web counter
el autor, Cristo Raul, abre acceso a sus libros en las distintas versiones de lenguas superiores internacionales, español, inghles, francés e italiano

IL PORTICO ITALIANO

LA RIVOLUZIONE INTELLETTUALE DELLA STELLA DEL MATTINO

 

 

STORIA DIVINA DI GESÙ CRISTO

 

Questa è la Volontà Attuale di Dio: «Che tutte le chiese si uniscano in una sola e unica»

 

PROLOGO 

  

  

 Quando i suoi genitori lo videro, ne rimasero sorpresi, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Sappi che tuo padre ed io, angosciati, andavamo in giro a cercarti». Ed Egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio? Essi non capirono ciò che diceva loro. Scese con loro, tornò a Nazaret e era loro sottomesso, e sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore... 

  

  

Nei giorni del bicentenario della Rivoluzione francese, a Parigi, il Figlio di Dio mi ispirò questa storia. Mi misi subito all’opera. Abbandonai Parigi, tornai al Sud, mi sono rinchiuso tra i libri e mi sono preparato a partire dall’inizio, ovvero a scoprire a cosa fosse dovuto quel vuoto documentario attraverso il quale la confusione aveva trovato una via d’accesso al cuore del problema e aveva generato quella montagna di libri che, usando l’Eroe dei Vangeli come pretesto, hanno dato vita a personaggi di inchiostro privi di qualsiasi contatto con il Vero Figlio di Maria: la Vergine di Nazareth. La necessità di viaggiare verso i tempi della Nascita mi condusse alla Biblioteca del British Museum. Con l’arrivo della primavera successiva smisi di cercare nei libri ciò che non avrei potuto trovare in essi. Feci i bagagli e partii per Gerusalemme. Attraversai l’Europa alla luce di una stella splendente e solcai il mare sulle onde di una Colomba d’Argento. Terra Santa! … «terra», … grida dal Faro il Colosso di Haifa, «Benvenuti in Terra Santa» Sono sceso a Nazareth. Ho visitato il Tempio dell’Annunciazione. Dopo una breve sosta a Tel Aviv ho proseguito il mio cammino verso la Città Santa. Quando raggiunsi Gerusalemme, la città viveva in uno stato di emergenza. L’Iraq aveva appena invaso il Kuwait. Il discorso antisionista del nuovo eroe dell’Islam, sfruttando l’odio universale del mondo musulmano contro gli ebrei per collegarlo alla causa del fondamentalismo del mondo arabo, esigeva – secondo i giornali paramilitari israeliani – l’uso di armi nucleari, in particolare della bomba a neutroni. Mentre l’Iraq suscita ondate di applausi nei territori palestinesi, tra la folla che affolla via David passeggia un uomo-manifesto vestito da profeta, che trascina un cartello apocalittico: «La fine del mondo si avvicina, venite a bere una birra. Pub il Profeta». È stato un viaggio molto istruttivo. Sono risalito sulle ali della Colomba d’Argento e ho solcato le acque del Mare Grande per tornare nel Vecchio Continente. Ho fatto rotta su Londra. Mi sono sistemato a Finsbury Park, ho chiuso la porta, ho acceso la mia vecchia macchina da scrivere e mi sono seduto, deciso a non uscire dallo studio finché non avessi scritto la Storia per cui avevo lottato negli ultimi anni. Fu un autunno molto lungo, ma molto fruttuoso. Un giorno di novembre di quell’anno raggiunsi la meta. La meta che avevo inseguito per tutti quegli anni era il Tesoro che la Madre custodiva nel suo cuore: «il Cuore di Maria». Come Maria conobbe Giuseppe, chi fossero Zaccaria ed Elisabetta, chi fossero in realtà i famosi fratelli e sorelle di Gesù. Tutto, assolutamente tutto: Lei sapeva tutto di suo Figlio. Aveva vissuto tutto ciò e lo aveva custodito nel suo Cuore. E continuava a farlo. Ciò che ho visto nel Cuore della Madre è ciò che leggerete di seguito.

 

1.- MARIA DI NAZARET

 

La Vergine nacque a Nazaret, nel cuore della Galilea. Come ben tutti sanno grazie ai Vangeli canonici, il padre della Vergine si chiamava Giacobbe e sua madre si chiamava Anna. Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, morì quando Maria era ancora molto giovane. Un bel giorno di quei tempi il padre della Vergine salì in Cielo e non tornò più. Ciò avvenne durante gli anni del regno di Erode.

Il defunto lasciò quaggiù orfane, un orfano e una vedova. Dal punto di vista delle cose umane, Giacobbe, figlio di Matán, figlio del re Salomone, figlio di Davide, re e profeta, morì in un brutto momento. La morte, ovviamente, non arriva mai al momento giusto. Ma comunque, tra i mali, Giacobbe di Nazaret morì nel miglior momento possibile.

Quelle grandi siccità che per tanti anni avevano devastato le province del Medio Oriente se n’erano finalmente andate; le famose vacche grasse che per un attimo era sembrato non tornassero mai più stavano tornando, una più grassa dell’altra; erano tornate e sfoggiavano la loro abbondanza nei campi di tutte le province dell’Antico Levante, ai tempi dei Greci e dei Romani.

L’orizzonte luminoso, tanto atteso, implorato, desiderato, invocato in processioni di massa dal Tempio al Tempio, si era avvicinato, com’era inevitabile, anche alle colline di Nazaret. Il suo splendore cominciava già a risplendere negli occhi dei suoi abitanti con il bagliore della stella delle preghiere esaudite, del desiderio concesso. Pastori della Galilea, pescatori del Mare dei Miracoli, contadini delle valli del Giordano, artigiani del paese che vivevano nelle tenebre della disperazione, tutti insieme si riversarono nelle strade per festeggiare gli anni della prosperità. Finalmente erano arrivati!

La Casa della Vergine si godette la gioia generale con l’intensità di chi ha passato momenti difficili, difficili quanto gli altri, non così difficili come altri, né molto migliori della maggior parte delle persone che hanno davvero sofferto durante quei lunghi anni. Erano così tanti!

Non fu solo quella siccità. Ci furono anche quei terremoti che devastarono il Medio Oriente seminando la fame dalle montagne del Libano alle coste del Mar Rosso. E non solo. Già di per sé terribili, quegli anni di tremenda disperazione furono ulteriormente aggravati dalla politica fiscale del tiranno Erode, che agì come un’ascia tagliando ogni testa che riuscisse a rimanere a galla. Sotto il regno di Erode il Grande, il solo fatto di continuare a respirare divenne un reato. Il diritto alla parola fu proibito. La qualità sacra che distingue l’uomo dalle bestie fu punita, e il suo esercizio condannato, nel migliore dei casi, all’esilio, alla pena capitale negli altri. Quante fortezze costruì Erode, tante forche si contavano in Israele. Di tutti i mestieri, la prostituzione è il più antico, ma l’unico che ai tempi di Erode il Grande non passò mai di moda fu quello del boia. Che ironia: mentre si attendeva o meno l’arrivo del Giorno del Giudizio Universale, i rampolli della famiglia del tiranno si costruivano palazzi con blocchi di marmo! E fortezze degne di un imperatore, e caserme e guarnigioni militari contro una possibile insurrezione di quelle capaci di abbattere persino le mura stesse dell’Inferno.

Nemmeno i faraoni!

Il faraone di Mosè era malvagio, gli Erode erano peggiori. E, nel frattempo, mentre il tiranno divorava un figlio o un fratello, il popolo continuava a subire calamità fisiche e spirituali di cui, una volta superate, non si vuole nemmeno più ricordare. Chi si sarebbe ricordato di quegli anni di magra una volta trascorsi i duemila anni? Tuttavia, la schizofrenia edilizia del tiranno, la schizofrenia del tiranno, sarebbe stata ricordata dalla Storia: Erode il Grande! A quell’assassino mancava solo questo: che gli fosse concessa licenza di uccidere a suo piacimento. Ai suoi figli, ai suoi fratelli, a sua moglie, ai suoi amici, ai suoi nemici, che fossero innocenti o meno. Il permesso dello stesso Cesare di violare tutte le leggi del diritto romano.

Sotto il regno di Erode giunse un momento in cui bastava muovere le labbra chiedendo giustizia per cadere sotto le ruote della sua paranoia omicida. I Romani – va detto – commisero molti errori; tra tutti, quello che Ottaviano Cesare Augusto si permise di concedere la corona dei Giudei a un palestinese fu un errore che persino al Giudice dell’Universo stesso costerà perdonare.

Ma torniamo al tema della vita della Vergine e della sua famiglia. Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, era appena morto.

Proprio perché Anna, la vedova di Giacobbe di Nazaret, e le sue figlie maggiori, Maria e Giovanna, erano già riuscite quasi a dimenticare il tipo di battaglia che quell’uomo a loro così caro aveva dovuto combattere contro gli elementi di quell’estate interminabile, si comprende che la sua perdita, ora che la luce della speranza cominciava a generare nelle mammelle delle mucche della stalla l’oro dell’abbondanza, la perdita del marito fosse per la madre della Vergine infinitamente più insopportabile e dura.

Anna e Giacobbe di Nazaret superarono ogni avversità con coraggio e risposero ai tempi difficili con il volto sereno di chi cammina nella pace di Dio. Anche Giacobbe di Nazaret e Anna sognarono i giorni di abbondanza durante tutti gli ultimi anni, come tutti; e risero dei tempi difficili dando alla luce sei figli.

Accadde che, invece di permettere ai tempi difficili di creare una frattura tra loro, Giacobbe e sua moglie si unirono con ancora più forza, se possibile, nell’abbraccio d’amore che li riempiva di meraviglia per il fatto di stare insieme. Maria fu la primogenita del defunto; poi venne Giovanna. Seguirono due gemelle, poi un’altra bambina, e a chiudere il flusso della vita fu il figlio maschio della famiglia, di nome Cleopa, un neonato ancora allattato al seno quando suo padre morì.

«Ora che il sole torna a splendere, figlia mia, il Signore mi lascia sola con i miei sei figli. Chi mi insegnerà a vivere senza tuo padre, Maria?», così la madre della Vergine riversava l’anima che le sanguinava. La fanciulla raccoglieva sul proprio grembo le lacrime di quella madre che amava tantissimo. Come qualsiasi bambina che si fosse persa in un bosco pieno di estranei, la Vedova piangeva a cuore spezzato. Nel cuore di Maria, tuttavia, la presenza di suo padre si era semplicemente addormentata.

Maria riusciva ancora a vedere, sentire, annusare, udire suo padre, tutto sorridente mentre rispondeva a lei e a sua sorella Giovanna alle loro domande sul Signore. Maria riusciva ancora a vederlo mentre trattava con i mietitori, con gli orticoltori e gli allevatori del paese con la gioia e la forza di un uomo rispettato, stimato e considerato onesto da un capo all’altro della regione. Suo padre era uno di quegli uomini che guardano d’occhio in occhio, senza giri di parole. Negli occhi di Giacobbe di Nazaret si poteva leggere la sincerità che trasudavano le sue parole.

Quando arrivarono gli anni di magra, il padre di Maria si dimostrò all’altezza della situazione. Poiché la terra non produceva più abbastanza per pagare gli stipendi extra, Giacobbe di Nazaret si assunse il compito di ricavare dai propri campi anche solo qualche sacco di mandorle, qualche arroba di olio, qualche misura di grano, qualche quintale dei famosi vini della Casa. Qualsiasi cosa pur di mantenere le ossa delle sue figlie sane e forti. Le sue due figlie maggiori, Maria e Giovanna, sapevano bene quanto la loro vedova contro quali soli sterili quell’uomo avesse dovuto lottare! Grazie a Dio, sebbene fossero piccole, Maria e Giovanna diedero una mano con le olive in inverno, con le mandorle, con i fichi e il grano in estate, con il bestiame in autunno, estate, inverno e primavera. Cosa darebbe ora la vedova di Giacobbe di Nazaret per potersi alzare di nuovo all’alba e preparare al padre delle sue figlie il latte, il pane, l’acqua!

Maria lo sapeva benissimo: vedendo suo padre di nuovo in piedi all’alba, mentre salutava le figlie con quel sorriso così suo negli occhi, sua madre avrebbe dato la propria vita. Ma ormai non si poteva più fare nulla per far tornare indietro la ruota del tempo. Ora bisognava vivere, scegliere tra il marito morto e i figli vivi.

Delle due ragazze, María e Giovanna, Giovanna era la più piccola, di un anno più giovane di María. María era la maggiore, la più grande della casa. Misteri della vita: era proprio lei, Giovanna, la più piccola delle due, quella a cui piaceva di più la vita di campagna; forse perché Giovanna aveva ereditato dal padre il gusto per il profumo degli alberi in fiore e il piacere di contemplare i colori dell’orizzonte all’alba.

Guardando le due sorelle, chiunque avrebbe detto che, a giudicare dal fisico, fosse Maria quella a cui avrebbe dovuto piacere di più il vento tra i capelli al calar del pomeriggio; tuttavia era in Giovanna, la più piccola, dal corpo quasi o altrettanto minuto di quello di sua madre, l’anima in cui suo padre aveva riversato l’amore per il rosso della terra viva. In María la forza della vita proveniva da sua madre. Sua madre le aveva trasmesso tutta la sua abilità nel cucito e nella sartoria. Ciò che interessava a María era la famiglia, la casa.

Così, quando poi arrivarono i tempi difficili e le mucche divennero tutte magre e i soldi si fecero scarsi, e le necessità da soddisfare cominciarono a moltiplicarsi fino a sei volte in appena due anni, Maria si rivelò una sarta nata. All’età in cui si dice che si sia nella primavera della vita, la figlia maggiore di Giacobbe di Nazaret sapeva sia rammendare un vestito e farlo tornare come nuovo in un batter d’occhio, sia tessere per le sue sorelle un cappotto di lana nel giro di pochi giorni, senza mai smettere di essere il braccio destro di sua madre. E un modello di figlia per sua sorella Giovanna. In lei – ho detto – si era rivelata una capacità innata di imparare da suo padre il significato dell’influenza dei cicli lunari sull’agricoltura, perché i conigli mangiano la lattuga, come cresce davvero un pomodoro vero, perché si potano gli ulivi affinché non si facciano ombra a vicenda e alterino il sapore dell’olio. Insomma, migliaia di cose.

Il fatto è che Giovanna, oltre ad essere la pupilla del padre, si sentiva il braccio destro della sorella María: una per il padre e l’altra per la madre, e le due insieme nella gioia, quando si intensificarono i venti di sud, le gocce fredde, le siccità, le tempeste invernali in estate, i calori estivi in inverno e le piogge che arrivavano e se ne andavano in un batter d’occhio, quando la tempesta mise alla prova gli uomini cercando di portare in Paradiso coloro che avessero mostrato un volto gioioso, in quel momento le due sorelle si unirono più che mai. Quegli anni difficili costrinsero le due sorelle a lavorare sodo. Fu un dovere che assunsero in silenzio, scritto con il sangue, che batteva allo stesso ritmo del cuore dei loro genitori. Ciascuna aprì la propria anima ai propri doni particolari e agì seguendo il corso del mistero della vita in ogni persona.

Gli occhi della maggiore, la vista di Maria, erano fatti per scovare l’ago nel pagliaio; non mancavano mai di infilare il filo nella cruna dell’ago, senza nemmeno guardare. Gli occhi di sua sorella Giovanna avevano bisogno di orizzonte, di campagna, di cielo aperto. Invece di litigare, le sorelle resero grazie al Dio dei loro genitori per la sua eterna saggezza e la sua infinita bontà. Agli occhi di entrambe, il padre era un uomo meraviglioso.

«Perché diciamo che la saggezza del Signore è eterna e la sua bontà infinita?», diceva Giacobbe di Nazaret alle sue due figlie maggiori. «Perché con le sue risposte ci meraviglia e con la sua bontà ci illumina il volto», rispondeva quel padre a quelle due bambine, gli occhi del suo volto, con un sorriso negli occhi.

Le sue figlie si guardavano sorridendosi. Quanto amavano l’uomo che Dio aveva dato loro come padre! Il padre proseguiva: «Quando diciamo che la Saggezza del Signore è eterna, dichiariamo con tutto il cuore e con tutta la nostra mente la nostra gioia nel sapere che Egli non mente. Figlie mie, quando Lo adoriamo per la Sua infinita bontà, la nostra gioia è quella di chi si è ritrovato nella fossa in cui i malvagi gettano i buoni e, alzando lo sguardo, ha visto il Signore che rideva della scienza dei geni».

«Figlie mie, essere buoni costa», confessava Giacobbe di Nazaret alle sue figlie mentre mungevano gli ulivi. «A colei che è più buona non si fa un regalino? Tu, Giovanna, provi invidia verso tua sorella maggiore perché è più brava di te a cucire? In quale momento la mia Juanita ha fatto sentire in colpa la sua Maria per non avere le sue doti per il lavoro nei campi? Quando mai la mamma ha rimproverato la sua Juana per non saper cucire un vestito bene come la sua Maria? Cosa farei io senza la mia Giovanna se non mi portasse il pranzo a mezzogiorno, se lei non mi costringesse a mangiarlo?”

Ah, quanto le ricordava! Era vero che se n’era andato? Non riuscivano ancora a crederci. Con il corpo senza vita del padre davanti agli occhi, Maria e Giovanna si guardarono in silenzio. Mio Dio, l’avevano davvero perso?

Entrambe le sorelle abbracciavano ora la madre.

Sconvolta, la vedova di Giacobbe di Nazaret continuava a piangere la sua sventura:

«Proprio ora, Maria, proprio ora che arrivano i tempi d’abbondanza, proprio ora che vostro padre potrebbe sedersi nella sua vigna a mangiare grappoli grandi come quelli di Polifemo e dolci come quelli di Bacco, che Dio mi perdoni, proprio ora. Perché, Signore, perché? Dimmi in che cosa ti ha offeso il tuo servo».

Dio! Si può spiegare il legame tra i corvi e gli sfortunati braccianti sui quali le Parche fanno calare il loro mantello di nero presagio? Si può capire che Dio sia Dio mentre regna il Diavolo? Chi fosse capace di scrivere la sceneggiatura della propria vita e brillare come una stella almeno agli occhi dei soci di carta inventati per l’occasione! L’uomo sogna che il destino sia suo, il bambino sogna l’uomo che batte nel suo petto, per scoprire dietro l’angolo che basta una raffica di vento a ridurre i suoi sogni a frammenti condannati alla spazzatura. Alla fine la vita umana è come quella della canna: se il vento si fa più forte, si spezza e i suoi resti cadono nel pozzo dell’oblio. Chi non ha ceduto alla tentazione di lasciarsi morire e porre fine a tutto una volta per tutte? O saremo i più forti finché non verrà dimostrato il contrario?

Per tutti arriva l’ora della verità. Ogni creatura ha la propria. Ed è in quell’ora che l’essere va avanti o crolla. Questa era l’ora della verità per la madre della Vergine.

«Che cosa siamo, Maria?», gridava piangendo la madre della Vergine per la perdita del marito. «Lottiamo contro gli elementi con le forze di una creatura di fango. Innalziamo i nostri idoli in onore di chi ci dona la vittoria. All’Altissimo dedichiamo la nostra gloria. Ma l’Onnipotente non si stanca mai di vederci ridotti alla condizione delle bestie. Il campione avanza per raccogliere la sua corona quando la Morte gli si para sulla strada. L’Onnipotente si alza per salvare il corridore solitario dal lasciare l’anima in pista? Perché rimane seduto sul suo Trono Onnipotente e Onnisciente mentre i resti vengono spazzati via dalla pista dal vento? È questo che siamo, figlia mia, polvere che sogna di essere roccia, roccia che sogna di essere montagna, montagna che sogna di essere nido di aquile? Che ne sarà ora dei tuoi aquilotti, mio sposo? Chi si alzerà a proteggerli quando il serpente si arrampicherà sulla rupe e la loro madre non saprà come difendere da sola i tuoi figli?”.

Cosa si poteva rispondere a quella donna? Quale pazzo avrebbe osato dirle ciò che quegli ignoranti visitatori dissero a Giobbe nella Bibbia?:

«Sta' zitto ormai, vecchio rimbambito», gli dissero quegli amici. «Se marcirai sarà perché sei più malvagio di tutti i diavoli messi insieme. Ci hai ingannati tutti con le tue elemosine e le tue farneticazioni. Grazie a Dio il Signore ci ha svelato la tua falsità e la tua ipocrisia. Per questo ti punisce il Dio che hai cercato di ingannare come hai fatto con noi. Taci e soffri, vecchio marcio».

Che amici! Volevano costringere il povero Giobbe a riconoscere che la miseria nasce dalla miseria, che chi possiede trattiene ciò che ha perché lo possedeva, che nessuno è forte per capriccio, ma che la felicità o la sventura di una persona ne determinano il valore. Secondo questi saggi, i poveri sono tutti peccatori pervertiti, corrotti e viziosi che meritano ciò che soffrono; i buoni sono tutti felici, vivono nell’idillio, possiedono l’oro, detengono il potere, sono i migliori, gli eletti della provvidenza, la razza nata per essere felice, e sono felici perché sono buoni, e quando saranno migliori saranno come gli dei.

«Eva», disse Satana alla moglie di Adamo, «mangia di questo frutto e impara. Ci sono i buoni e ci sono i cattivi, ci sono gli sciocchi e ci sono i saggi, ci sono i ricchi e i poveri, ci sono gli schiavi e i liberi, i forti e i deboli, gli angeli e i demoni. C’è la vita e la morte, la verità e la menzogna, la pace e la guerra: cos’è tutto questo se non il sale della terra?»

Santo cielo, da quando la sorte dei profeti non è dipesa da una nuvola in più o in meno all’orizzonte!

«Ma quando il tempo è brutto, bisogna fare buon viso a cattivo gioco», ribatté prontamente il santo Giobbe.

«Dov’è lo sciocco che ride sperduto nella tempesta?», gli risposero ridendo i visitatori.

«All’Indistruttibile, all’Invincibile spetta l’ultima risata», rispose loro di nuovo Giobbe. «Di cosa e perché ridete voi? Quale luce siete venuti a portare ai miei occhi? Volete condannarmi per ciò che ho fatto? Ignoranti, sto venendo punito per ciò che non ho fatto».

«Giusto ciò che dici: al buono la ricompensa è gradita, quella del malvagio è terribile. Ebbene, hai già il tuo salario. Ora, riconosci di essere un peccatore, un traditore della provvidenza, come tu stesso hai detto confessando che ciascuno riceve ciò che merita per il proprio operato. Dicci, peccatore, cosa nascondevi dietro le tue elemosine e le tue pose da santarellino? Non è forse per quelle che Dio ti ha punito? Questa è la punizione di Dio, non piangere, scoppia di rabbia», gli risposero «gli amici» con un sorriso falso.

Con altri quattro di «quei “amici”», quanto tempo ci sarebbe voluto prima che la pazienza di Giobbe si esaurisse? Invece di mettersi a piangere per la sua sfortuna, il santo Giobbe scoppiò a ridere, si alzò e li cacciò da casa sua.

La sua tragedia, la tragedia di Giobbe, non stava nel crollo delle mura della sua fede al suono delle trombe dell’Inferno. Questo non era il problema di Giobbe. La sua fortezza era stata eretta sulla roccia. A prova di bomba, la sua fede rimaneva intatta. Il problema che trafiggeva Gio ll’anima era il non sapere cosa stesse accadendo, a cosa fosse dovuto quel cambiamento nell’umore del suo Dio. Perché il suo Dio lo aveva abbandonato nudo e in balia di se stesso di fronte a un nemico armato fino ai denti?

Il guerriero segue il suo Eroe e Re sul campo di battaglia e, in un angolo del crocevia, questi gli volta le spalle come chi sacrifica un pedone sull’altare della vittoria?

Ebbene, proprio questo dilemma, proprio questo mistero era ciò che stringeva per la gola l’anima della Vedova di Giacobbe di Nazaret. Lottando contro le tenebre con l’unica arma divina a disposizione degli esseri umani, la parola, la madre della Vergine cercava la risposta al perché la Morte le avesse portato via il marito. E non la trovava.

«Perché il nostro Dio non fa nulla, Maria? Perché lascia che il serpente si arrampichi sulla rupe e perché gli rende le cose più facili eliminando il padre dei suoi cuccioli? Lui non la vede avvicinarsi, figlia mia? Perché il Dio di tuo padre non ha afferrato l’arco e la freccia e con il fulmine del suo sguardo non ha fulminato la Bestia? La freccia ha mancato il bersaglio, il vento l’ha deviata e, cercando il drago, ha ucciso l’eroe? Dimmi, figlia mia, perché la mia anima è amareggiata e i suoi occhi non riescono a scorgere i piani reconditi dell’Onnisciente. Ma cosa siamo, Maria? Perché si esige la comprensione di un dio da una creatura di argilla condannata alla polvere per aver mangiato una mela? Non guardarmi con quegli occhi, non rimproverarmi se il mio cuore sanguina parole. Cosa sgorgherà dalla ferita della Cerva dell’Aurora quando, al sorgere del mattino, il cacciatore la inseguirà nell’ora delle prime gioie? Non sarà forse maledetta la freccia che penetra nel petto della colomba che sale sul cavallo del vento, trotta per i cieli e torna felice a casa del suo signore? Ecco che arriva, figlia, ecco che raggiunge il braccio del suo signore, ecco che anche il dardo assassino solca l’aria; il suo signore ha il potere di afferrarlo in volo, ma guarda, non fa nulla, rimane immobile come se quella fosse la ricompensa per aver compiuto la sua sacra missione, e già la figlia di Mercurio cade nella polvere ai piedi di chi le volta le spalle. Non dirmi di tacere, Maria, non vedi che altrimenti muoio?”.

