avrebbe nemmeno avuto bisogno. Il suo sguardo diceva tutto.

Ebbene, forse mille immagini valgono meno di una parola di Dio, e un’immagine vale più di mille parole dell’uomo. In quella situazione, la madre della Vergine faccia a faccia con l’uomo che era direttamente coinvolto nell’Incarnazione del Figlio di Dio per opera e grazia dello Spirito Santo, né le parole né le immagini sembravano sufficienti a quella madre intrappolata nelle reti di un Dio che non chiede il permesso a nessuno per entrare nella vita delle creature che Egli crea dall’argilla.

Bastavano gli sguardi. Gli sguardi dicevano tutto.

La vedova sapeva perché fosse venuto suo genero e suo genero sapeva che lei sapeva perché lui fosse venuto. La questione era chi avrebbe rotto il ghiaccio.

La madre della Vergine, ispirata dall’amore infinito che provava per sua figlia, da un lato, e dalla saggezza dello stesso Spirito Santo, dall’altro, esordì:

«Figlio mio, credi che Yahweh sia Dio?», gli sbottò rivolgendosi al genero senza dargli il tempo di dire una parola. Un’entrata in scena del genere, lo sapeva bene, era l’ultima cosa che Giuseppe potesse aspettarsi.

Il falegname non batté ciglio. Un uomo di ghiaccio avrebbe messo più in agitazione di lui in quel momento.

Beh, lui conosceva già sua suocera Anna, sapeva quale impronta avesse lasciato nell’anima di quella donna. Zaccaria aveva educato lui, Giuseppe; ma sua suocera Anna era stata formata con le proprie mani da Elisabetta, la moglie del suo Maestro. Quindi, se ciò che la « a vedova di Giacobbe di Nazaret» stava facendo era difendere sua figlia Maria – e senza dubbio lo stava facendo –, la madre della Vergine stava partendo con il piede giusto. Si sarebbe visto in cosa sarebbe sfociata tutta quella filosofia.

La madre della Vergine, senza perdere la calma né sentirsi sopraffatta dalla serietà impassibile del genero, proseguì:

«Perdonami, uomo di Dio, se varco questa soglia, ma gli eventi me lo impongono. Voglio dire, credi forse che ci sia qualcosa di impossibile per Dio?». Poi rimase a fissare il genero come se in quel momento il mistero degli occhi di Dio le fosse stato rivelato e le permettesse di leggere i pensieri di Giuseppe.

Un altro avrebbe percepito quello sguardo come un’intimidazione. Il falegname lo sostenne senza muovere un muscolo.

Sebbene non avesse ancora capito dove volesse arrivare sua suocera, Giuseppe rimase tranquillamente seduto. Era venuto per ottenere una sola parola, un «Sì» o un «No». E basta. E non se ne sarebbe andato da quella casa senza aver ottenuto quel «Sì» o quel «No». Sua moglie era in stato di grazia? Era tutto ciò che voleva sapere.

La madre della Vergine giocava in vantaggio: sapeva che suo genero José non si sarebbe mosso da lì finché lei non gli avesse dato il «Sì» o il «No».

La verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, era un «Sì», un «Sì» meraviglioso, un «Sì» divino, un «Sì» eterno, infinito, un «Sì» senza riserve, indescrivibile, inspiegabile.

Era anche un «No», un «No» totale, un «No» senza concessioni, senza discussioni di alcun tipo, un «No» profondo, non negoziabile: la Vita del Messia in una mano, la Morte del Figlio di Davide nell’altra.

Cosa sceglieresti tu, amico? Optaresti per la beffa, rideresti in faccia a Dio, negheresti a Dio il potere di compiere quell’Opera straordinaria, soprannaturale?

Amico, tutto è nulla quando tutto è poco. Ma se la creatura rifiutasse la conoscenza del proprio Creatore e lo riducesse al proprio livello di intelligenza naturale, l’impresa straordinaria sarebbe quella di tirare fuori un simile asino dal pozzo degli stolti.

I dadi – poiché la grazia soffia a favore del vento – continuano ad attendere la prossima mossa. A ogni uomo e donna spetta il turno di esprimere la propria risposta. Affermarsi nel Sì o nel No.

Se avessi tutto il bene in una mano e tutto il male nell’altra, per quale delle due opteresti?

Giuseppe il falegname ebbe un tempo nelle sue mani i dadi della fortuna del Figlio di Maria. Mai nella storia dell’universo un uomo ha attraversato una prova simile o analoga. La sua decisione avrebbe cambiato il futuro del mondo. Il suo «Sì» o il suo «No» avrebbe fatto emergere o affondare l’intero Piano di Salvezza Universale del suo Creatore.