So solo che non so nulla; anche se dicono che Dio creò l’uomo e la donna perché si amassero e non si separassero mai, si dice anche in giro che il Diavolo giurò di rendere impossibile quell’amore. Ma in questo mondo c’è gente che è sorda e non capisce, non si accorge di nulla, ride delle corna del Diavolo e sfida la morte a spezzare ciò che Dio ha unito con legami più forti delle parole del Serpente.

Anna, la vedova di Giacobbe, e Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, futura madre di Gesù Cristo, hanno vissuto questa sfida. Una volta che si sono conosciuti, se non si fossero sposati sarebbero morti, e quando si sono sposati non riuscivano più a concepire l’idea di vivere l’uno senza l’altra. Ogni anno trascorso insieme hanno adorato il Dio che ha trasformato una costola, una semplice costola, in qualcosa di così bello come quell’amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.- LA MORTE DI GIACOBBE DI NAZARETH

 

Genealogia del Salvatore: Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo: Abramo generò... Davide; Davide generò... Zorobabele; Zorobabele generò Abiud, Abiud generò Eliakim, Eliakim generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliud, Eliud generò Eleazar, Eleazar generò Matán, Matán generò Giacobbe, e Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale nacque Gesù, chiamato Cristo.

 

Giacobbe, figlio di Matán di Nazaret, morì pochi mesi dopo la nascita del figlio maschio che lui e sua moglie Anna avevano tanto sognato e per il quale non avevano smesso di impegnarsi finché non l’avevano avuto. Sappiamo bene che la storia di avere una coppia, quella di partorire un maschio, è un luogo comune. Ma in quei giorni di terrore fiscale e di siccità lunghe come il deserto del Sahara, un uomo non poteva che sognare di avere un figlio maschio. Per trasmettergli tutta la sua conoscenza dei lavori dei campi, per appoggiarsi alle sue braccia giovani quando le proprie non avrebbero più potuto reggere il carico a causa della vecchiaia. Certo, ci sono sempre i generi , ma non è la stessa cosa. Non è la stessa cosa essere visto come un peso o essere sostenuto dal figlio nato dal proprio grembo. Né è la stessa cosa lasciare tutto ciò che i propri genitori hanno lasciato a proprio figlio piuttosto che al figlio di uno sconosciuto. A chiunque pensi che quegli uomini fossero antiquati, ignoranti della vita, che non sapessero che una donna può fare ciò che fa un uomo, o addirittura meglio, a questa gente moderna la cosa migliore che si possa offrire è il silenzio.

Facendo orecchie da mercante all’intelligenza di tanti moderni, sempre rivolti verso il sole dei secoli, Giacobbe di Nazaret e sua moglie corsero dietro all’uomo, incantati di goderne pur essendo antiquati. E lo raggiunsero, eccome se lo raggiunsero. Lo chiamarono Cleofa perché, vedendolo per la prima volta tra le braccia di sua madre, a Giacobbe di Nazaret ricordò suo suocero. Per quanto riguarda l’aspetto fisico, cosa si può dire del suo bambino? Il ragazzino più bello del mondo, naturalmente.

Ebbene, si sentivano già tutti a casa di Maria in paradiso quando all’improvviso a suo padre venne quel sonno sotto quel fico. Quanto erano felici papà e mamma! Cinque bambine come cinque soli, tutte sane, tutte allegre, tutte intente a giocare con il pupazzo che i genitori avevano comprato loro. In carne e ossa. Piangeva, faceva pipì davvero, chiedeva il burro, faceva la cacca. Una gioia. E all’improvviso, mentre erano tutti a casa come in paradiso, al papà viene voglia di morire. Una tragedia. Che peccato! Il diavolo in persona che attaccasse la casa da ogni parte non avrebbe potuto ferire così tanto la madre di quelle sei creature. Il dolore della Vedova era tanto più profondo in quanto non aveva nessuno della sua famiglia al suo fianco; nella sua disperazione si sentiva già assediata da un nemico invincibile che le imponeva la resa immediata o la distruzione totale della sua casa. Se solo avesse avuto al suo fianco i suoi genitori, o sua zia Elisabetta. Ma no, nessuno. E chi era lei a Nazaret? Nonostante gli anni, la moglie di Giacobbe continuava a essere un’estranea, la forestiera che aveva portato via al paese il suo scapolo d’oro.

«Con quanto erano belle loro, andarsene a sposare uno di fuori; per di più una piccolina, che sembra una sciocca», si consolavano le ragazzine di Nazaret. «Molto raffinata. Molto educata. Vedremo quando inizierà a partorire e dovrà mandare avanti da sola la casa del suocero, che ne sarà delle sue maniere e del suo faccino da principessa della Città Santa». Cose di paese: non ti vogliono male, ma non ti augurano nemmeno nulla di buono. Chiunque venga da fuori deve rendere conto ai vicini delle proprie intenzioni. Tutto deve adeguarsi alle regole della comunità; la tradizione comanda.

La vedova di Giacobbe di Nazaret non le conosceva forse tutte? Non l’avevano forse osservata durante gli anni di magra come chi aspetta che l’eroe crolli per godersi lo spettacolo di quelle due torri che mordono la polvere come qualsiasi campanile di paese? Quale consolazione avrebbe potuto trovare la Vedova in coloro che stavano già facendo i conti e calcolando come potersi spartire il patrimonio del defunto? Quanto le avrebbero offerto per i vigneti? Quanto per gli uliveti? Quanto per i terreni incolti?

«Perché uccidiamo il miracolo della nostra esistenza quotidiana con giudizi contro il prossimo, figlia mia? Chi sa quanti saranno i nostri giorni in questo mondo? Solo il Signore lo sa; ma dalla sua bocca non esce mai quel numero. Ti immagini se ti sorprendesse mentre critichi aspramente la tua vicina, o mentre lanci la prima pietra? Non sarebbe più bello se ti sorprendesse mentre condividi il tuo pane con il povero?», diceva la madre alla figlia Maria, mentre cucivano, da sole. Eppure ora era la madre a chiedere alla figlia di essere gentile con lei e di non negare ascolto al dolore della sua anima.

«Lasciami morire, Maria. Non preoccuparti se la mia anima se ne va tra parole spezzate. Il Signore mi ha portato via mio marito lasciandomi sola con i suoi sei figli. Perché i miei occhi dovrebbero trattenersi e il mio cuore invidiare la roccia che l’Onnipotente ha per cuore? Figlia mia, è facile dalle nevi guardare la valle che arde d’estate. Quando mai l’Onnipotente si è messo nei panni del soldato che cade nudo sul campo di battaglia difendendo la propria vita per l’onore della sua anima di argilla tenera e umida? Com’è facile sedersi sul trono del giudizio a firmare sentenze! Il Signore è lontano dalla debolezza umana, le nostre passioni non Lo toccano. Se fa freddo, l’ e non trema; se fa caldo, non suda; se gli scagliano una freccia, non lo colpisce; se dorme, nulla lo turba. Che ne sa l’Indistruttibile della fragilità della nostra esistenza? Non vedi, figlia mia, che la valle si inonda delle nostre lacrime? Perché dovrei reprimere il mio dolore e legare la mia lingua alla paura? Il guerriero non corre forse incontro alla morte? Che Dio mi uccida, che mi restituisca la vita del mio uomo; perché non fa nulla, perché rimane vigile dall’altra parte del precipizio? Su quali ragioni, figlia mia, l’Eterno fonda il suo silenzio e il suo comportamento impassibile? Se almeno si elevasse come un sole e parlasse con la voce della tempesta, e dalla sua anima i raggi della sua saggezza tessessero nel firmamento nuvole gravide di intelligenza. Ma no, figlia mia, che la tempesta si infuri, che le terre tremino, che le montagne crollino e seppelliscano città e villaggi, o che il mare si scateni e sommerga le isole con la loro gente, il Signore, irraggiungibile, indistruttibile, non muove un sopracciglio. Vede il disastro e tutto ciò che offre è un fazzoletto da lutto con cui chiede perdono per non aver anticipato il movimento del Serpente? Dimmi, figlia mia, che non è stato Lui a scagliare la freccia che ha ucciso l’aquila e ha lasciato in balia del diavolo il nido dei suoi aquilotti. Ma non negarmi il diritto di lamentarmi della sorte delle mie figlie sul cadavere del mio defunto».

Attanagliata dal dolore di sua madre, Maria la consolava in questo modo:

«Siamo tutti uguali ai Suoi occhi, madre. Unici lo siamo solo agli occhi dei nostri genitori. Noi, Sue creature, guardiamo solo fino a dove arriva il nostro sguardo, ma Lui porta sulle Sue spalle il peso di tutti noi. A tempo debito Egli si leverà, madre. E i Suoi piedi risplenderanno dello splendore dell’eroe vestito per la guerra contro colui che ha sottratto l’uomo a nostra madre Eva. So di essere giovane, madre, ma credimi per tutto l’amore che provo per Lui: il Dio di mio padre non permetterà che la casa di mia madre crolli. Basta così, madre, asciuga le tue lacrime. La Morte porta via i migliori pensando che, lasciando i malvagi, ci lasci noi piccoli senza protezione contro i tiranni. Ignora che quando se ne vanno, i buoni vanno in Paradiso a prendere le armi degli angeli. Papà ci ha difese come un uomo e ci ha fatto andare avanti. Mio padre difenderà ora le sue figlie e il suo bambino con la spada dei cherubini. Mamma mia, basta ormai, non guardi più il suo cadavere».

La vedova ascoltava le parole della figlia maggiore come chi riceve baci da lontano.

Furono Maria e sua sorella Giovanna a trovare il padre seduto contro il tronco di quel fico. A dire il vero, non era proprio il periodo del raccolto; ma a Giacobbe di Nazaret piaceva raccogliere i primi fichi della stagione; diceva che fossero i migliori per fare il pane di fichi.

Giacobbe sellò la bestia. Si diresse da solo verso i campi con la rinfresca. Il boschetto di fichi si trovava dall’altra parte delle colline, guardando dalla collina di Nazaret, proprio di fronte. Felice della vita, quel brav’uomo salutò sua moglie. Le sue due figlie maggiori gli avrebbero portato il pranzo e lo avrebbero aiutato a raccogliere i cesti. Fino a quel momento, beh, insomma, un bacio, gli addii.

Vedendolo partire in quel modo così bello, chi avrebbe mai potuto immaginare che quell’uomo sarebbe tornato a casa morto?

All’ora di pranzo Maria e sua sorella Giovanna si presentarono nei campi. Maria era più grande di Giovanna di un anno ed entrambe erano due ragazze in fiore. Maria e Giovanna cercarono il padre e lo trovarono seduto all’ombra di quel fico.

«Lo lasciamo dormire ancora un po’, Giovanna? Nel frattempo raccogliamo noi i cesti», disse María.

Le due sorelle si misero al lavoro. Finirono di raccogliere i cesti, e il padre non si era ancora svegliato. Ma proprio non si svegliava.

«Papà dorme proprio tanto oggi, vero, Maria?», disse Giovanna.

Si diedero da fare lavorando ancora un po’. Alla fine cominciarono a guardarsi preoccupate.

«Sarà successo qualcosa a papà, Giovanna?». E così la maggiore delle due andò a vedere cosa fosse successo a suo padre.

Non ho intenzione di diventare sdolcinato come chi vuole conquistare il lettore strappandogli un mare di lacrime. Chi più chi meno ha già affrontato le pratiche di un funerale e sa quanto fa male perdere ciò che la Morte non avrebbe mai dovuto portar via. Ma fu lei, Maria, inginocchiandosi per svegliarlo, a scoprire la verità nel pallore del volto di suo padre.

La ragazza non gridò, non si spaventò. Prese la testa del defunto tra le braccia, gli cullò il corpo, gli baciò la fronte, guardò sua sorella Juana che si avvicinava in lacrime. Giovanna si strinse a sua sorella Maria e Maria si lasciò abbracciare finché Juana non si sfogò e insieme riuscirono a ricomporre le loro anime.

«Vai a casa, Giovanna, e racconta alla mamma cosa è successo», chiese Maria alla sorella.

Giovanna montò sull’asinello e, piangendo con il cuore straziato, corse tra le colline. Nel frattempo Maria rimase sola con il corpo di suo padre, sotto quel fico, accarezzando il volto di colui che per lei era l’uomo più meraviglioso del mondo, che se n’era andato senza dare a sua moglie e alle sue figlie la possibilità di dirgli per l’ultima volta quanto lo amavano.

«Che ne sarà ora del tuo bambino, padre? In quali occhi troverà l’immagine divina dell’uomo che noi, tue figlie, abbiamo scoperto in te?», sussurrava la giovane Maria rivolgendosi al Cielo.

Come ho detto, un nemico crudele e sadico che avesse raso al suolo la casa non avrebbe causato alla Vedova di Giacobbe di Nazaret tanto dolore quanto il modo in cui la Morte le aveva portato via il marito. Se il suo uomo fosse morto difendendo i suoi cari in qualche guerra, o sacrificando la vita delle sue figlie al prezzo della propria, chi lo sa, ma morire in quel modo, senza preavviso, proprio quando avevano trovato la felicità, dopo aver superato un decennio di anni cattivi quanto il cuore di Erode.

A che vi racconto i litri di lacrime che la Vedova versò durante tutto quel giorno e tutta la notte di quel pomeriggio? Non vi è mai morta una figlia in fiore, o una sorella nel pieno della sua bellezza? La Morte non vi ha mai strappato la stella dei vostri occhi lasciandovi nelle tenebre più tempestose? Avreste dovuto ridere a crepapelle, battere le mani, con il cuore aperto a ogni speranza, e all’improvviso, da un giorno all’altro, un’ora prima che spuntasse l’alba, l’aurora si trasforma in una notte senza luna, la pianura si trasforma in un pozzo senza fondo e, guardando in basso, scoprite il volto del Serpente che vi dà il benvenuto.

E il fatto è che Jacob e Anna si erano amati fin dal primo giorno in cui i loro sguardi si erano incrociati. Fu amore a prima vista. Fu basta uno sguardo per capire che la ricerca era finita.

Giacobbe e Anna erano nati l’uno per l’altra; erano fatti l’uno per l’altra; erano le due metà dello stesso frutto. Era naturale che lui morisse innamorato di sua moglie come il primo giorno e che la Vedova lo perdesse più innamorata che mai di suo marito. E se a questo dolore si aggiunge il fatto di rimanere senza un uomo in casa che si occupasse dei campi e del bestiame: ecco la ricetta magica all’origine delle lacrime amare che la Vedova riversò nel cuore di sua figlia Maria nei due giorni che seguirono il funerale del padre; l’avete già letta.

 

 

 

3.- IL VOTO DI MARÍA

 

Come le cattoliche di sempre, quelle donne ebree erano molto inclini a lamentarsi tragicamente per la morte di una persona cara. Non dico che sia né un bene né un male, semplicemente era così. I romani, al contrario, usavano il funerale come pretesto per un banchetto, l’ultimo banchetto, l’ultima cena dei Cesari. Il banchetto d’addio a Cicerone negli affreschi dell’ a dimora del defunto a Pompei ci mostra i suoi parenti e amici che brindano alla salute del defunto. La corona dell’oratore sulle loro teste ricorda quella di alloro, ma intrecciata con rami di vite. Santo cielo, i romani avevano il cuore così duro che nemmeno la Morte riusciva a strappare loro una lacrima. Avevano bisogno di essere toccati dal bastone di Bacco per ricordarsi che erano uomini, in carne e ossa proprio come gli altri barbari del mondo. Finché non erano ubriachi fradici non versavano una lacrima.

Gli ebrei, al contrario della maggior parte dei popoli, preferivano vegliare il defunto a torso nudo, a petto in fuori. La distanza, l’allontanamento, l’assenza richiedono un tempo di distacco. Suppongo che l’usanza imponga la propria cultura e che ogni cultura la viva a modo suo. Gli ebrei, tra tutte le possibilità, scelsero quella più dolorosa: non seppellivano il defunto se non il terzo giorno dalla sua morte.

Le lacrime erano assicurate! E se poi si aggiungeva il caso che ci occupa, un uomo giovane, nel fiore degli anni, sposato e innamorato della sua vedova come il primo giorno, padre di sei figli, un uomo che non era mai stato malato, un uomo che non sembrava mai stancarsi, che morì senza avere nessuno che si occupasse dei suoi campi, che se ne andò proprio quando la tempesta si stava placando, beh, mettete tutti questi elementi nello stesso shaker, agitatelo, e il risultato sarà esplosivo. L’esplosione scatenata dalla morte di Giacobbe di Nazareth la scoprirete tra poco; le sue conseguenze perdurano ancora oggi.

C’era la vedova stessa. Fin da ragazzina la madre della Vergine era stata molto capricciosa. Il giorno in cui suo padre, Cleofa di Gerusalemme, le proibì persino di pensare di sposare l’uomo che sarebbe stato il padre delle sue bambine, è certo come che piove che la giovane fidanzata corse via in cerca di sua zia Isabel, per le strade di Gerusalemme lasciando una scia di lacrime spezzate.

La zia Isabella, moglie di Zaccaria, futuro padre del Battista, la conosceva già. Non a caso Anna era sua nipote. La zia Isabella rise guardandola negli occhi mentre le asciugava le guance di Maddalena, ormai in preda al pianto.

«Ma dai, ragazzina, mi dici cosa ti succede? Quando ti scatti in questo modo ti dimentichi che io non so nulla. Piangiamo insieme o rido di te finché non ridi con me?». Zia Isabella amava sua nipote Anna con una tenerezza divina.

Quella donna, zia Isabella, voleva bene a sua nipote più delle mura di Gerusalemme, più delle nuvole del cielo primaverile, più delle stelle del mattino e della sera messe insieme; le voleva bene più dei suoi vestiti e più dei suoi oggetti d’argento, ma ogni volta che la sua Anita le si gettava addosso in quel modo, non sapeva se assecondarla nei suoi bronci o se scoppiare a ridere delle sue lacrime. Non è che a ogni cambio della guardia sua nipote Anna le inondasse il deserto con torrenti di acqua salata. La verità era che quando si agitava in quel modo, al punto da non riuscire nemmeno a pronunciare una parola, e bisognava darle il tempo di calmarsi, significava che era successo qualcosa di davvero grave alla sua Anita.

La morte del padre delle tue bambine, solo due delle quali ragazze, le altre ancora piccole, e un neonato che dava del filo da torcere, in verità, è davvero un buon motivo per piangere fino a quando le ossa non si seccano.

Accadde proprio questo: la Vedova, la madre della Vergine, sprofondò nelle profondità della disperazione comprensibile in quel caso. Per un po’ rimase muta. Non diceva nulla, piangeva soltanto abbracciata a quella creatura che non avrebbe mai conosciuto suo padre. Con Cleofa tra le braccia, la Vedova di Giacobbe di Nazaret pianse tutto il giorno e tutta la notte.

Disperata, si vedeva circondata da un’oscurità densa e fatale; affranta, immaginava già la casa del suo defunto divorata dalle tasse; distrutta, a pezzi, si vedeva già vendere le sue bambine per salvarle dalla rovina.

Erano tutte figlie di Davide; in un’epoca in cui non bastava essere ebrei, ma bisognava dimostrarlo, avere come moglie una figlia di Davide era un passaporto per i benefici che Cesare aveva concesso agli ebrei in segno di gratitudine per avergli salvato la vita contro l’ultimo dei faraoni.

Ve lo racconto.

All’inseguimento di Pompeo, Giulio Cesare si ritrovò nei guai. Si vide Cesare correre come un pazzo dietro a Pompeo. E guarda un po’ dove finì: in Egitto. A quel tempo il fratello della faraona aveva appena ucciso Pompeo. Questo stesso faraone, che aveva appena giustiziato Pompeo, venne da Cesare e se la prese con lui. Credo che il fratello di Cleopatra abbia persino osato dichiarare guerra al Conquistatore della Gallia.

Come è noto, contro ogni speranza quel faraonetto stava per mandare Cesare nell’Eliseo dei famosi generali romani. Fu allora che il padre di Erode riuscì a radunare migliaia di cavalieri, ad attraversare al galoppo il deserto del Sinai e a caricare contro il fratello di Cleopatra, rompendo l’accerchiamento e salvando Cesare dal pericolo. Come ricompensa, Giulio Cesare concesse agli ebrei una serie di privilegi imperiali, come l’esenzione dal servizio militare, la libertà di movimento per la decima del Tempio e così via.

La condizione sine qua non per beneficiare di tali privilegi era quella di essere cittadini della Giudea.

Astuti come volpi, sfuggenti come anguille, gli ebrei trovarono molti modi per falsificare i documenti. Tra tutti i modi immaginabili per eludere l’Impero, il più semplice era quello di procurarsi dei documenti falsi, che qualsiasi burocrate impiegato presso il Registro del Tempio di Gerusalemme ti forniva per una manciata di dracme.

Ma c’era un altro modo, ancora più economico.

Quale modo migliore per entrare a far parte della lista dei privilegiati se non dichiararsi discendente del re Davide? E per chiudere il cerchio in modo ancora più perfetto, bastava aggiungere di essere nato a Betlemme di Giudea, «per favore».

E c’era ancora un’altra formula, persino migliore, più piacevole: comprare dal re Davide una figlia come moglie, ovviamente.

Le discendenti del re Davide erano quindi molto richieste; se si pagava bene per una figlia di Davide, quanto si sarebbe pagato per una vera figlia del re Salomone? E non una qualsiasi, una solo di nome, no; stiamo parlando di una vera e autentica discendente del mitico re saggio.

Una pratica così comune all’epoca, quella di vendere le figlie al miglior offerente, alla vedova di Giacobbe di Nazaret sembrava equiparare la donna al bestiame. Per Giosuè e le settecento trombe che abbatterono le mura di Gerico, avrebbe dovuto vendere le sue bambine per denaro? Lei che si era sposata per amore e conosceva quanto fosse dolce il matrimonio per amore e solo per amore?

L’idea le lacerava l’anima.

Tuttavia, non vedeva come avrebbe potuto salvare le sue figlie dall’essere trattate come bestie che si comprano e si vendono nel mercato delle passioni umane. Più ci pensava, e il cadavere del suo defunto non smetteva di ricordarglielo, più amare le sembravano le lacrime per il futuro che attendeva le sue bambine. C’era anche il bambino.

«E che ne sarà del mio Cleofa senza tuo padre, Maria? Che ne sarà della casa di tuo padre, figlia mia?», confidava la vedova di Giacobbe di Nazaret nel cuore di sua figlia Maria.

Tra madre e figlia, che vi posso dire?, la figlia sembrava la madre. Maria abbracciava sua madre e la consolava con parole piene di tenerezza e saggezza. Eppure quella ragazza era nel fiore degli anni.

Maria era una creatura che in questo mondo non aveva conosciuto altro che gioie. Aveva amato suo padre alla follia e, vedendola consolare le sue sorelle e la propria madre, chiunque avrebbe detto che ancora non riuscisse a credere a ciò che stava accadendo.

«Papà dorme, Giovanna», fu la prima cosa che uscì dal cuore di Maria quando lo trovarono morto.

«Papà è in Paradiso, lì ci aspetta tutte, Ester è già lì, vieni qui Rut, calmati Noemí», diceva alle sue sorelline mentre tratteneva le lacrime.

La ragazza lasciava le sorelle con Giovanna e andava dalla vedova:

«È tutto a posto, mamma; papà è in Cielo. Il suo Dio non permetterà che le sue figlie vengano vendute come schiave», sussurrava all’orecchio di sua madre, asciugandole le lacrime con i baci.

«Figlia mia», cercava di articolare la Vedova. Ma non riusciva mai a finire la frase, si scioglieva in singhiozzi e tornava alle sue tenebre, quelle che avvolgevano la sua casa e dipingevano l’orizzonte della sua famiglia con i colori tormentati di una visione macabra.

Il risultato della naturale disperazione della vedova di Giacobbe di Nazaret fu il seguente.

La visione tenebrosa che la vedova si era fatta sul futuro delle sue figlie corrispondeva alla realtà di tutti i giorni. La morte del capofamiglia costringeva le vedove a consegnare le proprie figlie al pretendente che mettesse più denaro sul tavolo, a prescindere dall’età dell’acquirente. Era la verità e non c’era bisogno di rifletterci oltre. Dal punto di vista del maschio ricco, più vedove c’erano, meglio era: così avrebbe avuto più «merce fresca e giovane» tra cui scegliere.

Il mondo era fatto a immagine e somiglianza delle passioni dei potenti e tutto ciò che si dice contro questo non ci porterà da nessuna parte. Come se non bastasse, con le leggi sul divorzio approvate di recente, la carne femminile veniva acquistata per essere usata e gettata via; veniva consumata a piacimento del consumatore e poi i resti venivano gettati via affinché chi veniva dopo potesse succhiarne le ossa. E guai a chi non seguiva l’esempio! Nelle classi alte, avere una sola moglie era segno inequivocabile di cospirazione contro Erode.

«Quello si è sposato una sola volta? E non si conosce almeno una seconda o una terza moglie? Sicuramente quello cospira contro Sua Maestà, Altezza». Per ragioni assurde come questa, in quei giorni le teste degli ebrei rotolavano per le strade di Gerusalemme.

Non era qualcosa che la Vedova si stesse inventando. Lei era di Gerusalemme, apparteneva all’alta società, conosceva questa realtà da vicino quanto il fatto che suo marito giaceva morto davanti alle sue figlie.

«Basta così, non piangere più, non è poi così grave, tutto si risolverà, il Signore non permetterà che ciò accada». Parole molto belle, di cui la Vedova era grata. Lei sapeva solo che appena un giorno prima si era alzata con la gioia della donna più felice del mondo e non erano passati nemmeno due giorni che era diventata «la Vedova».

«Lasciami piangere, figlia mia. Non vedi che, se non piango, morirò?», supplicava inconsolabile la vedova alla figlia Maria.

Approfittando di un momento di calma, mentre Giovanna e Maria erano sole con la madre, Maria, figlia di Giacobbe di Nazaret, aprì bocca.

Il Cielo mi è testimone di ciò che sto per dire, e che mi mandi nell’orrendo Inferno se invento anche solo una parola. La notte di quel giorno, durante la veglia funebre per la morte di suo padre, la figlia maggiore della Vedova di Giacobbe di Nazaret legò la propria vita a un albero che aveva il potere di impiccarla se non avesse adempiuto al Voto che aveva impresso nel cuore di sua madre e di sua sorella Giovanna.

Maria avrebbe potuto tacere; era in suo potere portarsi un dito alle labbra e non sottoporsi alla prova. Ma non era nella natura della figlia di Giacobbe resistere agli impulsi della propria personalità. Preferiva accettare le conseguenze in tutta la loro severità.

Nessuno le stava ascoltando, erano sole le tre davanti a Dio. Per questo vi ho detto che chiunque voglia essere sicuro di ciò che scrivo, ecco che c’è Dio stesso che ha preso in parola , la figlia di Giacobbe di Nazaret, per confermarmi o smentirmi. Che Dio si presenti come Giudice è naturale, che intervenga come Testimone è qualcosa di straordinario. Ai coraggiosi, tuttavia, spetta la gloria.

E continuo.

Lì, davanti a sua sorella Giovanna, Maria giurò a sua madre che ciò – che le sue figlie fossero vendute come schiave al miglior offerente – non sarebbe mai accaduto alle sue sorelle; prima il Diavolo avrebbe dovuto detronizzare l’Altissimo, l’Inferno conquistare il Paradiso, oppure sarebbe accaduto quando il cuore di Erode fosse stato elevato agli altari.

La fede della figlia di Giacobbe di Nazaret era così grande, la sua fiducia nel Dio di suo padre era così innocente che non le entrava in cuore che il suo Signore potesse abbandonare la sua famiglia in balia dei tempi.

Allora, con grande serenità, con la serietà di una persona adulta, lei, Maria De Salomone, figlia di Giacobbe di Nazaret, prese a testimone il Dio di suo padre e, davanti a sua madre e a sua sorella Giovanna, giurò, invocando la Legge di Mosè contro se stessa se avesse infranto il suo voto, che lei, Maria De Salomone, non si sarebbe tolta il velo di lutto per la morte di suo padre finché non avesse visto sposate tutte le sue sorelle, e che non avrebbe firmato il proprio contratto di matrimonio finché non avesse visto sposato e con figli il suo fratellino Cleofa.

Anzi: non si sarebbe sposata finché non avesse visto i figli del suo fratellino Cleofa che saltellavano allegramente, tutti felici e contenti in quella stessa stanza dove ora il dolore regnava trionfante. Fino a quel giorno non si sarebbe tolta il velo di lutto per suo padre.

La vedova alzò lo sguardo verso l’infinito. Giovanna guardò sua sorella con lacrime di eternità negli occhi. Maria De Salomone continuò dicendo:

«In memoria di mio padre ti giuro, madre, che le mie sorelle non conosceranno alcun sposo. Quando usciranno dalla casa di mio padre, se ne andranno gioiose tra le braccia di quell’amore che hanno vissuto i loro genitori e di cui noi figlie abbiamo bevuto fino a saziarci. Nessuno comprerà le figlie di Giacobbe. Consola la tua anima, mia madre. Quel bambino che hai tra le braccia sceglierà tra le figlie di Eva la più bella. Che il Signore mi castighi se manco alla parola data: mi dia come sposo l’uomo più malvagio del mondo. Non spezzarti più il cuore, madre; non offendere il Cielo incolpando Nostro Signore della nostra sventura, affinché mio padre non debba chinare il capo davanti ad Abramo per l’offesa che recano le lacrime che non finiscono mai. Mio padre cammina tra gli angeli e ai piedi del suo Dio chiede clemenza per la sua casa. Diglielo tu, Juana».  

 

 

4.- ZIA ISABELLA A NAZARET

 

La notizia della morte di Giacobbe di Nazaret si abbatté sulla casa dei suoi suoceri e degli altri parenti di Gerusalemme con la forza di un ciclone senza occhio che distruggeva alla cieca case e raccolti. Cleofa e sua moglie, nonni di Maria da parte di madre, volevano correre subito a Nazareth.

La prudenza consigliava a Zaccaria e alla sua famiglia di mantenersi a distanza, di recarsi a Nazareth più tardi, di rimandare a un’occasione più propizia, per non destare sospetti alla corte del re Erode se fossero andati tutti insieme. Qualsiasi spia del re avrebbe potuto trovare strano che un personaggio del calibro del figlio di Abia si interessasse alla sorte di un semplice contadino della Galilea. E attirare l’attenzione del tiranno sulla casa della Figlia di Salomone era l’ultima cosa che Zaccaria potesse permettersi.

«Fai come vuoi, uomo di Dio», con queste parole Isabella chiuse la discussione con il marito sull’opportunità o meno di lasciare Gerusalemme in quel momento. «Fai come vuoi», gli ripeté Isabella, «ma questa figlia di Aronne ora va di corsa ad abbracciare la bambina del suo cuore».

Isabella, moglie di Zaccaria, futura madre di Giovanni Battista, sorella maggiore della madre di Anna e, di conseguenza, zia materna della Vedova, era, per queste coincidenze della Vita, zia nonna della Vergine.

Proprio come Zaccaria, suo marito, Isabella apparteneva alla casta di Aronne, tra i cui membri venivano scelti quelli del Sinedrio. Con questo non intendo dire altro se non che l’educazione della futura madre del Battista non corrispondeva a quella che di solito ricevevano le altre donne ebree. E se a ciò aggiungiamo il fatto che Isabella era stata predestinata fin dal grembo materno a diventare la moglie del padre del Battista, credo che da questa prospettiva della Provvidenza le porte del tempo si aprano a chiunque osi varcarle.

Ebbene, è proprio così: Isabella di Gerusalemme, prozia della Vergine, era la sorella maggiore della madre della vedova di Giacobbe di Nazaret.

E così avvenne; Isabella si recò di corsa a Nazaret in compagnia di Cleofa e di sua moglie, genitori di Anna, madre di Maria.

Cleofa, padre della Vedova, era quindi il cognato di Isabella.

Cleofa sposò la sorella minore di Isabella e insieme ebbero Anna, la loro nipote Anna, la loro stella dell’alba, la stella di quegli occhi che tanto piansero per l’impossibilità di non poter avere figli.

Quando Isabella, Cleofa e sua moglie arrivarono a Nazaret, il padre della Vergine giaceva già nella sua tomba. Gli abitanti di Nazaret, dal canto loro, erano tornati alla loro vita quotidiana.

L’arrivo dei suoi genitori e di sua zia Isabella risvegliò nuovamente negli occhi della Vedova quel fiume di lacrime che giaceva ormai addormentato come morto, e che eccezionalmente tornava a scorrere quando i visitatori si fermavano a consolarla. Non sapeva, non poteva, non voleva vivere senza suo marito.

Per la vedova di Giacobbe di Nazaret, la zia Isabella era quella persona che tutti i figli rimpiangono nei propri genitori. Ai genitori si rende onore, ma a quell’altra persona si confessa tutto. Era quindi logico che fosse proprio alla zia Isabel che la vedova rivelasse l’accaduto.

Come sempre, dopo i pasti.

El Cigüeñal, “il Nido della Cicogna”, la Casa di Abiud, figlio di Zorobabele, figlio di Salatiel, figlio di Salomone, re e padre biblico della famiglia della Vergine, era una tenuta dei tempi feudali persiani. Ad eccezione dei granai, l’intero edificio era in pietra lavorata; persino le stalle.

Dove oggi sorge il bunker dell’Annunciazione, ieri si ergeva una dimora a metà tra una tenuta e una fortezza.

Il salone principale dal Nido della Cicogna di Nazaret aveva le pareti adornate dagli stemmi più antichi e imponenti. Ce n’erano di tutti i periodi trascorsi dall’Impero di Nabucodonosor II a quello di Cesare I. Inoltre, contro una delle pareti del salone principale dal Nido della Cicogna, i muratori di allora avevano scavato un camino grande come una grotta. Davanti al fuoco di quel camino erano sedute Zia Isabella e sua nipote Anna. Cleofa e sua moglie avevano portato i nipoti a letto.

La Vedova si mise allora all’opera. Se le pareti potessero parlare, direbbero che la Vedova preparò in un attimo uno stufato tale da sfamare mezza Africa.

Zia Isabella trovava sempre il modo di placare quelle lacrime torrenziali; non a caso quella era la sua bambina. Beh, era la figlia della sua sorella minore, ma era come se fosse la figlia che lei non aveva mai avuto. Isabel voleva bene a sua nipote Ana più di quanto ne avrebbe voluto alla propria figlia. È un modo di dire. Ma quella storia di scoppiare a piangere, sprofondare in un silenzio eterno, poi scoppiare di nuovo, quella non era normale.

«Che ti succede, Anita?» le chiese Isabella preoccupata. «Perché hai aspettato che i tuoi genitori se ne andassero per scoppiare a piangere in questo modo? Ora siamo sole. Dai, dimmelo». Isabel cercò di capire cosa stesse succedendo a sua nipote.

La Vedova apriva le labbra. Le apriva, sì, ma non riusciva mai a formulare una frase completa.

«La mia Maria… Zia…»

«Che le è successo alla tua Maria, Anita?»

«Zia… io… la mia Maria…»

Non finiva mai. Con il carattere che aveva quella donna, era incredibile che avesse tanta pazienza con sua nipote.

«Quando ti sarai calmata, me lo racconterai, figlia mia».

Questo accadde molto tempo dopo.

L’orso imbalsamato che occupava l’angolo del salone principale dal Nido della Cicogna, se fosse stato vivo, si sarebbe già disperato. Sopra il caminetto, una testa di leone originaria dell’Assiria sbadigliava in attesa.

Isabella continuava a guardare il fuoco quando la Vedova riuscì a terminare il racconto sul voto della figlia maggiore.

«Ripetimi quella storia, Anita», le chiese Isabella, assorta e meravigliata.

«Vedi, Zia? Lo sapevo che non ci avresti creduto», e la Vedova ricominciò da capo.

All’alba, finalmente la madre del Battista era al corrente dell’evento che avrebbe cambiato il corso della Storia dell’Universo.

«Sì, Zia, la mia Maria non si toglierà il velo di lutto per suo padre finché non vedrà il mio bambino di pochi mesi sposato e ben sposato. Che cosa ho fatto, mio Dio? E tu sai bene com’è la mia Maria; se fosse un uomo, la sua parola sarebbe l’ultima cosa che infrangerebbe».

Quanto bene conosceva la Vedova la sua figlia maggiore!

 

 

5.- LA CASA DI GIUSEPPE IL FALEGNAME  

 

Addentriamoci ora un po’ nella storia di Giuseppe, futuro sposo della Madre di Gesù.

La corporazione dei falegnami di Betlemme conobbe un forte slancio economico in seguito alla nascita di Giuseppe. Questo non è il luogo adatto per entrare nei dettagli intimi della vita dei genitori di Giuseppe il Falegname. A tempo debito apriremo la porta come chi scosta un velo e vedremo faccia a faccia la verità di quell’intimità che per ora, e fino ad allora, lascerò in sospeso. Il motivo di questa scelta sarà chiaro più avanti. Per superare questo momento di transizione, diciamo che un’incursione troppo profonda nella vita dei genitori di Giuseppe il falegname interromperebbe il ritmo di questo racconto. Quindi andiamo avanti.

Elí, padre di José, mise al mondo molti figli, maschi e femmine. L’uomo si trovava nel pieno della sua gioia quando un giorno anche le sue forze lo abbandonarono, e morì.

Elí morì come muoiono tutte le cose, di stanchezza. Soprattutto a quei tempi la causa della morte degli uomini era proprio quella: il lavoro. Morivano sfiniti. C’erano le tasse, le decime, gli interessi. I lavoratori riuscivano a malapena ad arrivare sani ai quarant’anni; a cinquant’anni erano già mezzi morti. A sessant’anni erano già morti. Solo i ricchi e i tiranni arrivavano sani e salvi ai settanta. Chi arrivava agli ottanta o era un santo o era un mostro. Eli, padre di Giuseppe, non era né l’uno né l’altro. Solo un altro lavoratore che vendeva a caro prezzo la vita dei propri figli in cambio di assi e chiodi. Così, quando morì, il Cielo portò nella sua gloria un altro dei buoni.

Come vediamo, la Morte stava seguendo le orme dei suoi nemici. Non avendo nessuno che brandisse la spada contro di loro, la Morte stessa si scagliava direttamente contro le due casate messianiche. Invisibile, silenziosa, colpiva con l’unica arma a sua disposizione: le forbici delle Parche. Cieca, la Morte scriveva pagine nere nelle famiglie dei suoi nemici. Ma dalla luce di colui che governa il destino dell’universo, Dio lasciava che il Serpente agisse a suo piacimento.

Ma lasciamo da parte le cronache dell’Inferno e della sua sconfitta. Torniamo con i piedi per terra. Per ricordare rovine e miserie c’è sempre tempo.

Dopo la morte di Eli, figlio di Matat di Betlemme, il diritto di primogenitura rese Giuseppe padre per i suoi fratelli e le sue sorelle. Questo diritto non comportava il dovere di rimanere celibe fino a quando l’ultimo membro della sua famiglia non avesse formato una propria famiglia. Infatti, il matrimonio con la Figlia di Salomone – Maria era allora la sua promessa sposa – si avvicinava con il passare degli anni. Giuseppe doveva avere circa vent’anni quando suo padre partì per il Paradiso dei giusti. Maria ne aveva probabilmente un po’ meno.

Fu in quel periodo che morì il padre di Maria. E fu così che i due uomini che si erano giurati di far sposare i propri figli scomparvero improvvisamente di scena. Per tutta la vita avevano sognato di vederli sposati, e da un giorno all’altro una svolta del destino strappò loro quel sogno dagli occhi.

Che ne sarebbe stato, da quel momento in poi, del futuro di quel giuramento che Giacobbe di Nazaret ed Eli di Betlemme avevano fatto davanti a Zaccaria, figlio di Abia, sacerdote?

Scomparsi entrambi, morti coloro che si erano impegnati a unire in matrimonio Giuseppe e Maria quando l’età lo avesse richiesto, Maria e Giuseppe erano liberi di andare avanti e di fare proprio o meno il giuramento dei loro padri. Cosa avrebbero fatto? Come costringere Giuseppe a rimanere celibe fino a quando l’ultimo dei figli di Giacobbe di Nazaret non si fosse sposato?

«Figlio mio, sii saggio davanti a Dio e ai suoi servi. Nessuna ricompensa soddisfa la condizione dell’essere umano con maggiore pienezza che adeguare i nostri passi alla sua saggezza. Non siamo nulla, non siamo nessuno quando si tratta di soppesare la scelta tra assecondare i nostri desideri o quelli del nostro Signore Dio. Riponi la tua completa fiducia nella Sua Onniscienza, affida la tua fede al Suo braccio onnipotente, che non manca mai il bersaglio né sbaglia il colpo. Tu conosci la Sua volontà; non voltargli le spalle. Io me ne vado, ma Lui rimane e resta con te. Egli ti guiderà verso la vittoria delle nostre Casate. Il suo angelo scriverà nel suo Libro: «Disse Dio, e così fu», Giuseppe è cresciuto con consigli di questa natura.  

 

6. LA SIGNORA ISABELLA

 

Dopo la morte di Giacobbe di Nazaret, padre di Maria, la vedova si riprese. Con il sostegno di zia Isabella, la Casa della Vergine di Nazaret superò la tempesta che, nel suo dolore, la vedova aveva immaginato durante il funerale del marito.

La signora Isabel, appartenente alla classe aristocratica di Gerusalemme, esperta nel mondo degli affari e delle leggi ebraiche, si fece carico di tutto, smosse mari e monti e non lasciò Nazareth finché tutto non fu così saldamente ristabilito che era come se Giacobbe non se ne fosse mai andato.

Astuta come solo lei sapeva essere, con mezzi economici sufficienti per frenare i fratelli di Giacobbe che avrebbero potuto proporre alla Vedova di acquistare le sue terre, Zia Isabella conservò per la figlia di Salomone, sua nipote di secondo grado, fino all’ultimo acro.

Grazie a Zia Isabella, la Vedova non vendette nemmeno un fico. Zia Isabella era lì per assumere gli uomini quando arrivava il momento del raccolto, per firmare i contratti, per pagare gli uomini, per incassare i proventi delle vendite e, cosa più importante, per prendere sotto la sua ala la nipote Giovanna e insegnarle dalla A alla Z l’ABC degli affari.

Accadde così che Giovanna, la secondogenita dopo Maria, accompagnò la sorella maggiore al Voto. Ma Giovanna, a differenza di Maria, che era un’artista del cucito, ereditò il carattere risoluto del defunto padre; non si stancava né di imparare da sua zia Isabella come gestire gli uomini né di farsi strada nel mondo dei contratti; né si stancava di lavorare nei campi alla guida dei braccianti che lavoravano per la sua tenuta. Molti scommettevano che, non appena la signora Isabel se ne fosse andata, la ragazza sarebbe crollata e, prima o poi, la vedova avrebbe dovuto vendere.

«Figlia mia, non dar loro retta», consigliava la zia Isabella alla sua pronipote Giovanna. «Gli uomini ci guardano come se la Saggezza non fosse nostra sorella. Poiché la prendono in moglie, credono che la Saggezza ci volti le spalle. Giovanna, tu, non dar loro retta. E se il sole dovesse picchiare forte e il raccolto fosse scarso, te lo comprerò tutto al prezzo di un raccolto d’oro. È molto semplice, figlia mia. Mantieni sempre una sola parola; se hai concordato di più per qualcosa che poi si è rivelato valere meno, mantieni la tua parola; hai detto tanto, tanto paghi. Lo stesso vale quando saranno loro a sbagliare con te. Hai concordato tanto, tanto incassi…»

Col tempo, la più piccola delle Vergini di Nazaret imparò a parlare con gli uomini che lei stessa assumeva come se fosse un’adulta. Mai le terre del clan dei figli di Davide di Nazaret furono così fertili come in quegli anni dopo le grandi siccità.

Né i signorotti Dal nido della Cicogna, la grande dimora sulla collina, erano mai stati vestiti meglio.

La signora Isabella, come ogni figlia di Aronne, era una maestra nell’arte di tessere mantelli senza cuciture. Era il mantello dei membri del Sinedrio. Moglie di un membro di spicco del Sinedrio, Isabella poteva assicurare alla sua pronipote Maria che il suo laboratorio di cucito sarebbe stato il più redditizio dell’intero regno.

- Ma Zia, le disse Maria, non posso abbandonare la casa di mia madre.

- Figlia mia, non parlarne nemmeno, le rispose Zia Isabella.

Il fatto che, pur essendo la zia nonna, la chiamassero Zia era dovuto al carattere di Isabella stessa. Chiamarla «nonnina» la faceva sentire vecchia.

E così, tra le sue pronipoti Giovanna e Maria, il tempo trascorse per la signora Isabella. Se alla sua Giovanna la signora aveva insegnato tutti i segreti degli affari e, a suo nome, aveva assunto un caposquadra che la aiutasse in tutto, e le aveva inculcato in testa che da Gerusalemme avrebbe seguito le sue mosse giorno per giorno, e per Dio che sarebbe andata in paradiso prima di vedere abbattersi sulle sue nipoti un’altra disgrazia; se alla sua pronipote Giovanna affidò la gestione dei campi, alla sua “nipote” Maria la fece sedere al suo fianco, e non la allontanò dal suo fianco finché la pronipote non imparò dalle mani di un’esperta in lavori sacri i segreti più reconditi del taglio e della confezione di un abito senza cuciture. La Ragazzina, che era di per sé un’artista, poiché aveva imparato il mestiere da sua madre, quando si congedò dalla «nonnina» non solo aveva ereditato uno dei misteri più gelosamente custoditi dalle figlie di Aronne, ma aprì anche il proprio laboratorio di sartoria a Nazaret.

Dal laboratorio di taglio e confezione della Vergine di Nazaret partirono per Gerusalemme alcuni dei mantelli senza cuciture, orgoglio della casta dei principi della Città Santa. Mantelli per i quali si pagava in oro sonante. Se ne possedeva solo uno, ed era per tutta la vita.

«Ma zia, dove troverò i soldi per le sete e per i fili d’oro?», le chiese una volta Lei.

«Non ti preoccupare per una nuvola, figlia mia», le rispose la signora Isabella. «Quando ti affiderò l’incarico, ti manderò delle sete perché tu possa vestire tutte le tue sorelle, e un sacco di fili perché tu possa fare a tuo fratello una treccia con capelli d’argento. Se il Signore non mi ha dato figli, sarà per un motivo. Cosa credono gli uomini? Per il figlio di Natan, tutto». Figlia mia, hanno regalato al tuo Giuseppe un puledro iberico che persino un generale romano vorrebbe per sé. Con lui, con il tuo Giuseppe, abbassano la guardia e già il tuo Sposo sembra un principe tra i mendicanti. Chi mi impedirà di regalare alla figlia di Salomone la Luna e le stelle avvolte in sete e legate con fili d’oro?

E così fu. In effetti, il modo in cui le figlie di Giacobbe di Nazaret vennero vestite suscitò l’ammirazione di tutti i membri del clan di Davide della Galilea. Al momento di darle in sposa, si può già intuire quale fosse la dote che la Vedova desiderava per Ester e Rut, le gemelle.

- «Dote? Chi ha parlato qui di denaro? Tu lo ami, figlia mia?» – era la risposta della Vedova ai pretendenti delle sue figlie.

Si sbagliavano, eccome se si sbagliavano. Comprare una figlia dalla Vedova?

Impossibile.

Il miglior partito di tutta la regione?

Nessuno.

I campi della Figlia di Giacobbe producevano il cento per cento. Dall’officina della Vergine di Nazaret uscivano gli abiti più belli, più eleganti e più economici della regione. E il ragazzo di casa? A Cleofa, il beniamino della famiglia, mancava solo la corona per mettere i figli di Erode alla pari dei malviventi. Pertanto, chiunque volesse sposare le sue figlie non si presentasse alla Vedova di Giacobbe parlando di denaro. Era il loro cuore che dovevano mettere sul tavolo, spalancato, aperto come una luna piena, nudo come il sole di un quaranta di maggio. E poi che fosse come il Cielo volesse.

 

7.- LA SIGNORA MARIA

 

Alla morte dei nonni, Cleofa e sua moglie, Maria di Salomone ereditò la casa della madre nella Città Santa. Parliamo della casa dell’erede di un dottore della Legge che ebbe come padrino di carriera burocratica il capo del gruppo di influenza più potente nella nascente corte del re Erode. Stiamo parlando di una casa signorile. Stiamo parlando di una Signora, la Signora Maria di Nazaret, figlia di Anna, figlia di Cleofa, cognato di Zaccaria, figlio di Abia – Abtalione secondo la storiografia ufficiale. Stiamo parlando quindi di una Maria, membro legittimo dell’aristocrazia sacerdotale ebraica da parte di madre. (In questa prima parte della Storia non entreremo nella vita della casa di Cleofa, padre della madre della Vergine. Nella seconda parte ci addentreremo nell’argomento, chiederemo il permesso e vedremo con gli occhi dello spirito cosa intendo quando dico che Cleofa, padre della Vedova, apparteneva al gruppo aristocratico ebraico che, pur non essendo erodiano, era il più influente presso la corte del re Erode. Per ora basti la fiducia nel momento di articolare sulla roccia della nostra fede i pilastri su cui poggia l’edificio di questa Storia).

Senza andare oltre, vediamo il Signore Gesù nel prologo dell’Ultima Cena mentre manda un suo discepolo ad annunciare a uno dei suoi servi il suo arrivo. L’uomo non oppone resistenza; e non oppone resistenza perché conosce il messaggero e sa chi è il «signore» che lo sta esortando a preparare tutto per l’Ultima Cena.

La leggenda di Gesù il falegname, diciamolo chiaramente, ha avuto origine nella mentalità degli antichi piccoli centri. Il titolo locale del padre passava al figlio. Il padre era falegname, il figlio sarà il Falegname per tutta la vita, anche se dovesse arrivare ad avere più fanegas di terra di un marchese; suo padre era il falegname e suo figlio sarà il figlio del falegname fino alla morte.

È vero, continuiamo a dire tutto, che Giuseppe arrivò a Nazaret seguendo la rotta dei nomadi. L’uomo si stabilì nel paese, affittò dalla Vedova un pezzo di terreno per piantare la tenda. Allestì la bottega. A Giuseppe finì per piacere l’ambiente – così diceva lui in pubblico – e finì per innamorarsi dell’ereditiera della Vedova. A quel tempo la Vergine era proprietaria di fichi, vigneti, uliveti, terreni fertili, bestiame, ed era inoltre titolare di un laboratorio di sartoria e cucito in pieno boom grazie all’ondata nazionalista.

Fino ad allora gli abiti tradizionali dovevano essere commissionati in qualche laboratorio della Giudea. Le donne ebree, soprattutto quelle di Gerusalemme, avevano custodito gelosamente il segreto della confezione degli abiti da sposa e dei vestiti per le feste nazionali. Fu allora che la Vergine di Nazaret aprì il proprio laboratorio di sartoria e cucito.

In tali circostanze, l’apertura del laboratorio della Vergine di Nazaret, a dire il vero, ebbe subito successo. Grazie ai legami di parentela che la sua famiglia intratteneva in tutta la Galilea, la pubblicità necessaria, senza che Lei dovesse aspettare che le cose andassero da sé, si diffuse a macchia d’olio. Bastava solo osservare come si vestivano i suoi parenti. Poi c’era il prezzo: la Vergine di Nazaret era una santa; se non avevi soldi, potevi pagarla quando le cose ti avessero sorriso. Ti adattava il prezzo alla tua situazione e non mandava mai l’uomo in frac a reclamarti i soldi. Una vera santa. Naturalmente, quando fu annunciato il suo matrimonio con il Falegname, tutti rimasero a bocca aperta.