Dalle sue labbra, tuttavia, la madre della Vergine poteva aspettarsi solo parole di saggezza. Con quella forza e quel coraggio propri di una figlia di Eva, la madre della Vergine proseguì con la sua rivelazione

«Vediamo un po’, uomo di Dio. Immagina che il Signore ti sfidi a sottoporlo a una prova. Sì, proprio così. Immagina che Nostro Signore ti offra l’opportunità di metterlo alla prova per dimostrare che Egli è il vero Dio, non solo a parole e perché è in grado di compiere qualche trucco in più rispetto ai maghi del Faraone.

«Supponiamo che non ti basti credere sulla parola che Egli sia Dio, e che tu voglia, anzi, abbia bisogno di vederlo con i tuoi occhi. Vuoi vedere la Sua Onnipotenza e la Sua Onniscienza, vuoi vederle in azione, superare la sfida più ardua, vincere la prova più grande che ti possa venire in mente.

«Uomo di Dio, so già che la tua fede è più forte della roccia, che senza vedere ti accontenti e ti basta la Parola che viaggia di bocca in bocca attraverso il firmamento dei secoli per credere nella Verità del nostro Signore. Tuttavia concediti questa opportunità. Rispondimi senza pregiudizi. Dimmi: con quale prova metteresti Dio alla prova affinché si impegnasse a fondo? Quale prova proporresti a Dio che fosse degna della sua Onnipotenza e lo costringesse a mettere in campo tutta la sua Onniscienza? Figlio mio, non tirarti indietro, non lasciare che la tua lingua rimanga incollata al cielo del tuo cuore per paura di non trovare le parole. Abbi il coraggio, sfida il tuo Creatore, perché te lo meriti, per tanta sofferenza, per tanto dolore e tanta crudeltà che i nostri padri hanno sopportato. Cosa eravamo, figlio mio, prima che lo Spirito di Dio aleggiasse sulle acque dei nostri mari? Animali privi di intelligenza. Poi, un giorno, siamo stati amati dal nostro Creatore, che ci ha donato il dono della parola. Ora dunque non negartelo, parla, alza il capo verso l’Onnipotente, deponi la tua anima ai suoi piedi, chiedigli di compiere un’opera straordinaria, unica, irripetibile, meravigliosa, all’altezza del suo Grande Spirito, che plachi la tua sete di conoscenza e la tua fame di saggezza. Lui è dalla tua parte. Chiediti quale prova vorresti sottoporre al tuo Creatore, una sola e non di più, santo Isacco; ma una che riempia la tua anima di felicità infinita e il tuo essere di gioia eterna. Dai, non essere timido». E la madre della Vergine tacque.

Per quanto possa sembrarvi strano, Giuseppe il falegname continuava a rimanere sbalordito. Era venuto in cerca della risposta a qualcosa di così semplice come la verità sulla voce riguardante lo stato di grazia in cui sua moglie affermava di trovarsi, e sua suocera gli aveva propinato una vera e propria discussione teologica.

Giuseppe la fissò cercando di indovinare cosa stesse succedendo. Era un «Sì» o era un «No»?

Sua suocera approfittò della confusione per portare la sua Rivelazione un passo oltre.

«Figlio mio, rispondimi», lo supplicò lei. «Non mentirmi e non restare in silenzio per paura di offendere il Signore. Dimmi la verità: oseresti sfidare il tuo Dio? O ti tireresti indietro e non apriresti bocca per paura di offendere il tuo Creatore?».

Senza concedersi un attimo di tregua, la vedova fece un respiro profondo. Subito dopo tornò sul campo di battaglia.

«Uomo di Dio, so bene che ti sto prendendo alla sprovvista; ma concedimi questi pochi minuti della tua vita. Te lo chiedo di nuovo: quale prova sottoporresti a Dio? O meglio, mettiamola così: quale sarebbe la prova più grande per un Dio che un uomo possa immaginare? Per esempio, tu vuoi che Lui ti dimostri una volta per tutte che è il Dio della Verità, che non si è attribuito da solo la gloria dell’Essere Increato. Vuoi che cancelli dal cielo tutte le stelle? Vuoi che il sole non tramonti mai? Vuoi che gli asini volino? Vuoi che le balene camminino? Non lo so, cosa vuoi? A imperatore può arrivare chiunque. A Mida, chiunque possa. Non chiedere a Dio cose che un uomo può fare. Lo sfiderai con un’opera straordinaria, superiore, gli metterai davanti un compito a cui nemmeno Ercole nel pieno della sua gloria avrebbe potuto mettere mano. Mi spiego bene? … E cosa volevo dirti? Ah sì, vedi, quello che mi preoccupa è che, conoscendo la natura degli uomini, sei sicuro che una volta cancellate le stelle dal cielo non cercherai una spiegazione naturale a un fenomeno così divino? Di fronte a un Sole congelato nella cupola del firmamento, sei sicuro che voi uomini non gli darete un’altra interpretazione e non troverete una causa naturale che vi entri in testa?”.