La Vergine si sposa!?

La verità è che Giuseppe e Maria prima aspettarono che Cleofa si sposasse.

Il più giovane della famiglia sposò Maria di Canaan, anch’essa appartenente al clan di Davide. Un anno dopo, Cleofa e Maria di Canaan diedero alla luce Giacomo. (Questo Giacomo sarebbe diventato il primo vescovo di Gerusalemme. La Storia lo conosce come Giacomo il Giusto, fratello del Signore, uno di loro, e che in seguito fu assassinato dai suoi stessi fratelli di stirpe. Il destino dei fratelli di Gesù fa parte della storia del cristianesimo. Un viaggio nei ricordi dell’affascinante avventura dei primi cristiani, mi dispiace dirlo, va oltre la portata di questo racconto. Il fatto è che la sorte dei fratelli di Gesù fu segnata nella Notte della Strage degli Innocenti. Non furono forse schiacciati i nipoti di Giuseppe sotto i piedi della Fortuna? La Bestia perseguitava il Bambino e, nell’impotenza di trovarlo, riversò fuoco dagli occhi contro tutti i suoi familiari. Quanti nipoti uccisero a Giuseppe in una sola notte? Quanti figli di Cleofa furono portati via? Come detto, in futuro, se Dio vorrà, approfondiremo la tragedia dei famosi fratelli di Gesù, figli di Cleofa e di Maria di Cleofa. Ebbene, l’anno successivo alla nascita di Giacomo il Giusto, Cleofa e Maria di Canaan – Maria di Cleofa nel Nuovo Testamento – diedero alla luce Giuseppe. E continuarono a dare alla luce cugini e cugine di Gesù.

 

8.- IL NOMADE

 

Tra tutti i bambini di Nazaret, a nessuno come a Cleofa piacque così tanto Giuseppe. Ma fin dal primo giorno in cui Giuseppe arrivò a Nazaret. Non è una bugia che Giuseppe fece il suo ingresso a Nazaret in modo spettacolare. Il suo cavallo iberico nero come la notte e i suoi tre cani assiri cacciatori di leoni che rompevano magnificamente la monotonia. Poi c’era il cavaliere: un gigante in sella al suo Bucefalo, figlio di Pegaso, il cavallo dei superangeli; i capelli né lunghi né corti, alla cintura la stessa spada di Golia.

E lo straniero diceva di essere un nomade in cerca di avventure per le province del regno.

I nazareni lo guardavano e non riuscivano a crederci. Un nomade come tanti altri, all’avventura per quelle vie di Dio in sella a un puledro di quella razza, bello come il cavallo di un arcangelo in piena battaglia, scortato da tre belve, belle come cherubini e temibili come draghi?

Quel gigante era un puro mistero. I suoi tratti psicologici e fisici non coincidevano con l’immagine popolare del nomade senza patria, sempre ubriaco, sempre litigioso, piuttosto magro, con le labbra rosse da bevitore, il cervello bruciato dal sole e dal freddo. No, signore, quel nomade non era uno come gli altri. I nomadi viaggiavano a dorso d’asino, nel migliore dei casi su vecchie giumente, con cimici, pulci e cani randagi a fargli compagnia. No, signore, quel Giuseppe era un vero e proprio mistero.

Con o senza segreti, il fatto è che Cleofà, il fratellino della Vergine, si affezionò così tanto a quel nomade nato a Betlemme che finì per vivere più nella tenda del Falegname che a casa sua.

Ma so che ciò che quel ragazzo desiderava più di ogni altra cosa era realizzare il suo sogno di salire sul cavallo di José e trottare per le colline sollevando polvere di stelle negli occhi della sua principessa azzurra. Cose da ragazzi!

Ed è proprio questo che è successo. È successo proprio questo. Tutte le sorelle di Cleofà si erano sposate. Tranne le sue due sorelle maggiori, Maria e Giovanna, che erano rimaste vergini dalla morte del padre. È la verità, tutte le sue sorelle si erano già sposate, avevano messo su famiglia e avevano i propri figli. Lui, Cleofà, era l’unico tra i figli di Giacobbe di Nazaret a vivere ancora nella casa di sua madre.

Visto dall’esterno, per chi non lo conosceva, Cleofa era il signorino del paese, il figlio viziato delle sue sorelle vergini. Mentre tutti i ragazzi si dedicavano ai lavori nei campi, il signorino Cleofa viveva come un principe senza sapere cosa fossero la falce e la falcetta. Quindi, se trascorreva la giornata nella falegnameria di Giuseppe, non era perché avesse bisogno di guadagnarsi da vivere. Niente affatto. Se aveva deciso di diventare suo apprendista, non era perché il fratello della Vergine dovesse imparare un mestiere. Ciò che davvero affliggeva Cleofa era salire di rango agli occhi del Falegname, guadagnarsi la sua fiducia e ricevere il permesso di fare il grande salto, salire in groppa a quel cavallo iberico e concedersi il piacere di vedere il mondo in sella a quella creatura magica.

E così fu. Alla fine Cleofáapassò da chierichetto a frate, e già percorreva il mondo di festa in festa in sella al meraviglioso cavallo del suo capo. Ai vicini del paese dava fastidio che il Falegname desse così tanta libertà al ragazzo. Un cavallo del genere non si prestava a questo, e men che meno, per così dire, a un ragazzino.

La risposta di Guiseppe ai sospetti dei suoi nuovi vicini fu quella di prestare al suo apprendista, oltre al cavallo, due dei «suoi cuccioli». Ogni volta che mandava il suo aiutante e apprendista falegname in un villaggio vicino, José gli dava come compagni di viaggio un paio dei suoi cuccioli, due cani in via di estinzione che un tempo gli erano stati regalati dai suoi padrini babilonesi.

Cleofa iniziò portando un incarico al villaggio vicino, a cavallo naturalmente. E finì per considerare il cavallo del suo padrone come proprio quando, in occasione di qualche festa locale, una festa della vendemmia, per esempio, le sue sorelle sposate richiedevano la sua presenza. Fu così che Cleofas conobbe Maria di Canaan, la futura madre dei suoi figli, i famosi fratelli di Gesù.

Cleofa e sua moglie si conobbero, si sposarono, si stabilirono nella casa della Figlia di Giacobbe e ebbero i loro figli.

Diciamolo chiaramente: la «Falegnameria del Nomade» non era una multinazionale del mobile né aspirava a diventare leader del settore, ma per Cleofa Giuseppe era il migliore. Innamorato e padre dei suoi bambini, la bottega del suo capo era tutto ciò che aveva, e Cleofa era disposto a darsi da fare fino allo sfinimento pur di non vederla fallire. Del resto, il suo capo era un uomo strano. Non era mai a corto di soldi. Che vendesse o meno, ci guadagnava sempre. E non lo assillava nemmeno con i suoi problemi. Mai. In realtà, l’unico problema che Guiseppe aveva era quello di non avere una moglie. Non si sapeva nemmeno di nessun pretendente. Non per mancanza di donne. No. Era lui, Guiseppe. Non aveva una moglie perché Dio non gliel’aveva ancora data. E Guiseppe lo diceva con il mistero di chi ha un segreto inconfessabile.

-Dio provvederà, fratello, Dio provvederà…, rispondeva Guiseppe al ragazzo.

Poco dopo la nascita di suo nipote Giuseppe, il secondo tra i figli di Cleofa, la Vergine chiuse il lutto per la morte di suo padre.

La Vergine aveva vinto. Aveva fatto un voto e lo aveva mantenuto. Ora era libera di sposarsi; e sposandosi avrebbe adempiuto al giuramento che suo padre aveva fatto al Signore e che non era riuscito a mantenere perché la Morte gli si era traversata sulla strada.

Davanti a testimoni sacri, Giacobbe di Nazaret giurò un tempo, sulla culla della sua primogenita Maria, legittima erede del re Salomone; giurò sulla propria vita che avrebbe dato in sposa sua figlia solo al figlio di Eli, figlio di Resa, figlio di Zorobabele, figlio di Natan, profeta, figlio di Davide, re.

Poco dopo la nascita del secondo figlio di Cleofa, Giuseppe il falegname chiese alla vedova la mano della Vergine Maria. La vedova accettò la richiesta e, poco dopo, furono firmati i documenti del contratto di matrimonio tra Maria, figlia di Giacobbe, figlia di Matán, figlia di Abiud, figlia di Zorobabele, figlia di Salomone, figlia di Davide, re, e Giuseppe, figlio di Eli, figlio di Resa, figlio di Zorobabele, figlio di Natan, figlio di Davide, profeta.

La notizia del matrimonio tra Giuseppe il falegname e Maria la Vergine fece scalpore a Nazaret.

-La Vergine si sposa.

-Con il falegname? Lo sapevo.

La sposa era una partita eccezionale. Padrona della casa sulla collina, proprietaria dei migliori terreni della zona, fondatrice della bottega di sartoria e cucito di Nazaret che vendeva gli abiti da sposa più belli, eleganti ed economici della regione.

Chi era lo sposo? Un signor Nessuno di Betlemme, un nomade in cerca di avventure che aveva trovato ciò che cercava. Chi avrebbe mai pensato che proprio dove tanti ottimi partiti avevano fallito avrebbe trionfato uno straniero senza una causa!

Quindi, se da parte di madre il nostro Gesù era l’erede di Cleofa di Gerusalemme, dottore della Legge, suo nonno, e da parte di madre gli appartenevano anche tutte le proprietà di suo nonno Giacobbe di Nazaret, stiamo parlando allora di un giovane ricco di nome Gesù di Nazaret. O forse credete che chi chiese al giovane ricco di lasciare tutto e seguirlo non abbia compiuto Lui stesso quell’atto di rinuncia e di abbandono di tutti i suoi beni?

Figlio dei suoi genitori, durante il suo mandato il nostro Gesù portò l’economia della sua famiglia al massimo splendore di agiatezza e prosperità. Durante i giorni in cui fu a capo della Casa di sua Madre, le cantine si riempirono di vini eccellenti, i magazzini traboccavano di grano, olio, olive da tavola, fichi, melograni, latte, carne e pesce che gli venivano portati dal Mare di Galilea a casa sua, quando il nostro Gesù non andava a prenderlo personalmente. I vini dei vigneti di Gesù di Nazaret venivano venduti in tutta la Galilea; pochi ma eccellenti, i migliori. Ti rallegravano e non ti rendevano mai violento; il giorno dopo ci si svegliava con la mente lucida e il cuore gioioso. «Vino di Gesù di Nazaret, vino di Bacco», dicevano i romani della guarnigione di Seforis, a due ore di distanza.

Anche i nonni materni di sua Madre, Isabella e Zaccaria, gli avevano lasciato in eredità delle proprietà alla periferia di Gerusalemme.

L’erede legittimo di Zaccaria e Isabella era Giovanni, come tutti sanno. Prima della nascita di Giovanni Battista, poiché non si aspettavano più di avere un figlio, Isabella e Zaccaria lasciarono in eredità tutto ciò che possedevano alla madre di Maria. Questo testamento non fu mai revocato a causa della morte violenta di Zaccaria e della scomparsa di Isabella e Giovanni nelle grotte del Mar Morto.

Così, nella Gerusalemme del denaro, il giovane di Nazaret era conosciuto come si conosce un mistero. In realtà, nessuno sapeva chi fosse. L’unica cosa su cui tutti sembravano concordare era che si trattasse di Gesù di Nazaret, figlio della signora Maria, un giovane dotato di una prudenza e di una saggezza superiori a quelle che ci si aspetterebbe da un uomo della sua età. Gestiva il denaro, ma non era interessato al potere. Era abituato a comandare e a farsi servire, eppure era ancora celibe. Era colto, parlava le lingue dell’impero; credete forse che gli abbiano messo a disposizione un interprete per parlare con Pilato? Sapeva scrivere, aveva un talento per gli affari. Sua Madre era il punto debole del Giovane Nazareno. Ma a chi non si perdona questo?

  

9.-MATRIMONIO E NASCITA DEL BAMBINO

 

Maria e Giuseppe si fidanzarono. La regola generale era che il padre dello sposo andasse a parlare con i genitori della sposa del desiderio del figlio di sposarla. Si discuteva della dote e si concludeva l’accordo. Nel caso di Giuseppe fu lo stesso Giuseppe a parlare con la madre della sposa e a chiederle la figlia in moglie. La madre della sposa accettò e firmarono il contratto di matrimonio.

A quei tempi la tradizione imponeva un anno di fidanzamento dalla firma del contratto fino al giorno delle nozze. Dopo un anno avrebbero potuto sposarsi. Durante l’anno di fidanzamento, tuttavia, i fidanzati erano vincolati alla legge sull’adulterio. Era la norma, ma in nessun caso una legge sacra. Mosè non aveva dato alcun precetto relativo al divieto di sposarsi immediatamente dopo la firma del contratto matrimoniale. Erano stati gli stessi ebrei a imporsi quell’anno di attesa.

Non si sa se incolpassero Dio di essere stato troppo indulgente, il fatto è che, non contenti della montagna di leggi che Egli aveva loro dettato, si caricarono sulle spalle un’altra montagna di prescrizioni, leggi, tradizioni, comandi, norme canoniche e chissà quanti altri obblighi. Quindi, non essendo una vera e propria Legge, nessuno si spaventava se capitava di dover accelerare le pratiche a causa della debolezza della carne. Il bambino nasceva a sette mesi. Ma va bene, non è nemmeno il caso di fare uno scandalo. Un matrimonio come si deve non rimedia forse al peccato? Certo che sì.

Il rovescio della medaglia era che, pur non essendo una legge, la debolezza della carne poteva costare la vita se il peccato non era stato commesso dallo sposo. In questo caso, tutto il peso della legge sull’adulterio ricadeva sulla sposa. Giudicata adultera, pagava la sua debolezza con la pena di morte, generalmente per lapidazione.

Per molte altre ragioni un contratto matrimoniale poteva essere sciolto. Non era comune, ma capitava. Incompatibilità di caratteri, per esempio. Si restituivano i soldi e ognuno se ne andava per la propria strada.

Nel caso più comune, una gravidanza durante l’anno di attesa, non si arrivava nemmeno alle maniere forti. Sono giovani, ma ben venga il nipotino. Che colpa ne hanno i ragazzi! Banchetto di nozze, festa in grande stile, chi se ne importa, il bambino è nato a sette mesi. E allora? Gloria a Dio. Ben è finito ciò che ben è iniziato, è questo che conta.

Il caso della Vergine era di natura diversa. Un giorno – confessò Lei agli Apostoli – le apparve l’angelo di Dio e il giorno dopo era già in stato di grazia. Gli Apostoli lo raccontarono ai loro successori, questi ai propri, e così la Confessione della Vergine continua a tramandarsi di bocca in bocca.

«Concepire per opera e grazia dello Spirito Santo» si dice molto in fretta.

«Sono incinta per opera e grazia dello Spirito Santo!», dovette confessare la Vergine a se stessa uno di quei giorni.

Nessuno crederà che la Vergine sia corsa via tutta felice gridando a tutti la storia dell’Annunciazione. Non è una cosa che accadeva tutti i giorni. Infatti, in tutta la storia dell’umanità non si era mai verificato un fenomeno simile. Il caso più simile a un concepimento soprannaturale di natura umana che ci raccontano i Vangeli lo troviamo nel mondo delle mitologie.

Basti pensare che la stessa madre di Alessandro Magno confessò in giro di aver avuto suo figlio da uno degli dei del mondo classico a cui lei apparteneva. Che fosse per rispetto verso sua madre o per orgoglio, suo figlio mantenne la sua origine semidivina. A quanto mi ricordo, è il caso più simile a quello che la Vergine ha portato alla ribalta nel corso dei secoli.

Beh, perché no? Il Dio degli ebrei aveva compiuto molte opere straordinarie dai tempi di Mosè fino a quei giorni. Le Sue Scritture parlavano del concepimento di un Bambino nato da una Vergine. Come esempio di fantasia portata al suo massimo livello di immaginazione e genio, il fatto che il Dio che aveva creato i Cieli e la Terra potesse compiere un'opera di tale natura era all'altezza della concezione che i figli di Adamo ed Eva si erano fatti della Sua Natura. Perché mai Qualcuno dotato degli attributi attribuiti al Dio di Mosè – onnipotenza, onniscienza – non avrebbe potuto mettere in scena un evento così incredibile?

Ora, Maria, corri a spiegarlo a qualcuno. Corri, cerca tuo marito e digli che sei la Vergine che avrebbe concepito un Figlio «nato per portare sulle spalle il mantello della Sovranità, per essere chiamato Principe meraviglioso, Dio forte, Padre eterno».

Santo cielo, che fortuna!

E ora siediti ad aspettare e confida che tuo marito ti dica «Alleluia, Amen, Alleluia», che salti di gioia, ti sollevi tra le braccia e ti ricopra di baci.

Non ne hai ancora abbastanza? Beh, allora vai a raccontarlo alla tua cara sorella, e pensa che tua sorella Giovanna ti ama più del fiume Giordano, più del Mare dei Miracoli, più dei Monti di Giuda. Dai, Maria, vai, corri a dirglielo.

Lo dico perché – a prescindere dall’opinione di tutti – passarono le settimane e accadde ciò che doveva accadere. La Vergine cominciò ad avere strani capogiri; le veniva e le andava. Sarà stata l’emozione? Sarà stato il caldo? No, donna, erano i sintomi tipici delle donne incinte.

Da qualsiasi altra donna al mondo le vicine avrebbero potuto aspettarsi che un uomo solido come una roccia, come Giuseppe il falegname, avesse conquistato la fortezza della virtù della fidanzata prima del matrimonio. Da qualsiasi altra donna, certo che sì, ma dalla Vergine Maria? Alle vicine non passava nemmeno per la testa.

Che lo capissero o meno, dovettero arrendersi all’evidenza.

«Che il Signore ve lo dia sano, figlioli», con queste parole e altre simili i vicini si congratularono con lo sposo, un Giuseppe che non capiva a cosa si riferisse l’allusione. La verità è che non ci arrivava. L’uomo pensava che gli stessero anticipando le benedizioni.

«Che sia un maschio, e che il Signore ve lo conceda sano, signor Giuseppe», continuavano a stuzzicarlo le vicine. Il signor Guiseppeé non capiva.

È la verità: poche settimane dopo l’Annunciazione la sposa iniziò a mostrare i classici sintomi delle future mamme. Vertigini improvvise, vampate di calore senza motivo. Trattandosi di qualcosa che non si può controllare, la Vergine non poté fare a meno di essere colta di sorpresa. Tuttavia, l’ultima cosa che poteva fare era chiudersi in casa, nascondersi. Doveva andare avanti con la sua vita; continuare a vivere come al solito era il modo migliore per non confermare né smentire le voci delle vicine. Almeno finché non si fosse decisa a raccontare la verità a sua madre.

Anche la madre della Vergine ci mise un po’ a capire la situazione. Fu, a parte Giuseppe, l’ultima persona a venire a conoscenza della voce che cominciava a scandalizzare le vicine.

Agli occhi della Vedova, l’immacolata castità di sua figlia continuava a essere inaccessibile alle passioni umane proprio come lo era prima del fidanzamento. Fatta eccezione per l’accesso più libero del fidanzato alla casa della fidanzata, e per il fatto che tale libertà fosse condizionata alla necessaria presenza di un familiare della fidanzata tra lei e il fidanzato, sua figlia Maria aveva continuato a vivere la sua vita esattamente come prima, quella vita che aveva valso alla Vergine di Nazaret la sua fama da un capo all’altro della Galilea. Come sospettare allora qualcosa di male di sua figlia!

«Che il Signore ti dia il nipotino più bello del mondo», le dicevano le vicine alla Vedova.

«La tua Maria se lo merita tutto; speriamo che il bambino assomigli al nonno Giacobbe, che riposi in gloria», e, nel caso in cui la Vedova non se ne fosse accorta, continuavano a stuzzicarla.

La Vedova era di Gerusalemme, era cresciuta in un altro ambiente. Ma non era sciocca. Se non si fosse trattato di sua figlia, la Vedova avrebbe scommesso un occhio del proprio viso che quella Vergine era incinta da tante e tante settimane. Il problema era che non le entrava in testa l’idea che la sua Maria potesse essere incinta.

La fede e la fiducia che la Vedova riponeva nella figlia maggiore erano così grandi da accecarla. Grazie a Dio, alla Vedova cadde la benda dagli occhi prima che a Giuseppe. Alla fine, la Vedova dovette ammetterlo, anche se sua figlia non lo confermava né lo negava.

«Che ti succede, figlia mia?», le chiedeva.

«Niente. È il caldo, mamma», le rispondeva la figlia.

Il dilemma della vedova iniziò quando le vicine cominciarono a parlare di cose gravi, come l’adulterio, per esempio. Non glielo dissero in faccia, ma tra donne e vicine, si sa, le parole non mancano mai. Così la vedova cominciò a spaventarsi.

«La mia María è in stato di grazia. Com’è possibile?», finì per confessare la Vedova.

E la sua adorata figlia non confermò né smentì. Disperata per il silenzio della figlia, andò a cercare il genero, affinché le rispondesse a questa semplice domanda: bisognava anticipare la data del matrimonio?

E così fece: la Vedova andò a cercare «suo figlio» Guiseppe. Portare Guiseppe al nocciolo della questione le sarebbe costato un bel po’. Poiché non sapeva in quale situazione si trovasse né quale fosse il suo ruolo nella storia, la Vedova si disse che doveva portare Guiseppe al nocciolo della questione senza svelargli il nocciolo del problema. Una situazione davvero strana. Bisognava affrontarlo, il problema era farlo senza allontanarsi dal tema principale. Astuta come solo lei sapeva essere, senza dirglielo gli avrebbe spiegato a chiare lettere la situazione: sua moglie era incinta, cosa avrebbe dovuto dire lui, lo sposo?

Dopo aver girato a lungo intorno all’argomento, la Vedova capì che o José stava recitando alla perfezione la parte dello stupido – un lato che non conosceva del suo santo genero – oppure semplicemente José non ne sapeva proprio nulla e non capiva di cosa gli stesse parlando la suocera.

Guiseppe la guardava con una naturalezza così innocente da ogni colpa che la Vedova cominciò a non sapere più dove si trovasse. Per un attimo le sembrò che la terra le si stesse aprendo sotto i piedi e non sapesse cosa fosse meglio, lottare o lasciarsi inghiottire. Persino l’anima le tremava dal freddo sotto l’effetto del brivido che le penetrava nelle ossa man mano che il peso della verità diventava sempre più schiacciante. Suo genero non ne sapeva assolutamente nulla e lei sapeva solo che doveva uscire da quell’inferno, doveva parlare con sua figlia e farsi spiegare, per l’amor di Dio, cosa stesse succedendo.

Cosa stava succedendo?

Era successo qualcosa di incredibile da credere, era accaduto qualcosa di impossibile da raccontare. Intere generazioni e gli stessi secoli si sarebbero divisi in due come si divide la corrente di un mare che incontra nel suo letto una gigantesca pietra angolare. E sua figlia non riusciva a trovare il modo di rivelarle la storia dell’Annunciazione.

Maria non riusciva a trovare il momento giusto. Beh, un momento vero e proprio, in un certo senso, le si presentava. Lei e sua madre erano solite sedersi insieme a cucire. In quei momenti parlavano e parlavano. Parlavano di tutto. Oppure rimanevano semplicemente in silenzio.

In questo nuovo silenzio che negli ultimi giorni si era instaurato tra madre e figlia battevano due cuori sul punto di scoppiare in mille pezzi. La madre voleva chiederlo a sua figlia: «Sei incinta, figlia mia?», e non trovava il modo. La figlia voleva darle un «Sì, mamma mia», un Sì meraviglioso, Divino, e non trovava il momento giusto.

Il fatto è che il Bambino stava crescendo nel suo grembo, che i segni della sua gravidanza diventavano ogni giorno più evidenti, che se Giuseppe lo avesse saputo dalla bocca dei vicini… Non voleva nemmeno pensarci.

Aveva bisogno di rivelare la verità a sua madre. Sua madre era l’unica persona al mondo a cui poteva affidare un Mistero così grande. Doveva farlo, ma poiché non riusciva a trovare il modo, il momento giusto non arrivava mai.

E così accadde che, uno di quei giorni, madre e figlia si sedettero una di fronte all’altra. Entrambe sapevano che era giunto il momento, che quello era il momento giusto. La prima a parlare fu la Vergine.

«Mamma, credi che Dio possa tutto?», esclamò con tutta la sua tenerezza.

«Figlia mia», sospirò la Vedova, che voleva solo andare dritta al punto: “Sei incinta, figlia mia?”, ma non riusciva a dirlo.

«Lo so già, madre. Mi dirai: Dio è il nostro Signore, come potremmo noi misurare la forza del suo Braccio? E io sono, madre mia, la prima a ripetere le tue parole. Ma quello che voglio dire è: il suo Potere finisce dove iniziano i limiti della nostra immaginazione o è proprio dall’altra parte che inizia la sua Gloria?».

«Cosa vuoi dirmi, figlia mia, non ti capisco», intrappolata in una direzione diversa da quella che moriva dalla voglia di intraprendere, la madre della Vergine articolò le parole come meglio poté.

«Neanch’io so bene come arrivare dove voglio né cosa intendo dire. Abbia pazienza con me, madre. Da qui andremo in Paradiso e da lassù le cose della Terra non ci toccheranno più; quindi ciò che ci resta da fare è cercare di scoprire la natura del Dio che ci ha chiamati a sognare il Paradiso mentre siamo ancora qui sulla Terra. Non è forse vero che Dio può trasformare le pietre in figli di Abramo? Ma quello che mi chiedo è se, parlando in questo modo, il profeta abbia voluto farci capire che abbiamo la testa dura come una pietra. Può una pietra conoscere Dio? Tra un uomo che non vuole conoscere Dio e una pietra, qual è la differenza?».