Dopo aver scaricato la responsabilità su qualcun altro, la vedova di Giacobbe di Nazaret tacque. Giuseppe il falegname non entrò nel gioco.

Direi che chiunque in quel momento lo avesse visto seduto di fronte alla suocera avrebbe giurato che quell’uomo di Dio avesse ghiaccio al posto del sangue nelle vene.

Giuseppe il falegname non mosse un sopracciglio. Con lo sguardo fisso sulla suocera, sembrava più una statua di pietra che una creatura in carne e ossa.

La vedova sostenne il suo sguardo. Sapeva fin troppo bene che il genero non avrebbe detto una parola; non a caso il marito di sua figlia era fatto sulla stessa impronta del marito di sua zia Isabella.

Ispirata dal grande amore che provava per sua figlia, la Vedova si comportò come se il silenzio di José fosse un riconoscimento del valore dell’idea messa sul tavolo.

José, che cominciava a stupirsi della piega che stava prendendo la conversazione, impreziosì il suo silenzio con le prime parole:

«Me lo dica lei, madre. Perché mai dovrei negare al mio Creatore la gloria del suo Braccio?». E tacque.

La madre della Vergine fece il passo decisivo. Era giunto il momento.

«Figlio mio. Io non sono un uomo».

Aveva fatto un passo avanti, sì, ma nella direzione che le era più congeniale.

«Non so come ragionino gli uomini», insistette. «Io sono stata creata da una costola dell’uomo. Ciò che per un uomo può essere la prova più grande dell’Universo, forse agli occhi di una donna non lo è altrettanto. L’unica cosa che mi chiedo è: agli occhi di una donna può esserci una prova più grande per Dio che concepire senza l’intervento dell’uomo? Voglio dire, non alla maniera di quei figli di Dio che andarono a letto con le figlie degli uomini e ebbero discendenza. Sai bene che tra i Greci, i Romani e i barbari i loro dei andavano a letto con le loro donne e generavano eroi, l’ultimo dei quali fu proprio Alessandro. No, figlio mio, ti sto parlando di un’altra cosa. Che una Vergine dia alla luce un Bambino senza aver conosciuto uomo».

A quel punto Giuseppe il falegname spalancò davvero gli occhi. Cosa gli stava insinuando sua suocera? Con questo giro di parole metafisico dove lo stava portando? Lo stava avvolgendo il «Sì» che era venuto a cercare in una sorta di nodo teologico impossibile da sciogliere? L’argomento era talmente sconvolgente che Giuseppe rimase immobile.

«Figlio mio, credi che una prova del genere supererebbe i limiti del Potere Divino?». La Vedova continuò ad attaccare senza dare al genero il tempo di preparare la strategia di contrattacco.

Comunque, suo genero alla fine parlò. «No. Mai», disse con aria seria.

E subito tornò al suo ruolo di genero in pieno stato di smarrimento, di fronte ai meandri in cui la suocera stava trascinando la risposta così semplice e breve che era venuto a cercare: Sì o No.

Sembrava un «Sì», ma in realtà era un «No».

A quanto pareva, il «Sì» gli veniva addolcito con lo zucchero affinché la pillola degli avvenimenti non gli risultasse troppo amara. Ma l’idea con cui sua suocera lo stava sfidando gli sembrava così fantastica che il suo corpo si rifiutava di andarsene senza prima ascoltare con le proprie orecchie la conclusione dell’argomentazione che gli stavano costruendo.

«Non mi aspettavo niente di meno da te, figlio mio», interruppe il filo dei suoi pensieri quella madre pronta a difendere sua figlia con le unghie e con i denti. «Ora facciamo un altro passo avanti. Il Signore accetta la tua sfida. Il Signore ti darà la prova che le tue ossa bramano: farà sì che una Vergine concepisca un figlio per opera e grazia del suo Potere Infinito. Ti ricordi la profezia, figlio mio? So che te la ricordi.

-Il profeta Isaia disse al re Acaz: «Chiedi a Yahvé, il tuo Dio, un segno nelle profondità del Seol o lassù in alto».

-E Achaz rispose: «Non glielo chiederò, non voglio mettere alla prova il Signore».