«Dove vuoi portarmi, figlia mia?», la Vedova, come poté, trattenne la sua impazienza.

«Verso un fatto meraviglioso, madre. Ma poiché non conosco la strada, non si arrabbi con me se esploro da sola, come quegli alpinisti che affrontano per la prima volta la parete vergine. L’unica cosa che mi può capitare è di cadere ai piedi della sua gonna, trafitta dalla mia ignoranza».

«Non dire così, figlia mia. Non sei sola, anche se sono anziana ti seguirò. Sì, Maria, so che la gloria di Dio inizia dove finisce l’immaginazione dell’uomo. Continua».

La Vergine prese allora una direzione apparentemente ancora più opposta, dicendo:

«Madre, cosa le ha detto il messaggero riguardo a mio nonno Zaccaria? Perché non ha voluto ancora raccontarmelo? Perché non mi ha mandata a casa di mia nonna Isabella? Ora che può, mi risponda: il nostro Dio può o non può far sì che degli anziani diano alla luce un figlio?».

La Vedova e Giuseppe non avevano ancora voluto rivelare a Maria la natura del messaggio che Zaccaria ed Isabella avevano loro inviato poco prima; infatti, la Vedova aveva deciso di mandare loro Maria. La questione dello stato di grazia in cui si era improvvisamente trovata sua figlia le cancellò dalla mente ogni altra cosa.

Infatti, il messaggero che Zaccaria ed Isabella avevano inviato a Nazaret descrisse alla Vedova e a suo genero, dettaglio per dettaglio, ciò che era accaduto a Zaccaria nel Tempio. Soprattutto l’immagine del bellissimo angelo che aveva punito la mancanza di fede di Zaccaria privandolo della parola.

Signore! Sua figlia Maria gli stava descrivendo quell’angelo come se lei stessa lo avesse visto con i propri occhi. Com’era possibile?

In linea di principio, era impossibile. Il messaggero di Isabella e Zaccaria non aveva parlato con Lei mentre era a Nazareth. Certo, avrebbe potuto raccontarglielo Giuseppe.

Glielo aveva raccontato Giuseppe? Giuseppe le aveva dato la sua parola che non sarebbe stato lui a dare la notizia a sua figlia. La parola di Giuseppe, la vedova lo sapeva, era legge pura e limpida come l’oro zecchino. Non la infrangeva mai. No, nemmeno Giuseppe le aveva ancora detto nulla.

Si stava chiedendo come sua figlia l’avesse saputo, quando il suo cuore tornò al ricordo del giorno in cui sua figlia aveva fatto il Voto di Verginità.

Lì, in quei giorni, la Vedova si chiese perché il favore del Signore sulla sua casa si fosse estinto, perché avesse voltato loro le spalle come chi abbandona il bottino al nemico. Nel segreto del suo cuore la Vedova rimase intrappolata nelle reti del dilemma di Giobbe. Ma a differenza del santo, non trovò subito la risposta. Né la trovò negli anni trascorsi dalla morte di suo marito fino a quel giorno.

Era giunto il momento di conoscere il motivo per cui il Signore le aveva portato via suo marito proprio allora. Meravigliata, assorta, fuori dal mondo, con il suo essere che fluttuava sulle stesse onde che un giorno si sarebbero trasformate in colline sotto i piedi dello Spirito di Dio, la Vedova continuò a guardare sua figlia con gli occhi fissi sulle sue parole.

Allora la Vergine cambiò nuovamente argomento.

«Madre», le disse, «Dio non ha forse giurato che un figlio di Eva avrebbe schiacciato la testa al Serpente?».

«È vero», le rispose la Vedova con la voce persa da qualche parte nell’infinito in cui il suo sguardo era rimasto intrappolato.

«E i nostri libri sacri non dicono forse anche che, tra tutti gli uomini che sono esistiti sulla faccia della terra, non ne è mai nato uno grande quanto Adamo?», proseguì Lei.

«Così mi ha insegnato mio padre e così ti ha insegnato il tuo. Ti ascolto, figlia mia».

Maria proseguì:

«Quando Dio ci promise la Nascita di un Figlio destinato a portare sulle spalle la Sovranità, non pensava forse al Campione che avrebbe suscitato tra noi per liberarci dal dominio delle Tenebre?».

«Certo che ci pensava».

«Ma se il Maligno ha sconfitto una volta l’uomo più grande che il mondo abbia mai conosciuto, non ha forse ragione il santo Giobbe nel presentarci l’assassino di nostro padre Adamo davanti al Trono dell’Onnipotente, tutto tranquillo mentre aspettava il prossimo?».

«Certo che aveva ragione».

«Certo che sì. Chi ha sconfitto l’uomo più grande del mondo, perché non avrebbe dovuto sconfiggere suo figlio?».

La Vergine abbassò lo sguardo e respirò profondamente mentre infilava ago e filo. Sua madre rimase a guardarla senza dire una parola. Poco dopo, Lei tornò sul campo di battaglia.

«Allora, madre, mi dica: Dio ha forse giurato il falso? Voglio dire, a chi stava pensando il Signore quando fece quel giuramento benedetto? Davide non era ancora nato; nemmeno il nostro padre Abramo. Con il suo figlioletto morto, nostro padre Adamo ai suoi piedi onnipotenti che si dissanguava, a quale Campione stava pensando il nostro Dio quando ci promise con giuramento eterno che un figlio di quella Eva avrebbe schiacciato la testa del Maligno?”.

Questa volta fu Lei a fissare intensamente sua madre. Quest’ultima, guardando il volto della figlia, capì solo una cosa: che sua figlia era incinta. La dolcezza sul volto, la tenerezza nelle parole, lo splendore negli occhi. Le bastava dirle: «Mamma, sono in stato di grazia»; e invece di andare al sodo, senza nemmeno rendersi conto di come sua figlia l’avesse condotta in cima a una montagna da cui si vedeva il futuro del mondo secondo la donna nata per essere la Madre del Messia, quel figlio della Promessa che doveva nascere per schiacciare la testa del Maligno.

«A chi stava pensando Dio il giorno in cui, sul sangue di suo figlio Adamo, giurò la Nascita del Campione per mano del quale avrebbe ottenuto Vendetta?», ripeté la Vedova. «Figlia mia, non sarò io a porre limiti alla gloria del mio Creatore. Voglio solo che me lo dica tu».

«Ricordi, madre, ciò che scrisse il profeta?: Una Vergine darà alla luce un Figlio che sarà chiamato Dio con noi».

Maria abbassò di nuovo lo sguardo. Poi alzò la testa e guardò sua madre dritto negli occhi.

«Madre, quella Vergine la hai davanti a te. Quel Bambino è nel mio grembo», le confessò Lei.

Mentre sua figlia le raccontava l’episodio dell’Annunciazione, la Vedova rimase a guardarla con lo sguardo di chi sta contemplando il Cuore di Dio nel giorno dell’omicidio di suo figlio Adamo.

Al termine, ispirata dall’amore immenso che nutriva per sua figlia, la Vedova si lasciò andare a una profusione di benedizioni:

«Sia benedetto Dio, che ha scelto la figlia di mio marito per portare la sua salvezza a tutte le famiglie della terra. La sua Onniscienza risplende come un sole inaccessibile che, tuttavia, tutti credono di poter raggiungere con la punta delle dita. Stringe, ma non soffoca; colpisce, ma non affonda coloro che ama. Sia benedetta la Sua Prescelta, colei che Egli ha formato fin dal grembo dei suoi genitori per consegnare il Suo Salvatore a tutti i popoli della terra». E subito dopo disse così a sua figlia: «Benedette saranno tutte le famiglie della terra nella tua innocenza, figlia mia. Ma ora, Maria, farai ciò che ti dirò. Farai questo, questo e questo».

Il problema successivo era Giuseppe. Di Giuseppe se ne sarebbe occupata lei, la Vedova. Ciò che la Madre del Messia doveva fare era partire immediatamente e rimanere nella casa di Isabella e Zaccaria finché il Signore non lo avesse disposto.

E così fu. La Vedova prese da parte suo genero e gli raccontò punto per punto tutta la verità. Non gli raccontò l’Annunciazione come chi deve nascondere qualcosa e abbassa lo sguardo per la vergogna. Niente affatto. Ovviamente lo fece con l’umiltà e la certezza di chi sa che l’Evento avrebbe causato a Giuseppe un dilemma angosciante, sul quale avrebbe dovuto trionfare, e avrebbe trionfato, ma per il quale avrebbe inevitabilmente dovuto attraversare un vero e proprio inferno.

E ne uscì vincitore.

Tuttavia, come potrete immaginare, dopo l’Annunciazione Giuseppe trascorse un periodo piuttosto abbattuto. Cosa era andato storto all’ultimo momento? Come aveva potuto una donna della levatura morale e della forza d’animo di Maria lasciarsi ingannare da…?

Da chi? Senza che nessuno lo volesse, Lei era sotto sorveglianza tutto il giorno. Quando non era con sua madre era con i suoi nipoti, quando non era in bottega con le sue operaie era con la famiglia dei fratelli di suo padre. Il Signore aveva intessuto attorno a Lei una rete di relazioni così totalizzanti che la sola idea dell’adulterio era un’offesa.

E poi c’era Lei, Maria. Lei era, in carne e ossa, la migliore difesa che Dio avesse cercato per la Madre di Suo Figlio.

-Lo disse e noi non ci credemmo: «Una Vergine concepirà e darà alla luce un Bambino»; dicendo questo, Giuseppe vide la luce e se ne andò di corsa. Tornò da sua moglie, si celebrò il matrimonio e tutti si dimenticarono dell’incidente.

Un ricordo, tuttavia, rimase. Mi riferisco a quell’altro episodio tra Gesù e i farisei.

I farisei e i sadducei si stancarono di sentire dire che Gesù di Nazaret era il Figlio di Davide. Non sapendo da dove attaccarlo, indagarono sul suo passato. Mettevano il dito nella piaga e scoprirono quello strano episodio della scomparsa di sua Madre durante i primi mesi di gravidanza, e di come Giuseppe fosse andato di persona a cercarla… per…

-Ahhhh, ecco il suo tallone d’Achille.

Con quest’arma segreta nascosta nella manica, i farisei portarono Gesù sul tema della primogenitura e dell’unicità. Allora uno qualsiasi tirò fuori il manuale dei colpi bassi e sferrò la bomba.

-Il nostro padre è Abramo, chi è il tuo?

A Gesù salì alla testa il zelo che lo consumava per sua Madre.

-Siete figli del Diavolo – rispose loro con la forza di un uragano compresso in gola.

Solo un’altra volta, solo in un’altra occasione di cui non avrebbero voluto ricordare, avrebbero visto il figlio della Vergine con i raggi che gli uscivano dagli occhi. E ormai non si fermava più, non si fermava finché non avesse sfogato la sua ira fino all’ultimo atomo di rabbia.

D’ora in poi, tra Lui e loro, la partita si sarebbe giocata a testa o croce. Testa, Lui li avrebbe portati via davanti a sé. Croce, si sarebbero presi la loro parte.

 

 

10.-IL BAMBINO GESÙ AD ALESSANDRIA DEL NILO

 

Poco dopo questi fatti, Giuseppe il falegname e suo cognato Cleofa presero le loro famiglie, acquistarono i biglietti e si imbarcarono per Alessandria del Nilo.

Su questa vicenda della Fuga è sempre aleggiato il mistero. Dal punto di vista documentale, la verità è che da nessuna parte esistono indizi che Alessandria del Nilo sia stata il luogo scelto da Giuseppe per salvare il figlio di Maria dalla persecuzione contro di Lui decretata da Erode. Pertanto, se mi si mette alle strette, l’autore di questa Storia potrebbe essere accusato di inventarsi la destinazione dei fuggitivi per soddisfare esigenze letterarie. Il che mi sembra logico fino a un certo punto. Io stesso non posso dimenticare che l’iconografia classica al riguardo è piuttosto scarsa, persino prudente direi; e oserei persino confessare che si tratta di una prudenza che rasenta la codardia.

La scelta di Alessandria del Nilo non fu casuale da parte di Giuseppe; né lo è da parte di chi in queste pagine ne ricostruisce le vicende. Fortunatamente o sfortunatamente, l’unica prova che posso fornire è la testimonianza di Dio al riguardo. Il «sfortunatamente» è un modo di dire, ovviamente. Per chi conosce Dio, una sola sua parola vale più di tutti i discorsi di tutti i saggi dell’universo messi insieme in una gara di disertazioni interminabili. Sfortunatamente, la parola di Dio non vale per tutti.

Il fatto è che l’unica prova reale che la Storia ci offre in merito è la testimonianza di Dio: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».

Prima di me sono stati in molti a mettere le mani sul fuoco in difesa della risposta affermativa che la questione merita. Dalle distanze apocrife di chi non crede, tuttavia, sono due le obiezioni insuperabili contro le cui mura a prova di bomba si infrange la nostra retorica. Una è che quella frase «Dall’Egitto ho chiamato mio Figlio» fu scritta molto prima che alcuno degli avvenimenti che narriamo avesse ancora avuto luogo, per cui fermarsi a credere che secoli e secoli prima della Nascita la Fuga fosse già stata predisposta per entrare nel programma messianico, a dire il vero, è davvero chiedere troppo.

L’altra obiezione è che quella nota profetica non fu scritta «a futuriori» ma a posteriori. Secondo questi geni, non sarebbe la prima volta che gli ebrei falsificano i propri testi sacri. Non lo facevano forse da secoli? Ninive cadeva e loro venivano a scrivere sulle sue rovine che l’avevano già predetto. E come Ninive, tutte le altre cose. Anche il profeta Daniele vide l’ascesa al potere di Ciro il Grande. E persino la caduta del suo impero sotto gli zoccoli del cavallo di Alessandro Magno. Per l’amor di Dio, chi volevano ingannare? Esiste forse una nazione più stolta di quella che inganna se stessa?

Insomma, questa tesi secondo cui i testi profetici sarebbero stati redatti a posteriori si è guadagnata molti seguaci nei suoi giorni di gloria. Tralasciando la loro astuzia, com’è naturale per chi è stato immunizzato contro l’astuzia dei geni, noi altri, che continuiamo a sostenere il valore divino dei testi profetici, continuiamo a sostenere che tali modi di pensare sarebbero logici in un pensatore antico, perché pretendere di adeguare il pensiero del Creatore a quello della creatura – che è ciò che si fa negando l’onniscienza divina come fonte delle Scritture – significa negare ciò che separa la creatura dal suo Creatore.

A livello di gioco è vero che alcuni uomini vedono il futuro. Nelle stelle, nei dadi, nei fondi di caffè e, soprattutto, in una pallottola con un nome scritto sopra. A livello di realtà, la natura umana è ben lontana dal potersi attribuire un simile attributo.

Questo da un punto di vista.

D’altra parte, non è forse vero che la storia la scrivono i vincitori? Ebbene, se fosse così, qualcosa deve non funzionare nel sistema quando la vediamo scritta da un popolo di perdenti. Persero contro gli egiziani. O c’è ancora qualcuno che crede che si passi dalla libertà alla schiavitù senza combattere una battaglia terribile? Combatterono contro gli Assiri e persero la guerra. Furono nuovamente schiacciati dai Caldei di Nabucodonosor. Persero contro Roma. Furono nuovamente ridotti in schiavitù dagli arabi. Curioso, molto curioso che la memoria storica di mezzo pianeta si basi sulle gesta belliche del popolo perdente per eccellenza, quello ebraico!

Direi che la Storia si scrive da sola al ritmo con cui Dio usa la mano dell’uomo come penna. Egli intinge la penna nel nostro sangue e scrive il nostro futuro secondo la sua chiaroveggenza, onniscienza, prescienza e genio creativo. In altre parole, noi non vediamo il futuro, mentre Dio non solo lo vede, ma lo scrive. Ora, se questa capacità divina di creare il Futuro non viene ammessa, allora dovremo affidarci alla natura degli eventi stessi, oppure correre il rischio di chiudere questa Storia e aprire un libro completamente diverso.

Così, l’addio fu molto breve. Il Lupo del Diavolo aveva fiutato il Bambino.

Al sicuro in Egitto, Giuseppe il falegname aprì la sua bottega lontano dal quartiere ebraico, nella Città Libera. Con il passare degli anni, la sua bottega venne chiamata «La falegnameria dell’ebreo».

Su questo punto specifico – l’evento della Strage degli Innocenti – dico la stessa cosa. Se il dubbio si basa sull’impossibilità dell’esistenza di qualcuno capace di commettere un crimine del genere, allora possiamo già prendere quel dubbio e gettarlo nella spazzatura. Se invece il dubbio risiede nell’ignoranza dei popoli e delle loro genti, considerando le circostanze sociali e politiche vissute dal regno di Israele in quel periodo, in questo caso non c’è nulla da aggiungere a quanto scritto, se non forse dire che non si spiega come, se la felicità risiedesse nell’ignoranza e ci fossero così tanti ignoranti al mondo, il mondo possa continuare a essere così brillantemente infelice.

Ma torniamo al punto.

È stata una decisione facile per Guiseppe dover rifare le valigie ed emigrare in Egitto?

Forse non è stata una decisione facile, ma sicuramente coraggiosa.

Il racconto dell’Adorazione dei Magi ci apre la mente al passato e ci dipinge la Sacra Famiglia in fuga verso la seconda città più grande del mondo, Alessandria d’Egitto, una città aperta e cosmopolita dove Giuseppe e la sua famiglia arrivarono con una certa sicurezza economica. Oro, incenso e mirra furono i doni che i Magi gli offrirono.

Perché Alessandria del Nilo e non Roma?

Beh, Alessandria era a due passi dalle coste di Israele. Compiuta la Strage degli Innocenti, consumato l’omicidio di Zaccaria, padre del Battista, l’ultima cosa che Giuseppe potesse permettersi era mettere in pericolo la vita del Bambino. Infatti, tra la Nascita e la sua presentazione al Tempio erano trascorsi diversi giorni; era ora o mai più. Tornare a Nazaret, fare i bagagli, prendere la nave ad Haifa e addio alla patria.

Questa decisione di Giuseppe, imposta dalle circostanze sanguinose, cambiò l’uomo in modo radicale. Tra i Santi Innocenti, i figli dei suoi fratelli caddero nella trappola. L’uomo che dal ponte della nave che portava la Sacra Famiglia ad Alessandria guardava l’orizzonte, da solo, voltando le spalle a tutti, portava nascosto nel petto quel segreto, che non avrebbe rivelato alla sua gente fino alla morte. Quando sbarcò sulla costa egiziana, il Giuseppe di prima della Strage e dell’assassinio di Zaccaria era affondato nelle acque del Mediterraneo.

I suoi compatrioti?

Più erano lontani da lui, meglio era. Non rivelò a nessuno il motivo di questo cambiamento radicale, né a sua moglie, né a suo cognato.

Ed eccoci ad Alessandria del Nilo.

L’ambiente in cui Gesù crebbe, grazie al comportamento insolito di suo padre nei confronti dei suoi, fu straordinario. Giuseppe, suo padre, si rifiutò di stabilirsi nel quartiere ebraico; preferì cercare un posto tra i gentili, nel cuore della Città Libera. Acquistò una casa e aprì la sua bottega. Col tempo la sua bottega sarebbe diventata nota come la Falegnameria dell’Ebreo.

Gli zii del Bambino, Cleofa e Maria, moglie di Cleofa, continuarono a mettere al mondo figli.

Astuto com’era, non appena Gesù raggiunse l’altezza di suo cugino Giacomo, sebbene Giacomo fosse più grande di lui di due anni, Gesù lo prendeva e lo portava al porto romano. Il Bambino non si faceva intimidire da nessuno; la sua sete di notizie sull’Impero non si esauriva mai. La sua abilità nel carpire dai marinai notizie su Roma, Atene, la Hispania, le Gallie, l’India e l’Africa profonda suscitava simpatia nei lupi di mare. Li guardavano, quei due Ragazzi, da capo a piedi, li vedevano vestiti con abiti da figli dell’alta società e via, raccontavano a Gesù e a suo cugino Giacomo come andava il mondo.

Grazie a questa sua predisposizione, all’età di dodici anni il Bambino parlava perfettamente il latino, il greco, l’egiziano, l’ebraico e l’aramaico. Insisto: o forse credete che gli abbiano cercato un interprete per l’udienza con Pilato?

Come ho detto, Gesù fu un vero e proprio bambino prodigio. Un bambino prodigio che ebbe la grande fortuna di avere come padre un uomo straordinario. Tuttavia, anche i fenomeni provano sentimenti, soffrono, hanno momenti di debolezza, si rattristano, piangono per la solitudine che li opprime.

 

11.- LA COLOMBA MUTA DELLE LONTANANZE

 

Gesù si chiuse in se stesso. Quel Bambino divino che metteva sottosopra la marmaglia di tutta la strada, se ne andava, si perdeva tra le barche del porto e tornava di corsa a sedersi, al calar della sera, sulle ginocchia di suo padre in mezzo agli amici; quel Bambino travolgente si chiuse in se stesso. Gesù smise di uscire di casa. Cominciò a sedersi sulla soglia della falegnameria dell’ebreo a guardare la vita che scorreva. Il Bambino, quasi , non mangiava. Gesù si lasciava cadere sulle ginocchia di sua madre tra le amiche, quando al calar della sera le donne erano solite sedersi in strada, sotto il cielo mediterraneo, a cucire, a chiacchierare, e poi se ne andava.

Era come se quella fiamma del rovo si stesse consumando tra le braccia di Maria. All’inizio Lei non si rese conto della solitudine che nel petto del suo Bambino aveva aperto un buco nero e che da lì lo inghiottiva un po’ di più ogni giorno. A poco a poco la Madre aprì gli occhi e cominciò a vedere ciò che c’era nel Cuore del suo Bambino.

Non riusciva a sopportare quell’agonia indescrivibile che le stava strappando il Bambino dalle mani. Lo amava più del mondo, più del tempo, più delle onde del mare, più delle stelle, più dell’amore, più della sua stessa vita. E lui se ne andava. Era notte dopo notte e ogni notte un po’ di più. Il Bambino non parlava, non rideva, si lasciava cadere sul petto della Madre, lo sguardo perso nel cielo di quell’Alessandria sul Nilo, e lì sprofondava.

- Che cosa ti succede, figlio mio? — gli chiedeva Lei.

- Niente, Maria, le rispondeva Lui.

«Io so cosa ti succede, Gesù».

- Non è niente, Maria, davvero.

-Tesoro mio, ti manca tuo Padre. Non piangere, amore mio. Lui è qui, proprio ora: quando poso le mie labbra sulle tue guance, Lui ti bacia; quando ti abbraccio, Lui ti stringe forte.

Per il Bambino quella donna che lo ascoltava con il sorriso più dolce dell’universo sul volto mentre Lui le parlava del Paradiso di suo Padre, della Città di suo Padre, dei suoi fratelli, i superangeli Gabriele, Michele e Raffaele, quella donna… quella donna era sua Madre. La amava più di ogni altra cosa al mondo. Era l’unica persona a cui poteva raccontare ogni cosa. Adorava sentire il battito del suo cuore quando le parlava del suo Regno. E quello sguardo luminoso che le illuminò il volto quando le rivelò tutta la verità! Non gli si cancellò mai dalla memoria.

-Sì, Maria -le disse il Bambino-. Io sono Lui.

-Raccontami ancora com’è il Cielo, figlio mio – gli chiedeva di nuovo.

-Il Cielo – le confessò il Bambino – è come un’isola che si è trasformata in un continente, e che continua a crescere al di là dell’orizzonte. La Roccia su cui poggia è la montagna più alta che un uomo possa immaginare. Il Monte di Dio, Sion, eleva la sua vetta fino alle nuvole, ma dove dovrebbero esserci le nuvole ci sono dodici mura, ciascuna costituita da un unico blocco, ogni blocco di un colore diverso, ogni muro che risplende come se avesse un sole al suo interno. E sono come dodici soli che illuminano lo stesso firmamento. Le dodici mura sono un’unica cinta muraria che circonda la Città che racchiudono. Dio chiamò la sua Città Gerusalemme e il suo Monte Sion. A Gerusalemme gli dei hanno la loro Dimora, e tra gli dei mio Padre ha la sua Casa. Dalle mura della città di Dio i confini del Cielo si perdono nell’orizzonte che confina con l’alba al di là dei confini del Paradiso.

- È da lì che sei venuto, figlio mio?

- Te lo racconto, Maria.   

 

12.- LA FALEGNAMERIA DELL HEBREO

 

Il Bambino raccontò molte cose a Maria. Gliene raccontò così tante che a quella povera donna immigrata non rimase più spazio nella mente e dovette cominciare a custodirle nel suo Cuore. Se ve le raccontassi tutte, sicuramente resterei seduto qui fino all’anno prossimo, e non è il caso.

Quello che posso raccontarvi è ciò che già sapete. Sapete che la Sacra Famiglia tornò in patria dopo una decina d’anni o anche prima. Ma non sapete cosa sia successo perché il buon Giuseppe e suo cognato Cleofa decidessero di vendere la falegnameria dell’ebreo, un’attività davvero fiorente, con il vento in poppa e a tutta vela, che non solca il mare, ma vola, eccetera.

La Falegnameria dell’Ebreo si trovava in pieno centro città. A quei tempi c’era una sola vera città in tutto il mondo. Era Alessandria del Nilo. Roma era la più grande caserma militare del mondo. A Roma vivevano i senatori imperiali. Ma era ad Alessandria del Nilo che si trovavano tutti i saggi dell’Impero. Possiamo dire che Alessandria fosse la New York di quei tempi. A Washington c’è il potere, ma a New York ci sono i soldi. Un rapporto di questa natura era quello che Alessandria intratteneva con Roma.

Perché mai dovevano tornare proprio adesso? E proprio in quel momento in cui gli affari andavano a gonfie vele, il mare non si naviga ma si vola, ecc.? Tornare per cosa? Per sopravvivere come una mosca nella tana del ragno? C’era su cosa riflettere. Un’attività con meno di dieci anni di vita è come un ragazzino a cui sta cominciando a spuntare il baffetto. È dal suo punto di vista che si trovano meno difetti nel mondo. Il mondo potrà anche andare male quanto vuoi, ma lui, il ragazzino, è un vero campione. Insomma, non era una sciocchezza. A Guiseppe e a suo cognato era costato non poco andare avanti, farsi strada, trovare un posto, e un posto grande tra i gentili, perché Guiseppe non voleva sapere nulla o quasi nulla dei suoi compatrioti. In questo capitolo il signor Guiseppe era un ebreo molto strano. Non voleva sapere molto dei suoi compatrioti, né gli piaceva averli troppo vicini. Nessuno sapeva perché, e nemmeno lui ne parlava molto. Forse perché il signor Guiseppe parlava latino e greco fin da giovanissimo e sembrava trovarsi tra i gentili come un pesce nell’acqua.

Va detto che a Giuseppe la padronanza delle due lingue dell’Impero aprì la strada nel mondo degli affari. A differenza dei suoi compatrioti, razzisti con tutti, che si credevano una razza superiore, eletta, e guardavano dall’alto in basso il resto del genere umano, il signor Giuseppe era aperto, intelligente, di poche parole, ma ogni sua parola era quella di un uomo maturo e di tutto rispetto che non veniva meno alla parola data per nulla al mondo.

Come un falegname ebanista di provincia, fuggito da un paesino sperduto tra le montagne, fosse riuscito a padroneggiare a tal punto le due lingue internazionali dell’epoca, beh, era davvero un altro mistero!

Un altro dei tanti aspetti che rendevano il proprietario della «Falegnameria dell’Ebreo» una creatura sui generis, introversa, indefinibile. I suoi compatrioti di Alessandria criticavano il signor Guiseppe proprio per la sua distanza dalla compagnia dei suoi simili.

A differenza di José, Cleofa, il fratello di Maria, era molto legato alla sua terra e propendeva per i suoi. Il che compensava la bilancia e manteneva in equilibrio i rapporti della Casa con i nazionalisti. Qualche volta, tra cognati e soci, Cleofa gli aveva sollevato la questione del suo distacco e delle cause di quella posizione così irremovibile. Ma Guiiseppe trovava sempre il modo di eludere l’argomento.

Giuseppe non imponeva nulla al cognato Cleofa; questi era libero di educare i propri figli secondo il proprio cuore; non avrebbe certo proibito ai suoi figli di andare alla sinagoga e partecipare alla vita della comunità ebraica, adempiendo ai loro doveri di buoni figli di Abramo. Solo che la stessa libertà che Giuseppe gli offriva, la voleva anche per sé.

Di fronte a questo modo di ragionare, Cleofa rideva e lasciava cadere l’argomento. Perché se avesse chiesto a sua sorella Maria del comportamento così strano di suo marito, nemmeno lei sarebbe andata oltre.

Lo stesso enigma che questo modo di essere di Giuseppe causava a Cleofa aveva lasciato Maria perplessa sin da quando avevano lasciato la patria. E Cleofa non doveva credere che lei gli nascondesse qualcosa. Giuseppe era buono come il pane, ma quando si trattava di aprire il proprio cuore, non diceva una parola nemmeno alla propria moglie.

Insomma, Cleofa e sua moglie avevano già messo al mondo una vera e propria schiera di figli a questo punto della storia. Giuseppe e Maria, invece, si erano fermati al primo e all’ultimo, primogenito e figlio unico in una sola persona.

«Che succede, fratello?» volle sapere Cleofa. «Perché questa fretta di vendere una barca che va a gonfie vele?»

Giuseppe non volle dire a suo cognato tutta la verità, o almeno la verità per come la viveva lui.

 

13.-IL RITORNO A NAZARET

 

Il Bambino superò quella tristezza che stava per farlo sprofondare nelle tenebre di un dolore infinito. Sua Madre si frappose tra il Bambino e quelle tenebre sconosciute, chiamò in aiuto suo Marito e insieme scacciarono il diavolo all’inferno. Ma non si erano ancora dimenticati di quella battaglia quando il Bambino aprì un nuovo capitolo nelle loro vite. Gesù aveva ormai nove o dieci anni. Al Bambino era venuta in mente l’idea di lasciare l’Egitto e di farsi portare in Israele.

Capirete che Giuseppe si arrabbiò moltissimo. Sua moglie era dalla parte del Bambino. Logico. Per Maria non c’era alcun problema. Ma per Giuseppe le cose non erano così semplici.

Naturalmente Giuseppe aveva ascoltato la Storia Divina dalle labbra di Gesù tra le braccia di sua Madre. E proprio per questo ora meno che mai poteva permettersi di prendere una decisione sbagliata. Finché non sapeva chi avesse in casa, il problema gli sembrava sotto controllo; ma ora che conosceva l’identità del Figlio di Maria, ora meno che mai poteva permettersi l’indecisione che aveva avuto quando aveva riso un po’ del consiglio dei Magi.

«Vattene, Giuseppe, altrimenti gli Erode lo uccideranno», lo supplicarono.

Tornare in Israele mentre Erode il Piccolo è ancora in vita?

«Di a tuo Figlio che non è ancora giunto il momento», rispose Giuseppe alla moglie.

Parole che il vento si portò via.

«Di a tuo marito che devo occuparmi delle cose di mio Padre», insistette il Bambino.

Una risposta che il vento portò via.

«Maria, per Dio, è solo un bambino. Da qui non si muove nessuno. Almeno finché non muore quel figlio di Satana».

Punto e basta. Il signor Giuseppe era così. Poche parole, ma quando le pronunciava non c’era nessuno al mondo che riuscisse a fargli cambiare idea.

E così avrebbero potuto continuare per tutta la vita se il Bambino non avesse messo in atto il suo piano. Non mi perderò nei dettagli, ma la verità è che il figlio del falegname aprì la bottiglia della sua prodigiosa intelligenza e si divertì come un ragazzino a inondare di champagne della sua gloria il rabbino della sua sinagoga.

- La lista dei re? Quella di prima del Diluvio o quella di dopo il Diluvio, signor rabbino?

Un mostro. Sapeva tutto. Il rabbino, completamente sbalordito, finì per interessarsi profondamente al Bambino.

- E tu di chi sei figlio, ragazzo?

- Sono figlio di Davide, signor rabbino.

- Tuo padre è figlio di Davide?

- E anche mia madre, signor rabbino.

- E anche tua madre? Che cosa curiosa!

- E anche mio cugino qui presente, signor rabbino.

«Tu sì che sei proprio un rabbino», pensò tra sé l’uomo.

Così, un bel giorno, il rabbino entrò nella falegnameria dell’ebreo chiedendo spiegazioni a Giuioseppe. Come se avesse diritto a qualcosa solo perché era un servo dei servi di Dio.

Giuseppe lo squadrò dalla testa ai piedi e lo cacciò via. E proprio davanti al Bambino stesso. Perché, ovviamente, tutto quel trambusto era opera del Bambino.

Capirete che, dopo lo spavento che si era preso al momento della Nascita, a Giuseppe fosse proibito in casa anche il minimo accenno alle origini davidiche della sua Famiglia. E se ne presentava l’occasione, le sue origini davidiche dovevano sfuggirgli come a chi non è disposto a metterci la mano nel fuoco. Certo che lo erano; ma chi lo sa; i loro genitori avevano detto loro che lo erano e loro non avrebbero certo contestato l’autorità dei propri genitori.

Il Bambino stava infrangendo questa regola di famiglia. E lo stava facendo con piena consapevolezza. Sapeva, perché conosceva Giuseppe come se fosse suo fratello, suo amico, suo padre, che non appena Giuseppe avesse individuato il minimo pericolo che potesse mettere a rischio la vita del Figlio di Maria, avrebbe chiuso baracca e sarebbe emigrato altrove.

Il primo round lo aveva superato Giuseppe. Ma il secondo stava per arrivare.

Il Bambino tornò alle sue vecchie abitudini. Non solo era figlio di Davide come se nulla fosse, ma sua madre era la Figlia di Salomone.

- Ebbene sì, signor rabbino. La Figlia di Salomone in persona.

- E dici che tuo padre può dimostrarlo con dei documenti sul tavolo?

- Ebbene sì, signore.

A quel rabbino che ebbe la fortuna o la sfortuna di averlo come allievo si drizzarono le antenne. Confuso, smarrito, il rabbino, del tutto sbalordito, portò la questione al rabbino capo.

- È proprio come le dico - gli disse -. Se fosse un altro ragazzo lo prenderei per una burla, ma dal figlio del Falegname ormai mi credo tutto. Ne sa più di tutti i saggi della corte di Salomone messi insieme. Compreso il re saggio - con queste parole il rabbino di Gesù si recò dal suo superiore.

E un bel giorno entrambi si presentarono alla falegnameria dell’ebreo, decisi ad andare a fondo della questione.

Andarono da Giuseppe. Andarono a esigere che mostrasse loro i documenti di cui il Bambino aveva parlato. Gesù aveva detto loro che suo padre custodiva i documenti genealogici della Famiglia, documenti che risalivano ai tempi del re Davide in persona, riediti dal profeta Daniele durante la Cattività babilonese.

Giuseppe si trovò improvvisamente di fronte a una mossa magistrale di scacco matto. Il Figlio di Maria stava giocando duro. Voleva portarli tutti a Gerusalemme e nulla né nessuno lo avrebbe fermato.

La discussione che Giuseppe ebbe con i due rabbini fu molto accesa. Non cercherò di riprodurla per non dare l’impressione di ricordare eventi fantastici.

«L’impressione che il Figlio di Maria suscitava nei suoi precettori era talmente enorme che avevano dato credito alla parola di un ragazzino… blablabla». Sfuggendo alla questione, affermò il Falegname.

Se lo avessero conosciuto, avrebbero capito che per Giuseppe affermare una cosa significava dire l’ultima parola.

Giuseppe ne era ben consapevole. Il Figlio di Maria poteva anche essere il Figlio di Dio in persona, ma era a lui, a Giuseppe, che il Padre aveva affidato la sua custodia, e a lui, e solo a lui, Giuseppe, spettava decidere quando la Sacra Famiglia sarebbe tornata in Israele.

Poteva essere il Figlio di Dio?

Poteva solo essere…?

«A cosa stai pensando, Giuseppe?»

I rabbini credevano di aver messo alle strette il Falegname, e persino il Bambino stesso, che ascoltava da dietro la porta, finì per crederlo. Le parole, come spade in un duello all’ultimo sangue, si incrociavano quando il Bambino si affacciò alla porta con l’aria del vincitore che chiede al proprio nemico caduto: «Ne vuoi ancora?»

Fu la prima volta in vita sua che Giuseppe vide il Figlio di Maria con gli occhi con cui lo vedeva sua Madre. Quello era il Figlio di Dio in persona. Non era uno scherzo. Semplicemente aveva il corpo di un bambino. Ma colui che aveva davanti era il Primogenito di Dio.

Ed era Lui in persona che gli stava parlando con il pensiero.

Sì, signore, gli stava parlando con il pensiero con la stessa certezza con cui si stiano leggendo questo libro.

I rabbini stavano parlando a Guiseppe a squarciagola nella sua stessa casa e lui aveva la mente altrove, in un altro luogo. Gli stavano chiedendo i documenti genealogici del Bambino e lui era altrove, in un altro tempo. Il Bambino era in piedi contro l’imbocco della porta della falegnameria e gli diceva senza aprire bocca: «Non mi credi ancora, Giuseppe? Non vedi che devo occuparmi delle cose di mio Padre?».

Ma la mossa andò male al Bambino.

Passato quel momento, con i rabbini ormai andati via, Giuseppe si chiuse di nuovo in se stesso, ancora di più di prima. Non sarebbero mai tornati in Israele finché il suo Dio non gli avesse dato l’ordine di tornare. E basta, non voleva più sentire nulla.

E fu così che il Bambino subì un’altra sconfitta. Smise di parlare con Giuseppe. Aveva giocato la sua partita e l’aveva persa. Nessuno si sarebbe mosso dall’Egitto finché Dio non avesse dato a Giuseppe l’ordine di tornare in Israele, così semplice, così tragico.

Semplice a dirsi, sì; a viverlo, però, per niente. Padre e figlio smisero di parlarsi, persino di guardarsi. Il piccolo Gesù non mangiava nemmeno. Si lasciava cadere a terra contro la facciata di casa loro, guardando la vita che scorreva, oppresso dal dolore di chi può tutto e a cui viene ordinato di non fare nulla.

Maria non sapeva chi soffrisse di più: se il Bambino per non essere riuscito a imporre la propria volontà, o se suo marito per non riuscire a sopportare il silenzio e l’allontanamento di suo figlio. Infatti non si guardavano nemmeno. Giuseppe non osava, e il Bambino non poteva.

Cleofa era l’unico che sembrava godersi quella situazione.

«Che ti prende, fratello, perché sei così testardo?», diceva a Giuseppe.

«È solo un Bambino, Cleofa», gli rispondeva Giuseppe.

Ebbene, accadde che un giorno come tanti altri Giuseppe tornò a casa dopo aver concluso un affare. Gesù aveva ormai perso ogni speranza di convincere il buon signor Giuseppe. Da quanto tempo non si parlavano?

Giuseppe il falegname tornò dopo aver concluso quell’affare, tutto serio, ma con gli occhi che brillavano. Non appena Maria lo vide varcare la soglia, il cuore le fece un balzo, ma non volle dire una parola. Aspettò che fosse suo marito a parlarle.

-Moglie, di a tuo Figlio che ce ne andiamo.

Non le disse altro.

La Madre prese il Bambino e andò a distrarlo al mercatino. Gli avrebbe comprato tutto ciò che voleva, per tirarlo su di morale e fargli tornare il sorriso, gli disse. Gesù la seguì come avrebbe potuto seguire una nuvola senza meta. Da quando era successo quell’incidente tra Giuseppe e i rabbini non voleva sapere nulla, non aveva voglia di nulla. E non c’era nulla che la sua stessa Madre potesse dirgli per tirarlo su di morale.

Niente?

Beh, in realtà c’era qualcosa. Aveva due segni, ed era una sola parola. Giuseppe gliela negava e Maria non poteva dargliela.

Non poteva dargliela?

Quella passeggiata al mercatino del porto di Alessandria non l’avrebbero mai dimenticata. Lei non smetteva di sorridergli, di fargli il solletico, di dirgli con i gesti: Indovina, indovina, cosa mi succede?

Logicamente il Bambino si irritò per un po’, finché non finì per aprire gli occhi. Prese Maria – Lui la chiamava sempre per nome – la fece sedere su una delle panchine del molo e, guardandola negli occhi, le lesse nel cuore con la stessa facilità con cui tu leggi queste righe.

-Maria, vero? – fu tutto ciò che le chiese il Bambino.

Lei annuì, sopraffatta dalla felicità. E proprio lì, sullo sfondo dell’orizzonte mediterraneo, danzarono pazzi di gioia.

Corsero a tornare a casa. Giuseppe stava lavorando quando entrarono. Maria gli passò accanto, ma Giuseppe colse la luce che brillava nel cuore della sua Donna. Le sue pupille si illuminarono e voltò la testa. Prima che potesse dire una parola, il Bambino corse a gettarsi tra le sue braccia. Gigante com’era il Marito di Maria, lo afferrò e lo sollevò come fanno tutti i padri con i propri bambini. Ora sì che entrambi avevano vinto. Il Bambino aveva ottenuto ciò che desiderava e Giuseppe aveva ricevuto da Dio l’ordine di mettersi in cammino.

Cleofa non obiettò. Né disse nulla. Suo cognato era il capo del clan, era lui a decidere, era lui a comandare.

Gesù corse via alla ricerca di Giacomo, suo cugino, gridando per la strada: «A Gerusalemme, Giacomo, a Gerusalemme!».  

 

 

15.- LA SPADA DI DAVIDE

 

La leggenda narrava che il grande guerriero avesse danzato la danza della vittoria attorno al cadavere del nemico. Raccontava anche che quei barbari avessero sottratto il segreto del ferro agli eroi di Troia prima che Enea cadesse vittima dell’astuzia dei Greci.

Tra quei mostri senza anima, il più orribile era sempre il capo. Il capo non era sempre il più alto, ma era sempre il più crudele, il più terribile, il più spietato, il più letale e malvagio. In quell’occasione, il barbaro più alto, più crudele e spietato che si potesse immaginare si era incarnato in un unico corpo. Si chiamava Golia. La sua spada era grande quanto quella di quell’altro guerriero che gli spagnoli chiamavano Rodrigo Díaz de Vivar, quella che con un solo colpo tagliava cinque teste di mori allineati in fila indiana. Nessuno voleva avvicinarsi a meno di tre metri dal Cid Campeador; quei tre metri erano la lunghezza della sua arma dalla spalla alla punta di quella spada d’acciaio spagnolo. Braccio e spada erano un tutt’uno con quel guerriero castigliano che, in statura, aveva poco o nulla da invidiare a quella del filisteo prepotente e farfuglione che commise il terribile errore di togliersi l’elmo davanti al lanciatore di fionda.

La leggenda narra che Davide raccolse l’enorme spada del gigante e con essa gli tagliò la testa d’un colpo. E continua dicendo che il guerriero ebreo combatté con essa alla testa dei suoi eserciti. Da ciò dobbiamo dedurre che, se di bel volto, quel Davide non era affatto di bassa statura né aveva braccia delicate e sottili. Non era un gigante, ma di certo la cosa a cui meno assomigliava era un nano.

Fin dall’inizio del suo regno, la spada di Golia fu il simbolo regale per eccellenza che conferiva a chi ne era in possesso il trono di Giuda. La ricevette Salomone e Salomone la consegnò a suo figlio. Roboamo la passò al proprio, questi al successivo, e così passò di mano in mano durante i cinque secoli che intercorsero dall’incoronazione di Davide all’ultimo re di Gerusalemme.

Nabucodonosor la strappò dalle mani dell’ultimo re vivente di Giuda e gettò quella spada da museo tra gli altri tesori che i suoi eserciti avevano raccolto in tutto il mondo. La vide così grande e pesante che la credette un oggetto decorativo. Se ne dimenticò e lì sarebbe rimasta per sempre se, dopo aver conquistato Babilonia, Ciro il Grande non l’avesse consegnata al profeta Daniele affinché facesse di quel simbolo sacro degli ebrei ciò che il suo spirito gli suggeriva.

Per diritto legittimo, la spada di Davide, la spada dei re di Giuda, spettava per eredità a Zorobabele. Ma il profeta Daniele gliela negò perché non era con la spada che avrebbe dovuto riconquistare la Patria Perduta. La spada di Golia sarebbe rimasta nella Grande Sinagoga dei Magi d’Oriente fino alla nascita del Figlio di Davide.

Non sappiamo come la spada di Golia sia finita nelle mani del Cid Campeador. Quello che sappiamo con certezza è che quella spada era la stessa che Giuseppe impugnava il giorno in cui entrò nel Tempio alla ricerca del Figlio di Maria.

La spada di Davide fu un dono dei Magi al padre del Messia. Spettava a lui custodirla fino al giorno dell’incoronazione di suo figlio.

Molti furono i doni che i Magi fecero a Giuseppe. Oro, incenso e mirra furono gli ultimi tre doni che gli offrirono; ma questi erano destinati al Bambino. In precedenza avevano donato a Giuseppe un cavallo iberico che volava come una stella cadente ed era in grado di attraversare la Samaria senza bere acqua né riposarsi. E tre cani della stessa cucciolata, discendenti dei cani che i re di Ninive portavano con sé nelle loro battute di caccia ai leoni. Uno si chiamava Deneb, l’altro Sirio e il terzo Kochab. Giuseppe non li portava mai fuori tutti insieme. Si assomigliavano talmente tanto che chi non conosceva Giuseppe pensava che ne possedesse un solo esemplare di quella specie in via di estinzione. Erano docili come agnellini ai piedi del loro padrone, ma più feroci del demone più malvagio dell’inferno più orribile se fiutavano il pericolo. I suoi tre cani, il suo cavallo iberico e la spada di Golia furono le tre cose che Giuseppe portò con sé da Betlemme il giorno in cui Isabella gli disse:

-Figlio mio, tutte le tue sorelle si sono sposate e sono felici; il ragazzo è ormai nel fiore degli anni e ha tutta la grazia di suo padre. Cleofa è forte, è alto, è intelligente, non tarderà a trovare chi lo ami alla follia. Molto presto la Figlia di Salomone sarà libera dal suo voto, non è forse questo ciò che il Figlio di Natan ha atteso per tutti questi anni?

E una quarta cosa Giuseppe portò con sé a Nazaret, che per lui era la più preziosa di tutte: il documento genealogico della sua Casata. Ma torniamo al punto.

Solo due volte nella sua vita la mano di Giuseppe si è protesa verso la spada di suo padre Davide. Il fatto che il braccio gli si sia proteso ci dice molto sulla statura dell’uomo e sulla forza del suo braccio. La prima volta fu quando Giuseppe andò a prendere Maria a casa di Isabella. La seconda, quando entrò nel Tempio per cercare il Figlio di Maria.

Cosa sarebbe successo se, invece di dire ai suoi genitori ciò che disse loro, il Bambino avesse detto a Giuseppe: «Figlio di Natan, dammi la spada dei re di Giuda»?  

 

 

POLVERE SEI E IN POLVERE RITORNERAI

Che cosa fu, in definitiva, ciò che quell'anziano rivelò al Bambino?

Che cosa gli mostrò perché il Figlio di Maria rinunciasse ai propri progetti?

Che cosa gli disse?

Perché quel Bambino tacque e rinunciò a salire sul cavallo del Figlio di Davide, il principe valoroso e impetuoso che, secondo l'interpretazione popolare delle Scritture, avrebbe dovuto guidare i suoi eserciti e portare la pace di Dio al mondo intero?

Perché Colui che era entrato nel Tempio deciso a rivelarsi e a reclamare ciò che gli spettava per diritto umano e divino abbandonò improvvisamente i suoi progetti messianici e seguì i «suoi genitori» senza pronunciare una parola?

Che quell'anziano, la cui identità scopriremo nella Seconda Parte, rivelò al Bambino la sapienza che tutti conoscete attraverso la tradizione della Chiesa fin dai tempi degli Apostoli, è fuori discussione.

Ma è altrettanto certo che vi fosse qualcosa di più.

Molto di più.

E l'unico modo per intuire ciò che attraversò la mente del Bambino consiste nel mettersi nei suoi panni.

Non arbitrariamente, secondo ciò che piace a noi o che appare conforme alla nostra natura.

Per un momento dimentichiamo tutto ciò che abbiamo ascoltato finora e proviamo a guardare la realtà con i suoi occhi.

Per farlo accetteremo la tesi cattolica dell'Incarnazione del Figlio di Dio.

La accetteremo in tutta la sua portata e ne seguiremo le conseguenze fino in fondo.

Prenderemo dunque in considerazione la possibilità che quel Bambino fosse davvero il Figlio di Dio in persona.

Non un figlio adottivo nel senso in cui tutti gli uomini sono figli di Dio.

E nemmeno un figlio di Dio nel senso in cui gli angeli vengono chiamati figli di Dio nel Libro di Giobbe.

No.

Supporremo che quel Bambino fosse Figlio di Dio nello stesso senso in cui la fede cristiana proclama l'Unigenito del Padre: generato dal suo stesso Essere.

E che, in quanto Unigenito, soddisfacesse pienamente ciò che il Credo afferma di Lui: Luce da Luce, Dio vero da Dio vero.

È una possibilità.

Ed è questa possibilità che prenderemo in esame.

Il primo a prenderla sul serio fu Gesù stesso.

Nella sua predicazione si presentò come la Ragione ultima della Creazione, la Causa per la quale Dio compie tutte le cose, compreso l'intero Universo.

Da questa prospettiva di Figlio Unigenito poté dire ai Giudei:

«Prima che Abramo fosse, Io Sono.»

Un'affermazione coerente, se davvero la sua presenza precedeva ogni realtà creata e accompagnava l'opera del Padre fin dal principio.

Con la stessa coerenza dichiarò:

«Il Padre mostra al Figlio tutto ciò che fa.»

L'altro aspetto, cioè la promessa di partecipare ai futuri atti creatori di Dio, per il momento non ci interessa.

La nostra ipotesi è un'altra.

Quando Dio inaugurò l'Inizio e creò i Cieli e la Terra, il suo Figlio Unigenito era al suo fianco.

E fu per amore di Lui che Dio volle la creazione dell'uomo.

Tutto sembrava perfetto.

Finché Adamo non commise l'errore di lasciarsi ingannare dal Serpente.

Al di là delle questioni che il rapporto tra libertà umana e perfezione divina può suscitare, ciò che qui conta è un'altra cosa.

Il Figlio di Dio visse la caduta di Adamo come qualcosa che lo riguardava personalmente.

Dalle Scritture si può dedurre che, per un certo tempo, Dio e suo Figlio lasciarono Adamo ed Eva a se stessi.

Quando tornarono, si trovarono davanti al fatto compiuto.

Il Padre comprese ciò che era accaduto, pronunciò il suo giudizio e, come Giudice dell'Universo, emise la sentenza.

Al Serpente annunciò che sarebbe venuto un figlio di Adamo a schiacciargli il capo.

Ad Adamo ed Eva decretò la morte.

Sconvolto da quella ribellione contro Dio, il Figlio sentì sorgere dentro di sé il desiderio del giorno in cui il Figlio dell'Uomo avrebbe vendicato suo fratello Adamo.

Ma quel Giorno della Vendetta non sarebbe arrivato subito.

Nessuno sapeva quando sarebbe giunto.

Il Figlio di Dio vedeva soltanto che, con il passare dei secoli, l'umanità si allontanava sempre più dalla propria identità originaria.