-Allora Isaia gli disse: «Ascoltate dunque, casa di Davide: vi basta forse di tormentare gli uomini, che tormentate anche il mio Dio? Il Signore stesso vi darà per questo il segno: ecco, la vergine incinta partorirà e lo chiamerà Emmanuele».

La Vedova interruppe il suo discorso e fissò lo sguardo nell’anima di Giuseppe.

Il falegname non riusciva ancora a credere alle proprie orecchie. Gli stavano forse dicendo che il Segno si era avverato? La vedova era impazzita o voleva farlo impazzire lui?

Come se gli leggesse nel pensiero, la Vedova riprese l’argomento.

«Figlio mio, tu pensi: “Venga al sodo, signora”. E io ti chiedo di non spazientirti. Non stiamo parlando di una cosa insignificante, è in gioco la gloria dell’Eterno. Abbi pazienza. Se, correndo troppo in fretta, l’atleta non vede i segnali, li salta e raggiunge il traguardo per una strada non segnalata, anche se comunque avrebbe vinto se avesse percorso la pista ufficiale, la giuria gli darà la corona d’alloro? No, vero? Infatti, figlio mio, l’Eterno è già in movimento, alla ricerca della Donna, della Vergine nel cui seno prenderà corpo il suo Segno. Ti chiedo: su quale beata Dio farà riposare il Suo Braccio? Su quale donna, unica e speciale tra tutte le figlie di Davide, l’Altissimo stenderà il manto della Sua Gloria? Quale amerà come si ama l’unica e adorata sposa? Tu mi dirai che, stante così la cosa, l’Altissimo stesso la genererà e la predestinerà fin dal grembo dei suoi genitori affinché sia la Madre. E avrai ragione. O forse Egli non anticipa chi chiede, generandolo per fargli la sua richiesta? È l’Onniscienza del Signore che muove ogni anima che respira al Suo cospetto. Non è forse il Suo Spirito la fonte che ispira ogni parola che giunge al Suo orecchio? Certamente sì, figlio mio. Egli apre la bocca di chi chiede: «Che una Vergine dia alla luce senza l’intervento di un uomo!» Il Signore sorride tra sé e sé. Apre la bocca e dice: «Sia fatto, vi stupirò tutti compiendo un’opera che sarà ricordata in eterno: il figlio di Eva nascerà da una Vergine. È già fatto, figlio mio. Dimmi ora, tra tutte le donne, quale donna sceglierà l’Altissimo per essere quella Vergine beata?»

Per un attimo Giuseppe il falegname credette di aver già udito tutto ciò che era venuto a cercare, ma l’idea che sua suocera gli stava proponendo era talmente sbalorditiva che rimase immobile.

Cosa gli stava dicendo la Vedova, che la sua Sposa era in stato di grazia per opera e grazia dello Spirito Santo?

La madre della Vergine non gli diede il tempo di riflettere troppo.

«Mettiti nei suoi panni, figlio mio. Dio annuncia quale sarà il Segno con cui dimostrerà la Gloria di suo Figlio davanti all’intera creazione. Fin dal grembo dei suoi genitori Egli forma la coppia che porterà tra le braccia il Bambino nato dalla Vergine. Ma ora bisogna superare un problema, bisogna superare un ultimo ostacolo. Sì, figlio mio, l’orgoglio maschile. Lascerai che l’orgoglio maschile ti acceci la mente?».

Giuseppe comprese finalmente il ragionamento di sua suocera.

«Mi sta dicendo, madre, che è successo?».

«Non trarre conclusioni affrettate, figlio mio. Permettimi di ricapitolare il percorso compiuto fino a qui. Anzi, guardiamolo da un’altra prospettiva. Che cosa disse in seguito il Profeta parlando del Bambino nato dalla Vergine?:

-Ci è nato un Bambino, ci è nato un Figlio che porta sulle spalle la Sovranità, e sarà chiamato Principe della pace, Consigliere meraviglioso, Dio forte, Padre eterno…».

«Che cosa è nato, dice lei, madre?», la interruppe Giuseppe. Per la prima volta Giuseppe il falegname si mosse, lasciando trasparire l’esaurimento della pazienza. La madre della Vergine riprese l’attacco prima di perdere la presa.

«Non lasciare che l’orgoglio maschile acceci la tua intelligenza, figlio mio. Infatti, se Lui non inganna né mente e mantiene tutte le sue promesse, cosa diremo? Che i profeti d’Israele erano tutti bugiardi e impostori? Che, pur di glorificare se stessi, hanno scritto le Sacre Scritture senza altro intento che quello di recitare poesie? Dimmelo tu. Attendo la tua risposta».