Quella perdita gli appariva immensa.

E immenso gli appariva l'odio accumulato contro gli angeli ribelli.

Così desiderò, con tutto il suo Essere, scendere personalmente sulla Terra per affrontare il Diavolo.

Una volta sconfitto il Nemico, la corona di Adamo sarebbe appartenuta al Vincitore.

E poiché il Vincitore e il Figlio di Dio erano la stessa Persona, durante il suo regno l'umanità avrebbe potuto uscire dall'inferno morale in cui era precipitata e riprendere il cammino per cui era stata creata.

Il Figlio di Dio venne dunque sulla Terra con il fuoco nelle vene e il desiderio di asciugare le lacrime del mondo.

La sua spada era la sua Parola.

Per conquistare il mondo non aveva bisogno della spada di Golia.

Gli bastava aprire la bocca.

Poteva ordinare ai venti di sollevarsi.

Agli eserciti di deporre le armi.

Ai popoli di riconciliarsi.

Portava la Pace.

Era l'alfiere di una Salvezza che supera la Morte e conduce l'uomo all'Immortalità.

L'Immortalità?

Ho detto l'Immortalità?

«Sì, figlio mio», gli rispose Simeone. «Ma vuoi forse ribellarti alla sentenza di tuo Padre?

Per salvare noi, vuoi forse condannare te stesso?

Per salvare il presente, vuoi compromettere il futuro?

È vero: tuo Padre ti ha mandato ad affrontare il Maligno e tu gli schiaccerai il capo.

Ma se abbatti le mura della nostra prigione contro il giudizio divino, in che cosa ti distinguerai da colui contro il quale sei venuto a combattere?

Il giudizio di Dio è irrevocabile:

polvere sei e in polvere ritornerai.

Questo è il nostro destino.

Ti ha forse detto il Padre:

"Va', annuncia loro la fine della prigionia. Liberali e concedi loro l'immortalità che desiderano fin dalla creazione"?

Non vedi, figlio mio, che lasciandoti trascinare dall'amore che provi per noi rischi di trascinare te stesso nella rovina e con te l'intera Creazione?

Chi può proclamare la nostra libertà se non il Giudice di tutti?

Ma se questo Potere è stato affidato al Figlio, allora agisci secondo la tua volontà.»

 

 

 

RINASCERE

Gli emigranti tornarono a Nazaret, per così dire, ricchi.

Giuseppe vendette la «Falegnameria dell'Ebreo» a un ottimo prezzo.

«Addio, Alessandria, addio», sussurrarono le labbra di Giuseppe, mentre si lasciava alle spalle amici, affari, anni felici, nuove prospettive, una città sapiente, la gioia di aver vissuto esperienze meravigliose e di averne ascoltate altre difficili da credere, se non fossero uscite dalle labbra del Bambino.

Dall'altra parte dell'orizzonte lo attendeva il ritorno di un dolore assopito sotto le spesse coperte di un subconscio profondamente ferito.

Tornare a Nazaret?

Stabilirsi a Betlemme, la città dei suoi padri?

Che cosa avrebbe fatto?

Durante l'assenza della Signora del Nido della Cicogna di Nazaret, la grande casa sulla collina, Giovanna, sorella di Maria, aveva mantenuto viva l'eredità di suo nipote Gesù.

Da questo punto di vista Giuseppe non aveva alcuna preoccupazione. Tutto ciò che apparteneva a sua moglie apparteneva anche a lui. Avrebbe potuto vivere dei proventi della proprietà e godersi una vita tranquilla.

Solo che un simile modo di pensare non gli apparteneva.

Da padre qual era, Giuseppe si preoccupava più del futuro dei figli di Cleofa che del proprio benessere.

A quel tempo suo cognato aveva già messo al mondo una numerosa famiglia. Se Maria fosse rimasta nubile, sarebbe stato naturale che l'eredità di Giacobbe di Nazaret e tutto ciò che rappresentava passassero al ramo maschile della famiglia; in quel caso il futuro dei figli di Cleofa sarebbe stato strettamente legato ai beni della zia.

Ma le cose erano andate diversamente.

Prima o poi quei ragazzi avrebbero dovuto lasciare la casa della zia Maria, costruire una propria esistenza e fondare una famiglia.

Per questo Giuseppe prese una decisione definitiva: ricominciare da capo.

Come la prima volta che era arrivato a Nazaret.

Sconosciuto a tutti.

Senza altro tetto che il cielo.

Gli orizzonti per pareti.

La terra per pavimento.

Una pietra come cuscino sotto le stelle.

I fedeli cani assiri di guardia accanto al fuoco.

L'aurora all'orizzonte.

La stella del mattino sotto la luna.

Gerusalemme lontana.

La strada verso la Samaria come il viaggio attraverso un corpo vivente, fino al cuore nascosto della terra.

Perché no?

Dio non dona forse la sua forza affinché lo spirito rimanga giovane?

Le energie possono diminuire, ma la volontà sopravvive alla stanchezza delle ossa.

Certo, riaprire una falegnameria sarebbe stato un lavoro impegnativo. Tuttavia né a Giuseppe né a Cleofa mancavano il coraggio o l'energia necessari per ricominciare da zero.

Inoltre le creature tenebrose che avevano ordinato la Strage degli Innocenti erano ormai morte.

E, a dire il vero, anche se Giuseppe non appariva particolarmente entusiasta all'idea di tornare in patria, sentiva nascere dentro di sé il desiderio di ritrovare la propria famiglia, rivedere fratelli e sorelle e osservare sua moglie e suo cognato felici tra le braccia della madre.

La natura umana è tessuta con i fili dell'amore divino e ha bisogno di essere bagnata dalle lacrime della gioia. Solo così può vincere quella tendenza che la spinge ad assomigliare alle bestie, che non ridono e non piangono.

Quanto al lavoro, Giuseppe avrebbe potuto dedicarsi all'agricoltura.

Ma quello non era il suo mondo.

Il mestiere del falegname e dell'ebanista gli scorreva nel sangue. Era la sua vocazione.

Sapeva piantare un chiodo a occhi chiusi e levigare il legno più ruvido senza interrompere una conversazione.

La campagna non faceva per lui, né lui era fatto per la campagna.

E poi c'era sua cognata Giovanna, che continuava a occuparsi con abilità della proprietà.

Per quanto riguardava il laboratorio di cucito di Nazaret, la gestione era ormai affidata alle lavoratrici di Maria, la quale, completamente dedicata alla famiglia, aveva preferito lasciare tutto com'era.

Il Bambino, invece, non appena mise piede in Israele, attese con impazienza il giorno della sua ammissione alla comunità come membro adulto.

Normalmente ciò avveniva intorno ai tredici o quattordici anni.

Nel suo caso si anticipò ai dodici.

La sua mente correva più veloce di quella di molti uomini maturi.

E non lo dico per impressionare il lettore.

Durante tutto il viaggio dall'Egitto a Israele il Bambino fu instancabile.

Se fosse dipeso da Lui, avrebbe preso il volo oppure avrebbe corso sulle acque fino a Gerusalemme senza fermarsi.

Nella sua immaginazione vedeva già tutto.

Sarebbe entrato nel Cortile del Tempio.

Avrebbe chiesto la parola.

E dalla sua bocca sarebbe uscita la verità.

Tutta la verità.

Nient'altro che la verità.

«Eccomi, Gerusalemme», sussurrò il Bambino mentre l'Egitto scompariva dietro di lui.

L'idea che Gesù aveva allora del proprio destino messianico coincideva con quella diffusa tra il popolo del suo tempo.

Il Figlio di Davide si sarebbe presentato davanti alle autorità del Tempio rivestito di gloria.

Avrebbe radunato i figli di Abramo dispersi nel mondo.

E li avrebbe guidati fino ai confini della terra.

Con questi pensieri nel cuore, dopo la cerimonia che sancì il suo ingresso nella comunità, Gesù si recò al Tempio per dare inizio al suo progetto.

Il primo giorno avrebbe attirato l'attenzione.

Il secondo la sua fama si sarebbe diffusa.

Il terzo tutti i sapienti d'Israele avrebbero riconosciuto la sua natura divina.

Il quarto il Messia sarebbe stato sul suo trono a chiamare a raccolta gli eserciti del Signore.

E così avvenne.

Almeno nei primi due giorni.

Il terzo, però, accadde qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

Meravigliate dall'intelligenza di quel Bambino che sembrava sapere più di tutti i sapienti d'Israele messi insieme, le autorità del Tempio decisero di riunirsi per comprendere ciò che stava accadendo.

Tra loro sedeva anche Simeone.

Era lo stesso anziano che aveva accolto il neonato Gesù e aveva dichiarato di poter morire in pace dopo aver visto il Cristo.

Dio, tuttavia, sembrava avere altri progetti per lui.

Invece di portarlo con Sé, lo aveva lasciato ancora sulla terra.

Non appena Simeone vide il Bambino, lo riconobbe.

Sconvolto da ciò che aveva davanti agli occhi, prese la parola quando ormai tutti erano convinti di trovarsi davanti al Figlio di Davide.

«Dimmi, figlio mio», disse rompendo il silenzio.

Poi pronunciò parole che contenevano una sapienza sconosciuta non solo al Bambino, ma anche a tutti gli altri presenti.

«Che cosa accadrà quando te ne andrai? Perché un giorno te ne andrai. Gli uomini torneranno forse alla loro vita di sempre? O credi che il Cristo resterà con loro per sempre?»

Gesù rimase sorpreso.

Di che cosa stava parlando quell'anziano?

Tra le proteste degli altri maestri, Simeone spiegò che il Cristo avrebbe dovuto trovarsi circondato da uomini ostili, prendere su di sé i peccati del mondo e offrirsi come Agnello di espiazione.

«Se il Messia si siede sul suo trono terreno, come potranno compiersi le Scritture?» concluse.

Il Bambino rimase senza parole.

Era dunque Lui il Signore annunciato da Isaia?

Non era una questione di ignoranza.

Conosceva a memoria i libri profetici.

Ciò che lo sconvolgeva era l'interpretazione che Simeone ne dava.

Era una sapienza nuova.

Una rivelazione inattesa.

Qualcosa di tanto sorprendente per Lui quanto per tutti coloro che stavano ascoltando.

 

IL PENSIERO DI CRISTO

Che il Figlio di Dio non avesse bisogno della crocifissione per recuperare la propria condizione soprannaturale ci viene mostrato dagli evangelisti nell'episodio della Trasfigurazione.

La Trasfigurazione è precisamente la risposta a questa domanda.

La necessità della morte di Cristo, di cui parlano i Vangeli, appartiene infatti ai presupposti della Dottrina del Regno dei Cieli.

Se vi era una necessità nella morte di Cristo, essa non derivava dall'incapacità di Gesù di recuperare la sua natura divina.

Per recuperarla, gli sarebbe bastato desiderarlo.

Quando fece ritorno a Nazaret, ciò che realmente accadde al Bambino fu una rinascita.

Il Figlio di Dio fatto uomo, che bruciava dal desiderio di crescere e che attendeva con impazienza il giorno in cui avrebbe potuto sedere tra gli adulti, si calò finalmente nella condizione umana.

Dio è lassù e noi siamo quaggiù.

E tutta la tragedia dell'umanità passa attraverso quel ponte fragile che attraversa le sabbie mobili dell'esistenza.

Come conoscere il pensiero di Dio?

Come comprendere il suo progetto di salvezza eterna?

Ora era un uomo a porsi le stesse domande che tutti gli uomini si pongono e alle quali nessuno sembra saper rispondere.

Ora era Cristo ad alzare gli occhi verso il Cielo e a cercare il pensiero del Padre.

Ora era il Figlio dell'Uomo a riconoscere la propria ignoranza e a cercare la sapienza di Dio.

Ma hai dodici anni.

E hai tutta la vita davanti a te.

Ogni mattina ti alzi portando quella Croce.

E ogni anno che passa, quella Croce diventa più pesante.

Che tu lo voglia o no, il suo peso finirà per schiacciarti più di una volta.

Puoi fare tutto e non fai nulla.

Vedi il mondo vivere nell'inferno della sua condizione e non puoi intervenire, benché possieda il potere per cambiare ogni cosa.

Puoi salvare il Presente e compromettere il Futuro.

Oppure puoi lasciare che il Presente percorra il proprio destino e conservare la tua libertà per il giorno in cui il prigioniero uscirà finalmente dalla sua prigione.

Lo attenderai oltre quella soglia per guidarlo verso un Giorno nuovo che non finirà mai.

Fino ad allora, il mondo dovrà seguire il proprio cammino.

E fino a quando non giungerà la tua Ora dovrai attraversare molte notti oscure.

Nessuno potrà sostenerti.

Nessuno comprenderà davvero ciò che accade dentro di te.

Non avrai accanto qualcuno con cui condividere il tuo destino.

Nessuno sarà in grado di tenderti la mano, perché nessuno saprà perché stai sprofondando.

Tu sei Gesù di Nazaret.

Un giovane ricco.

Possiedi tutto ciò che un uomo potrebbe desiderare e hai bisogno di ben poco.

Le porte si aprono ovunque tu vada.

Gli uomini ti trattano con rispetto.

La tua parola vale oro.

Eppure nessuno conosce il tuo segreto.

Solo una Donna.

Tuo padre è morto quando avevi circa vent'anni.

Anche Cleofa non c'è più.

Sono rimaste soltanto tua Madre e sua sorella Giovanna.

Solo loro sanno chi sei.

Ma nemmeno loro sanno dove stai andando.

Nemmeno loro conoscono il cammino che hai scelto.

Sei solo.

Quando le tempeste si scateneranno nella tua mente, non avrai nessuno da stringere a te.

Se non perderai la ragione sarà perché sei chi sei.

E tuttavia dovrai affrontare la tempesta aperta, sotto il cielo nero, senza rifugio contro la pioggia che cade sul tuo corpo mortale.

Quanto più dolce è la vita che conduci, tanto più amaro sarà ciò che ti attende.

Per chi muore di fame, il pane raffermo ha il sapore della gloria.

Ma lo stesso pane, offerto a chi è abituato all'abbondanza, sembra duro come pietra.

I tuoi denti, Gesù, conoscono il pane migliore.

Il tuo corpo è abituato alle vesti più raffinate.

Eppure guiderai uomini verso la tua stessa sorte.

Non vacillerai?

I loro fantasmi non verranno a cercarti nei tuoi sogni?

Non ti ritroverai nei deserti, in ginocchio, a implorare misericordia?

Non ti perseguiteranno le visioni dei loro corpi straziati nei circhi romani mentre guardi il Cielo e chiedi la fine della condanna pronunciata contro Eva e i suoi figli?

Quanto durerà ogni anno della tua vita?

I vent'anni che ti attendono non ti sembreranno un'eternità?

Li vedi già davanti a te.

Sono tutti innocenti.

Uno per uno.

Il loro unico delitto è amarti.

Ti amano più del tempo.

Più dell'immortalità.

Più di tutti i tesori dell'universo.

Tu sei la loro vita.

Ed eccoli là, appesi alle loro croci, protagonisti di uno spettacolo sanguinoso che canta la follia degli uomini.

Vedono le tue lacrime.

E nel giorno del loro martirio cercano di consolare il tuo cuore affinché il desiderio di vendetta non si risvegli dentro di te.

Non sentirai sulla tua carne il peso delle loro sofferenze?

Non implorerai misericordia al Padre?

Non cercherai forse una via diversa?

Eppure il Calice è colmo.

E dovrai berlo fino all'ultima goccia.

Una Speranza ti sostiene.

Ma non puoi raccontarla a nessuno.

Non puoi condividere con nessuno quella gioia infinita che attraversa il tuo essere quando, guardando Colui che siede sul Trono del Giudizio Universale, contempli anche te stesso.


LA MORTE DI CLEOFA

Cleofa, padre di Giacomo il Giusto e dei suoi fratelli, fu un uomo benedetto.

Se è vero che, prima della morte, l'essere umano rivive gli anni trascorsi in questo mondo, gli ultimi momenti del fratello di Maria furono felici.

L'unico dolore che avrebbe potuto offuscare quei ricordi luminosi, la morte di suo padre poco dopo la sua nascita, non riuscì nemmeno a turbare gli ultimi istanti della sua vita.

Sua sorella Maria aveva trasformato quell'assenza fisica in una presenza costante e amorevole, come quella di un angelo custode sempre chino sul suo bambino.

Ora che si trovava a un passo dalla soglia della morte, Cleofa poteva ricordare con un sorriso il modo in cui sua sorella maggiore aveva alleviato il vuoto lasciato dal padre.

E come avrebbe potuto dubitare della sua innocenza il giorno in cui sua madre gli confidò il mistero dell'Annunciazione?

Fu il primo uomo al mondo a conoscere il Mistero dell'Incarnazione.

E fu il primo a credere senza riserve nella Vergine destinata a concepire il Re Messia.

Sua madre lo prese da parte e gli parlò con chiarezza:

«Figlio mio, accadrà questo, questo e questo. E voglio che tu faccia questo, questo e questo.»

Cleofa lasciò ogni cosa.

Dimenticò per un momento sua moglie e i suoi due figli piccoli, sellò il proprio cavallo, preparò una giumenta per sua sorella e, senza fornire al cognato spiegazioni oltre lo stretto necessario, aprì la strada alla Vergine attraverso la Samaria.

Com'era bello allora.

Un giovane cavaliere sul suo cavallo focoso, con lo sguardo dell'aquila rivolto all'orizzonte e la mano pronta sull'elsa della spada.

Sembrava deciso a tracciare attorno a sua sorella quel cerchio invalicabile che, secondo la leggenda, un soldato romano tracciò attorno a un grande re d'Oriente:

«Se oltrepassi questa linea, dichiari guerra a Roma. Se ti ritiri, vai in pace. Se vuoi la guerra, l'avrai.»

Giuseppe gli affidò come compagni di viaggio due dei suoi cani, Deneb e Kochab.

Persino quelle nobili creature sembravano condividere la tensione del loro giovane padrone umano.

Deneb avanzava in testa al gruppo.

Kochab vigilava sulla retroguardia.

La Vergine sarebbe scesa da sola in Giudea, confidando esclusivamente nel Signore e nell'angelo Gabriele.

Ma era bello vedere Cleofa avvolgerla con il mantello della propria fede assoluta nella sua innocenza.

Qualche tempo prima che a Nazaret si iniziasse a parlare apertamente dello stato di gravidanza della promessa sposa del falegname, era arrivato da Gerusalemme un giovane messaggero in cerca di Giuseppe.

Portava una comunicazione da parte di Zaccaria.

Il contenuto del messaggio lasciò Giuseppe sbalordito:

Elisabetta era incinta.

Quando, poco dopo, sua suocera decise di mandare Maria ad assistere Elisabetta durante gli ultimi mesi della gravidanza, Giuseppe trovò la cosa naturale.

Ciò che invece lo sorprese fu vedere Cleofa anticiparlo e assumersi personalmente il compito di accompagnare sua sorella verso sud.

Dal letto di morte, Cleofa ricordava ancora l'espressione di stupore del cognato quando lo sentì parlare con l'autorevolezza di un uomo ormai maturo.

«Non c'è altro da discutere. Mia madre dispone, sua figlia obbedisce e io, suo figlio, eseguo. Fino al giorno delle tue nozze la tua promessa sposa è sotto l'autorità di mia madre. Non c'è altro da dire, Giuseppe. Quando torneremo, ci rivedremo.»

Giuseppe lo osservò in silenzio.

Era lo sguardo di chi scopre improvvisamente l'uomo nascosto nel ragazzo e ne è felice.

Perché è così che devono andare le cose.

Zaccaria ed Elisabetta si erano ritirati nella loro casa di campagna sui monti della Giudea, lontano da Gerusalemme.

Da qualche tempo il figlio di Abia aveva lasciato l'incarico che aveva occupato per tutta la vita all'interno della gerarchia sacerdotale del Tempio.

Da poco aveva anche abbandonato il servizio attivo.

Poiché il sacerdozio era a vita e non aveva figli a cui trasmettere il proprio turno, avrebbe dovuto rimanere in carica fino alla morte o all'infermità.

E l'infermità arrivò.

Divenuto muto, non fu più in grado di continuare l'attività pubblica che per tanti anni aveva svolto.

L'amministrazione del tesoro del Tempio apparteneva alle famiglie sacerdotali titolari dei ventiquattro turni di servizio.

A capo di quel consiglio sedeva il Sommo Sacerdote, scelto a sua volta tra quelle stesse famiglie.

Normalmente gli incarichi passavano di padre in figlio.

Ma Zaccaria non aveva eredi.

La soluzione più comune sarebbe stata mettere il proprio turno a disposizione del consiglio affinché venisse assegnato a un successore.

Molti erano disposti a pagare cifre considerevoli per ottenere un tale privilegio.

Contro ogni convenienza personale, Zaccaria si rifiutò categoricamente di vendere il proprio turno.

Si guadagnò così non pochi nemici.

Nessuno poteva obbligarlo a rinunciare all'eredità ricevuta da suo padre.

E lui non lo fece.

Nessuno seppe mai che cosa gli avesse annunciato l'angelo.

Ma le conseguenze di quell'incontro furono straordinarie.

Divenuto muto, Zaccaria fu costretto a ritirarsi e a lasciare il proprio incarico.

Così si trasferì definitivamente nella villa che possedeva con la moglie sui monti della Giudea.

Una casa lontana dal rumore del mondo.

Lì soltanto Simeone il Giovane aveva libero accesso.

A parte lui, le visite erano rarissime.

Il motivo era semplice.

Zaccaria ed Elisabetta stavano vivendo un miracolo.

Dal letto di morte, Cleofa ricordava ancora lo stupore provato quando aveva incontrato quei due anziani.

Zaccaria sembrava ringiovanito.

Elisabetta, nonostante i capelli bianchi, irradiava una vitalità sorprendente.

E il bambino assomigliava già al nonno.

Non parlava ancora, naturalmente, ma non smetteva mai di muoversi.

Solo un'altra coppia nella storia sacra aveva vissuto qualcosa di simile:

Abramo e Sara.

Dal portico della loro casa, Cleofa ricordava di aver guardato la valle domandandosi:

«Che ti prende, Giuseppe? Perché ci metti tanto?»

E come dimenticare la gioia provata quando vide apparire il cognato all'orizzonte, lanciato al galoppo attraverso la pianura?

Gli si riempirono gli occhi di lacrime quando vide quel gigante inginocchiarsi davanti alla Vergine e chiederle perdono per aver dubitato della sua innocenza.

Quando Giuseppe annunciò che avrebbe portato Maria e Gesù lontano da Erode, Cleofa gli rivolse uno sguardo eloquente:

«E tu pensavi davvero che sarei rimasto qui mentre conducevi mia sorella chissà dove?»

Fin dal primo incontro, Cleofa era entrato nelle grazie di Giuseppe.

E da allora non si separarono più.

Padre di una famiglia numerosa, Cleofa non criticò mai il comportamento di Gesù né il modo in cui Giuseppe lo educava.

Se suo figlio Giacomo si feriva lavorando il legno mentre Gesù trascorreva il tempo sulle colline, Cleofa osservava tutto con serenità.

Dopotutto, anche lui era stato il "signorino" del Nido della Cicogna.

Così lo aveva cresciuto sua madre.

Tra tutti i ragazzi di Nazaret era stato lui quello dispensato dai lavori più pesanti.

Giovanna si occupava dei campi.

Maria dirigeva la sartoria più prospera della zona.

E, di tanto in tanto, la nonna Isabella arrivava da Gerusalemme carica di doni.

Come avrebbe potuto dimenticare il bambino di casa?

La missione di Cleofa era stata semplice:

vivere la vita.

Per questo Gesù gli ricordava continuamente se stesso.

Rideva osservando Giuseppe alle prese con vicini e amici che criticavano il modo in cui cresceva suo figlio.

Anche lui era rimasto sorpreso dal cambiamento radicale di Gesù dopo il ritorno da Gerusalemme.

E, proprio come Maria, non riusciva a spiegarselo.

L'unico che sembrava comprenderlo era Giuseppe.

Non appariva sorpreso.

Sembrava sapere perfettamente che cosa stesse accadendo al Bambino.

E, come Gesù, manteneva il silenzio.

Maria e Cleofa guardavano il ragazzo cercando risposte.

Giuseppe no.

Era l'unico che gli stava accanto senza interrogativi.

L'unico capace di trattarlo in modo naturale.

Con lui Gesù sembrava dimenticare il peso dei propri pensieri e tornare a essere il giovane intelligente, laborioso e pieno di vita che tutti ammiravano.

Sì.

Cleofa aveva avuto una vita meravigliosa già prima di conoscere Giuseppe.

Ma quel gigante nomade sul suo cavallo iberico, accompagnato dai tre cani assiri che sembravano usciti da un antico palazzo di Ninive, aveva portato nella sua vita qualcosa che gli era sempre mancato:

l'immagine di un padre.

L'immagine di un fratello maggiore.

E ora, sul letto di morte, sapeva che quello stesso uomo sarebbe stato per i suoi figli ciò che lui non avrebbe più potuto essere.

Sì.

Se è vero che la mente ripercorre tutta la vita prima di morire, Cleofa rivisse anni straordinari.

Una sorella come la Vergine.

Un nipote come il Messia.

Un cognato che sembrava un cherubino.

Una moglie meravigliosa.

Figli e figlie sani e forti.

«Giuseppe...», mormorò dal letto.

«Fratello», rispose Giuseppe avvicinandosi. «I tuoi figli saranno i miei figli. Le tue figlie saranno le mie figlie. Tra tutti noi, in questo momento, il benedetto sei tu. Nostro padre Davide attende il suo principe Cleofa nella luce che si accenderà quando chiuderai gli occhi. Lì ci ritroveremo. E quando verrà il mio tempo, vieni tu a stringermi la mano.»

E così avvenne.

Cleofa morì giovane, come suo padre Giacobbe.

«Proprio come nostro padre, Giovanna. Nel fiore degli anni. Quanto ci mancherai, fratello!», pianse Maria.

Lo seppellirono a Nazaret, nella tomba di suo padre Giacobbe, accanto a suo nonno Matán e sopra le spoglie di Abiud, figlio di Zorobabele, figlio di Salomone, figlio di Davide.

 

CRISTO GESÙ

Non sappiamo in quale momento della vita attraversiamo il confine tra infanzia e adolescenza.

Né sappiamo quando smettiamo di essere giovani per diventare adulti.

Non sembra esistere una regola universale.

Ognuno lo scopre da sé e lo vive a modo proprio.

Se questo vale per noi, quanto più difficile è applicare le nostre categorie psicologiche al Gesù dei Vangeli.

Una volta scelto di guardarlo come Egli guardava se stesso, e dopo aver tentato di comprendere ciò che attraversava la sua mente, possiamo proseguire.

Esistono ancora molte zone d'ombra che il pensiero dei secoli passati non è riuscito a illuminare.

E spesso coloro che hanno tentato di penetrare il suo mondo interiore ci hanno lasciato immagini deformate dalle proprie passioni.

Se anch'io, in qualche momento, mi sono lasciato trascinare dalle mie, il lettore deve concedersi la libertà di ricostruire il filo della storia secondo la propria intelligenza.

L'autore può soltanto indicare un orizzonte.

Può dipingere ciò che vede.

Ma il modo di vedere appartiene sempre a chi osserva.

Per questo il lettore dovrà adattare ciò che legge al proprio modo di ridere, di piangere, di amare, di soffrire, di comprendere e perfino di ignorare.

Torniamo, dunque, con Gesù alla casa dei suoi genitori a Nazaret.

Sapendo ora ciò che ha scoperto a Gerusalemme, la realtà della propria Croce, proviamo ad aprire l'orizzonte dei suoi ricordi così come furono vissuti da Lui e dai suoi cari.

Il Bambino che era sceso a Gerusalemme appariva, agli occhi di chi lo osservava dall'esterno, come un piccolo signore.

Suo cugino Giacomo, per esempio, aveva un paio d'anni più di lui.

Mentre Gesù non aveva ancora imparato veramente il mestiere della falegnameria, Giacomo era già un apprendista esperto.

Giuseppe dovette sopportare più di una critica.

«Lo stai viziando», gli dicevano.

Non parliamo di invidia.

La verità è che la mentalità dei piccoli paesi è sempre stata terreno fertile per giudizi superficiali.

Quelle critiche non impressionavano Maria.

E difficilmente avrebbero potuto essere prese sul serio.

Quel Bambino era l'erede della figlia di Giacobbe.

Gran parte di ciò che i nazareni vedevano attorno a loro apparteneva legalmente al «signorino Gesù».

Se i suoi genitori non desideravano vederlo lavorare con martelli e chiodi, nessuno aveva titolo per rimproverarli.

Ma, dopo il ritorno da Gerusalemme, qualcosa cambiò.

Bruscamente.

Completamente.

Il Bambino ruppe l'immagine del «signorino» e si unì a suo padre con l'impegno e la disciplina del miglior apprendista.

Maria lo vedeva lavorare fino allo sfinimento.

Per tutta la sua infanzia non aveva mai mostrato interesse per il lavoro manuale.

Adesso cercava continuamente nuove occupazioni.

Bastava che Giuseppe gli chiedesse qualcosa e lui obbediva immediatamente.

Persino suo padre si sorprendeva.

«Che cosa ti succede, figlio mio?», si domandava.

E non era soltanto nella falegnameria.

Se zia Giovanna aveva bisogno di aiuto, Gesù era il primo a offrirsi.

Se occorreva raccogliere mandorle o mietere il grano, era lui ad arrivare per primo all'alba.

Non si lamentava.

Non protestava.

Non rifiutava mai un compito.

Sembrava aver bisogno di tenersi costantemente occupato.

Come se volesse sfuggire a un pensiero.

Come se cercasse di dimenticare qualcosa.

Aveva bisogno della fatica.

Le braccia lo facevano soffrire.

I tendini gli tremavano per la stanchezza.

Ma non si fermava.

Si alzava per primo.

Andava a letto per ultimo.

Non giocava più con gli altri ragazzi.

Non parlava quasi mai.

Il cambiamento fu tanto improvviso che Maria trascorreva lunghe serate seduta accanto al suo letto mentre lui dormiva.

Si chiedeva che cosa accadesse dentro di lui.

Un tempo le raccontava tutto.

Ora sembrava diventato un estraneo.

Per gli altri era semplicemente un ragazzo obbediente e silenzioso.

Per lei era qualcosa di molto diverso.

«Sta diventando un uomo», le dicevano.

Ma quella spiegazione non le bastava.

Lei sapeva che suo Figlio non funzionava come gli altri bambini.

Non aveva forse già visto la sua sofferenza ad Alessandria?

Allora era riuscita a raggiungere il suo cuore.

Questa volta no.

Questa volta ogni strada sembrava chiusa.

L'unica cosa che poteva fare era sdraiarsi accanto a lui e custodire il suo sonno.

Perché sapeva che, qualunque cosa stesse vivendo, il suo Bambino non le avrebbe aperto la porta della propria mente.

Non era semplice tristezza.

Non era nemmeno dolore.

Era qualcosa di più profondo.

Qualcosa di talmente profondo che il suo sguardo si perdeva negli occhi di Gesù senza riuscire a raggiungere l'orizzonte dove Egli custodiva i propri pensieri.

«Che cosa ti succede, figlio mio?», si chiedeva in silenzio.

Sapendo che, questa volta, il suo Bambino non le avrebbe dato alcuna risposta.

 

LA MORTE DI CLEOFA

Cleofa, padre di Giacomo il Giusto e dei suoi fratelli, fu un uomo benedetto.

Se è vero che, prima della morte, l'essere umano rivive gli anni trascorsi in questo mondo, gli ultimi momenti del fratello di Maria furono felici.

L'unico dolore che avrebbe potuto offuscare quei ricordi luminosi, la morte di suo padre poco dopo la sua nascita, non riuscì nemmeno a turbare gli ultimi istanti della sua vita.

Sua sorella Maria aveva trasformato quell'assenza fisica in una presenza costante e amorevole, come quella di un angelo custode sempre chino sul suo bambino.

Ora che si trovava a un passo dalla soglia della morte, Cleofa poteva ricordare con un sorriso il modo in cui sua sorella maggiore aveva alleviato il vuoto lasciato dal padre.

E come avrebbe potuto dubitare della sua innocenza il giorno in cui sua madre gli confidò il mistero dell'Annunciazione?

Fu il primo uomo al mondo a conoscere il Mistero dell'Incarnazione.

E fu il primo a credere senza riserve nella Vergine destinata a concepire il Re Messia.

Sua madre lo prese da parte e gli parlò con chiarezza:

«Figlio mio, accadrà questo, questo e questo. E voglio che tu faccia questo, questo e questo.»

Cleofa lasciò ogni cosa.

Dimenticò per un momento sua moglie e i suoi due figli piccoli, sellò il proprio cavallo, preparò una giumenta per sua sorella e, senza fornire al cognato spiegazioni oltre lo stretto necessario, aprì la strada alla Vergine attraverso la Samaria.

Com'era bello allora.

Un giovane cavaliere sul suo cavallo focoso, con lo sguardo dell'aquila rivolto all'orizzonte e la mano pronta sull'elsa della spada.

Sembrava deciso a tracciare attorno a sua sorella quel cerchio invalicabile che, secondo la leggenda, un soldato romano tracciò attorno a un grande re d'Oriente:

«Se oltrepassi questa linea, dichiari guerra a Roma. Se ti ritiri, vai in pace. Se vuoi la guerra, l'avrai.»

Giuseppe gli affidò come compagni di viaggio due dei suoi cani, Deneb e Kochab.

Persino quelle nobili creature sembravano condividere la tensione del loro giovane padrone umano.

Deneb avanzava in testa al gruppo.

Kochab vigilava sulla retroguardia.

La Vergine sarebbe scesa da sola in Giudea, confidando esclusivamente nel Signore e nell'angelo Gabriele.

Ma era bello vedere Cleofa avvolgerla con il mantello della propria fede assoluta nella sua innocenza.

Qualche tempo prima che a Nazaret si iniziasse a parlare apertamente dello stato di gravidanza della promessa sposa del falegname, era arrivato da Gerusalemme un giovane messaggero in cerca di Giuseppe.

Portava una comunicazione da parte di Zaccaria.

Il contenuto del messaggio lasciò Giuseppe sbalordito:

Elisabetta era incinta.

Quando, poco dopo, sua suocera decise di mandare Maria ad assistere Elisabetta durante gli ultimi mesi della gravidanza, Giuseppe trovò la cosa naturale.

Ciò che invece lo sorprese fu vedere Cleofa anticiparlo e assumersi personalmente il compito di accompagnare sua sorella verso sud.

Dal letto di morte, Cleofa ricordava ancora l'espressione di stupore del cognato quando lo sentì parlare con l'autorevolezza di un uomo ormai maturo.

«Non c'è altro da discutere. Mia madre dispone, sua figlia obbedisce e io, suo figlio, eseguo. Fino al giorno delle tue nozze la tua promessa sposa è sotto l'autorità di mia madre. Non c'è altro da dire, Giuseppe. Quando torneremo, ci rivedremo.»

Giuseppe lo osservò in silenzio.

Era lo sguardo di chi scopre improvvisamente l'uomo nascosto nel ragazzo e ne è felice.

Perché è così che devono andare le cose.

Zaccaria ed Elisabetta si erano ritirati nella loro casa di campagna sui monti della Giudea, lontano da Gerusalemme.

Da qualche tempo il figlio di Abia aveva lasciato l'incarico che aveva occupato per tutta la vita all'interno della gerarchia sacerdotale del Tempio.

Da poco aveva anche abbandonato il servizio attivo.

Poiché il sacerdozio era a vita e non aveva figli a cui trasmettere il proprio turno, avrebbe dovuto rimanere in carica fino alla morte o all'infermità.

E l'infermità arrivò.

Divenuto muto, non fu più in grado di continuare l'attività pubblica che per tanti anni aveva svolto.

L'amministrazione del tesoro del Tempio apparteneva alle famiglie sacerdotali titolari dei ventiquattro turni di servizio.

A capo di quel consiglio sedeva il Sommo Sacerdote, scelto a sua volta tra quelle stesse famiglie.

Normalmente gli incarichi passavano di padre in figlio.

Ma Zaccaria non aveva eredi.

La soluzione più comune sarebbe stata mettere il proprio turno a disposizione del consiglio affinché venisse assegnato a un successore.

Molti erano disposti a pagare cifre considerevoli per ottenere un tale privilegio.

Contro ogni convenienza personale, Zaccaria si rifiutò categoricamente di vendere il proprio turno.

Si guadagnò così non pochi nemici.

Nessuno poteva obbligarlo a rinunciare all'eredità ricevuta da suo padre.

E lui non lo fece.

Nessuno seppe mai che cosa gli avesse annunciato l'angelo.

Ma le conseguenze di quell'incontro furono straordinarie.

Divenuto muto, Zaccaria fu costretto a ritirarsi e a lasciare il proprio incarico.

Così si trasferì definitivamente nella villa che possedeva con la moglie sui monti della Giudea.

Una casa lontana dal rumore del mondo.

Lì soltanto Simeone il Giovane aveva libero accesso.

A parte lui, le visite erano rarissime.

Il motivo era semplice.

Zaccaria ed Elisabetta stavano vivendo un miracolo.

Dal letto di morte, Cleofa ricordava ancora lo stupore provato quando aveva incontrato quei due anziani.

Zaccaria sembrava ringiovanito.

Elisabetta, nonostante i capelli bianchi, irradiava una vitalità sorprendente.

E il bambino assomigliava già al nonno.

Non parlava ancora, naturalmente, ma non smetteva mai di muoversi.

Solo un'altra coppia nella storia sacra aveva vissuto qualcosa di simile:

Abramo e Sara.

Dal portico della loro casa, Cleofa ricordava di aver guardato la valle domandandosi:

«Che ti prende, Giuseppe? Perché ci metti tanto?»

E come dimenticare la gioia provata quando vide apparire il cognato all'orizzonte, lanciato al galoppo attraverso la pianura?

Gli si riempirono gli occhi di lacrime quando vide quel gigante inginocchiarsi davanti alla Vergine e chiederle perdono per aver dubitato della sua innocenza.

Quando Giuseppe annunciò che avrebbe portato Maria e Gesù lontano da Erode, Cleofa gli rivolse uno sguardo eloquente:

«E tu pensavi davvero che sarei rimasto qui mentre conducevi mia sorella chissà dove?»

Fin dal primo incontro, Cleofa era entrato nelle grazie di Giuseppe.

E da allora non si separarono più.

Padre di una famiglia numerosa, Cleofa non criticò mai il comportamento di Gesù né il modo in cui Giuseppe lo educava.

Se suo figlio Giacomo si feriva lavorando il legno mentre Gesù trascorreva il tempo sulle colline, Cleofa osservava tutto con serenità.

Dopotutto, anche lui era stato il "signorino" del Nido della Cicogna.

Così lo aveva cresciuto sua madre.

Tra tutti i ragazzi di Nazaret era stato lui quello dispensato dai lavori più pesanti.

Giovanna si occupava dei campi.

Maria dirigeva la sartoria più prospera della zona.

E, di tanto in tanto, la nonna Isabella arrivava da Gerusalemme carica di doni.

Come avrebbe potuto dimenticare il bambino di casa?

La missione di Cleofa era stata semplice:

vivere la vita.

Per questo Gesù gli ricordava continuamente se stesso.

Rideva osservando Giuseppe alle prese con vicini e amici che criticavano il modo in cui cresceva suo figlio.

Anche lui era rimasto sorpreso dal cambiamento radicale di Gesù dopo il ritorno da Gerusalemme.

E, proprio come Maria, non riusciva a spiegarselo.

L'unico che sembrava comprenderlo era Giuseppe.

Non appariva sorpreso.

Sembrava sapere perfettamente che cosa stesse accadendo al Bambino.

E, come Gesù, manteneva il silenzio.

Maria e Cleofa guardavano il ragazzo cercando risposte.

Giuseppe no.

Era l'unico che gli stava accanto senza interrogativi.

L'unico capace di trattarlo in modo naturale.

Con lui Gesù sembrava dimenticare il peso dei propri pensieri e tornare a essere il giovane intelligente, laborioso e pieno di vita che tutti ammiravano.

Sì.

Cleofa aveva avuto una vita meravigliosa già prima di conoscere Giuseppe.

Ma quel gigante nomade sul suo cavallo iberico, accompagnato dai tre cani assiri che sembravano usciti da un antico palazzo di Ninive, aveva portato nella sua vita qualcosa che gli era sempre mancato:

l'immagine di un padre.

L'immagine di un fratello maggiore.

E ora, sul letto di morte, sapeva che quello stesso uomo sarebbe stato per i suoi figli ciò che lui non avrebbe più potuto essere.

Sì.

Se è vero che la mente ripercorre tutta la vita prima di morire, Cleofa rivisse anni straordinari.

Una sorella come la Vergine.

Un nipote come il Messia.

Un cognato che sembrava un cherubino.

Una moglie meravigliosa.

Figli e figlie sani e forti.

«Giuseppe...», mormorò dal letto.

«Fratello», rispose Giuseppe avvicinandosi. «I tuoi figli saranno i miei figli. Le tue figlie saranno le mie figlie. Tra tutti noi, in questo momento, il benedetto sei tu. Nostro padre Davide attende il suo principe Cleofa nella luce che si accenderà quando chiuderai gli occhi. Lì ci ritroveremo. E quando verrà il mio tempo, vieni tu a stringermi la mano.»

E così avvenne.

Cleofa morì giovane, come suo padre Giacobbe.

«Proprio come nostro padre, Giovanna. Nel fiore degli anni. Quanto ci mancherai, fratello!», pianse Maria.

Lo seppellirono a Nazaret, nella tomba di suo padre Giacobbe, accanto a suo nonno Matán e sopra le spoglie di Abiud, figlio di Zorobabele, figlio di Salomone, figlio di Davide.

 

LA MORTE DI GIUSEPPE

La vita di Giuseppe il Falegname si spense poco tempo dopo quella di Cleofa.

Se l'esistenza di Cleofa era stata bella e degna di essere vissuta, quella di Giuseppe era stata la vita di un guerriero costantemente sull'orlo del precipizio, con i muscoli perennemente tesi, i nervi pronti a scattare, sempre vigile, sempre pronto ad adattarsi alla successiva svolta del destino.

«Nulla è predeterminato. Chi può sapere che cosa porterà il domani? Quando il libro della vita volterà pagina, allora si vedrà ciò che vi è scritto. E a ciascun giorno basti la sua fatica.»

«Ai figli dello Spirito spetta il compito di rispondere prontamente al suono della tromba che chiama all'azione.»

«La Morte colpisce sempre alle spalle; ma chi la guarda negli occhi le strappa dalle mani l'asso chiamato sorpresa.»

Proverbi di questo genere erano il pane quotidiano di Giuseppe il Falegname.

Zaccaria, il futuro padre di Giovanni Battista, suo precettore, tutore, mentore e maestro, aveva dedicato il proprio talento, la propria saggezza e tutto ciò che possedeva di migliore alla formazione del giovane Giuseppe.

Grazie alla sua pazienza e alla sua dedizione, il guerriero impetuoso che viveva nell'anima di Giuseppe imparò a guardare la Morte negli occhi e, con lo stesso coraggio, persino l'Inferno.

Ma c'era una cosa alla quale non si era mai preparato:

ritrovarsi intrappolato nelle reti di Dio.

Anche la sua concezione riguardo alla nascita del Figlio di Davide era quella comune a tutti: un padre, una madre, il matrimonio, la forza della carne, il richiamo del sangue.

Che Dio potesse intervenire direttamente attraverso l'Incarnazione del proprio Figlio?

No.

Una simile eventualità non gli era mai passata per la mente.

E, a dire il vero, nemmeno ciò che sarebbe accaduto dopo.

Ora, guardando indietro e rivivendo quei giorni, Giuseppe rideva di cuore.

Quella volta il guerriero era arrivato dall'altra parte del campo di battaglia.

Attorno al suo letto di morte, nipoti e parenti piangevano il cherubino che non aveva mai abbassato la guardia, l'eroe che non si era mai tolto né l'elmo né l'armatura.

Sembrava ormai pronto a consegnare l'anima.

Tutti credevano che le sue forze fossero giunte al tramonto e che il suo respiro stesse già dissolvendosi tra il Cielo e la Terra.

Ma Giuseppe si ridestò improvvisamente dal proprio torpore.

Fu il ricordo delle parole pronunciate al suo maestro Zaccaria il giorno in cui Elisabetta aveva annunciato il voto della Vergine.

«Sia fatta la volontà di Dio. Il mio popolo attende questo giorno da mille anni; anch'io posso attendere ancora dieci anni.»

Dio santo, quale svolta inattesa avevi preparato per il tuo servo!

Il giovane Giuseppe era cresciuto sognando il giorno in cui avrebbe visto nascere dal grembo della propria sposa il Re Messia, il Signore della Spada dei Re, il legittimo erede dei due rotoli messianici.

I suoi fratelli e le sue sorelle non capivano perché il loro Giuseppe non si sposasse all'età in cui tutti erano soliti farlo.

La vita era breve.

L'esistenza era dura.

In quei tempi nessuno poteva permettersi il lusso di lasciare trascorrere gli anni come gli antichi Patriarchi.

Molti diventavano nonni prima dei quarant'anni.

Che cosa aspettava il capo del clan dei falegnami di Betlemme per prendere moglie e dare discendenza alla famiglia?

Giuseppe taceva.

Rispondeva con il silenzio di chi sembrava forgiato nel ferro anziché plasmato nell'argilla.

Non aveva un cuore di pietra.

Ma Dio non gli aveva lasciato altra scelta.

Se agli emissari di Erode fosse giunta anche la più piccola notizia dei progetti davidici custoditi dalla sua famiglia, quanto tempo sarebbe trascorso prima che quel serpente ordinasse la morte di tutti?

Giuseppe si ricordò allora di un altro giorno indimenticabile:

il giorno in cui si recò a casa di Anna per chiedere spiegazioni sulle voci che agitavano Nazaret.

Che cosa stava accadendo?

Che cosa significavano tutte quelle allusioni?

Le vicine gli lanciavano frecciate sempre più esplicite.

«Come chiamerete il bambino, signor Giuseppe? Perché sarà certamente un maschio.»

Alla fine il Falegname smise di ignorare quei commenti e si recò direttamente da sua suocera.

Anna lo stava aspettando.

Aveva temuto quel momento.

Lo aveva desiderato.

Lo aveva pregato.

E ne era terrorizzata.

Sarebbe stata all'altezza?

Sarebbe riuscita a difendere l'innocenza di sua figlia?

Come madre era pronta a strappare gli occhi a chiunque avesse osato pronunciare la parola «adulterio».

Sapeva che Giuseppe era un uomo santo.

Ma quale uomo non sarebbe rimasto sconvolto apprendendo che la propria promessa sposa era incinta per opera dello Spirito Santo?

Con il cuore in gola, la vedova gli aprì la porta.

«Siediti, figlio mio», disse. «Questo è un grande giorno per tutte le famiglie della terra.»

Un inizio decisamente inatteso.

Giuseppe si sedette.

Non disse una parola.

Non ce n'era bisogno.

Il suo sguardo parlava per lui.

Anna lo capì immediatamente.

I due si guardarono.

La suocera sapeva perché era venuto.

Lui sapeva che lei lo sapeva.

Il problema era stabilire chi avrebbe rotto il silenzio.

La madre della Vergine prese l'iniziativa.

«Figlio mio, credi che Yahweh sia il Signore Dio?»

Fu una domanda sorprendente.

Giuseppe non reagì.

Rimase immobile.

Anna proseguì:

«Credi davvero che esista qualcosa di impossibile per Dio?»

Lo fissava come se riuscisse a leggere direttamente nei suoi pensieri.

Un altro uomo avrebbe percepito quella domanda come una provocazione.

Giuseppe no.

Era venuto per ottenere una risposta semplice.

Un sì.

Oppure un no.

Null'altro.

E non avrebbe lasciato quella casa prima di averla avuta.

Sua moglie era incinta.

Voleva sapere soltanto questo.

La vedova conosceva perfettamente l'uomo che aveva davanti.

Sapeva che non si sarebbe mosso.

Perciò continuò.

La verità era un sì.

Un sì assoluto.

Meraviglioso.

Divino.

Eterno.

Ma era anche un no.

Un no totale verso ogni spiegazione umana.

Un no a tutte le categorie ordinarie con cui gli uomini comprendono la vita.

Da una parte c'era la vita del Messia.

Dall'altra la morte del Figlio di Davide.

Che cosa avrebbe scelto Giuseppe?

La fede?

Oppure l'incredulità?

Mai, nella storia dell'umanità, un uomo si era trovato davanti a una scelta simile.

Dal suo assenso dipendeva l'accoglienza del progetto che Dio stava realizzando.

La madre della Vergine continuò allora la propria rivelazione.

«Figlio mio, immagina che Dio stesso ti chieda di metterlo alla prova. Quale segno gli domanderesti? Quale prova sarebbe degna della sua onnipotenza?»

[...]

«Una Vergine», disse infine Anna, «che concepisce e dà alla luce un Figlio senza conoscere uomo.»

Per la prima volta Giuseppe spalancò gli occhi.

Adesso stava comprendendo.

O almeno iniziava a comprendere.

«Figlio mio», continuò la vedova, «credi che una simile opera superi il potere di Dio?»

«No. Mai.»

Fu la prima risposta netta che diede.

La madre della Vergine comprese di aver aperto una breccia.

E avanzò.

Ricordò la profezia di Isaia.

Ricordò il segno promesso alla casa di Davide.

Ricordò il Bambino che sarebbe stato chiamato Emmanuele.

Poi arrivò al punto.

Al punto verso cui aveva guidato ogni parola.

«Mia figlia, tua sposa, è la Prescelta. Tu, Giuseppe, sei l'uomo scelto per custodire il Figlio che nascerà da Lei.»

Per un istante il Falegname fu tentato di interrompere la conversazione.

Ma rimase seduto.

In silenzio.

Ad ascoltare.

Anna concluse:

«Davanti a te ci sono due porte: quella della fede e quella dell'incredulità. Io so quale sceglierai. E so che correrai incontro alla Madre del Messia che il nostro popolo attende da secoli.»

Sul letto di morte, ricordando quel giorno, Giuseppe sorrise.

Forse non esiste morte più bella di quella di chi lascia il mondo con un sorriso sulle labbra.

Fu allora che, davanti allo stupore dei presenti, chiese di restare solo con Maria e con Gesù.

Quando la stanza si svuotò, parlò.

«Moglie mia, figlio mio. La mia bocca è rimasta sigillata per lunghi anni per ragioni che comprenderete quando ogni cosa sarà compiuta.

Figlio mio, la mia anima si prepara a comparire davanti al suo Giudice.

Ma prima che io lasci questo mondo devi conoscere alcune cose.

Tua Madre ti ha parlato di Elisabetta e di Zaccaria. Devi sapere quanto noi dobbiamo a quegli uomini e a quelle donne che hanno posto la propria vita ai piedi di Dio affinché la tua Luce sorgesse sulle tenebre.

Se ti ho tenuto all'oscuro di molte cose, l'ho fatto per il tuo bene.

Non giudicarmi severamente.

Ricorda soltanto questo:

quando il Padre Eterno annuncerà l'inizio del tuo Giorno, tu saprai che cosa fare.»

 

 

 

TERZO LIBRO. IL CUORE DI MARIA. SECONDA PARTE

 

QUARTO LIBRO LA CREAZIONE DELL’UNIVERSO SECONDO LA GENESI