Giuseppe il falegname seguì il ragionamento. Pensò che, vista la questione in questi termini, la Vedova avesse tutta la ragione del mondo. O il suo popolo era una nazione di impostori con un’infinita capacità di ingannare se stessi, oppure, non essendo certamente nato il Bambino, non poteva esserci alcuna Natività. Fin qui tutto corretto. Ciò che però gli si stava già incastrando in gola era la conclusione che la madre di sua moglie gli stava ponendo davanti. Gli stava dicendo che la Vergine era la sua Maria. Non glielo aveva ancora detto con queste parole, ma era chiaro che tutto quel discorso aveva come fine proprio quella dichiarazione finale.

Astuta come solo lei sapeva essere, ispirata dalla fede, sua suocera gli interruppe il flusso dei pensieri. Si sarebbe detto che, più che ispirata, fosse divina. Gli leggeva nel pensiero più velocemente di quanto lui stesso riuscisse a farlo. Approfittandone, la madre della Vergine andò dritta al sodo.

«Mia figlia, tua moglie, è la Prescelta per concepire nel suo grembo il Bambino che doveva nascere da quella Vergine di cui ci ha parlato il Profeta. Tu, Giuseppe, sei l’Uomo».

Per un fugace istante Giuseppe stava per alzarsi e chiudere quella conversazione indimenticabile con un «basta così». Ma rimase seduto. Sua suocera continuò.

«Davanti a te, figlio mio, Dio ha aperto due porte. Queste due porte rimarranno aperte davanti alle generazioni che ci seguiranno quando tu ed io saremo solo un ricordo nella memoria dei secoli. Una è quella della fede, l’altra quella dell’incredulità. Se sceglierai quest’ultima, agirai come colui che sfidò il proprio Dio e, scoprendo che la Vergine scelta per dimostrargli la Sua Gloria era proprio sua moglie, si ribellò contro Colui che egli stesso aveva sfidato. Ma io so che tu non farai questo. Figlio mio, dell’immacolata innocenza di mia figlia io sono, davanti a tutti, testimone. Il suo angelo ti condurrà fuori dalle tenebre del dubbio che ti opprime. L’altra, figlio mio, è la porta della fede. Il cuore mi dice che sceglierai questa. E che correrai in cerca della Madre del Messia che il nostro popolo attende da tanti millenni».

Inexplicabilmente, sul letto di morte, Giuseppe il falegname sorrise. C’è forse morte più bella di quella della creatura di Dio che si congedano da questo mondo con un sorriso sulle labbra?

Ebbene, proprio quando tutti i suoi nipoti e la sua gente credevano che da un momento all’altro Giuseppe avrebbe chiuso gli occhi per sempre, egli si sollevò e pregò tutti di uscire e di lasciarlo solo con sua moglie e suo figlio. Andate via, i tre da soli, disse Giuseppe, e poi respirò profondamente e cominciò a parlare.

«Moglie mia, la mia bocca è rimasta sigillata fino ad oggi per ragioni che tu stessa comprenderai una volta che tutto sarà finito; ora nulla mi impedisce più di renderle note a te e a tuo Figlio.

«Figlio mio, cosa dirò al mio Signore? La mia anima è al cospetto del mio Dio. Vado incontro al mio Giudice, davanti al quale dovrò rendere conto della mia vita. Ma c’è qualcosa che devi sapere prima che io lasci questo mondo.

«Tua Madre ti ha già parlato dei suoi nonni, Elisabetta e Zaccaria, che tu non hai conosciuto e ai quali tua Madre ed io dobbiamo così tanto. Abbi pazienza con me in quest’ultima ora e ricorda le mie parole nel tuo Giorno.

«Da dove comincerò? Come aprirti la porta alla conoscenza di quegli uomini e quelle donne che hanno posto le loro vite ai piedi del loro Dio affinché la tua Luce sorgesse sulle tenebre? Se non ti ho mai rivelato i fatti che ora ti svelo, è stato pensando al tuo bene. Non biasimarmi per averti tenuto all’oscuro della storia di quegli uomini e di quelle donne che hanno vissuto i loro giorni sul filo del rasoio, con la testa appesa a un filo ogni giorno della loro vita affinché la tua Venuta si compisse. Tu saprai, figlio mio, cosa dovrai fare quando il tuo Padre Eterno annuncerà l’inizio del tuo Giorno».

 

 

TERZO LIBRO. IL CUORE DI MARIA. SECONDA PARTE

 

QUARTO LIBRO LA CREAZIONE DELL’UNIVERSO SECONDO LA GENESI